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Allattamento al seno, ora sappiamo perché riduce il rischio di tumori per decenni

30 Novembre 2025 - 07:13 Gemma Argento
allattamento seno studi tumore
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La ricerca pubblicata su Nature ricostruisce che cosa accade nel seno durante e dopo l’allattamento, andando oltre le ipotesi finora accettate

La decisione se allattare al seno o utilizzare la formula non è mai puramente tecnica. È un passaggio che molte madri vivono intrecciando aspetti clinici, esigenze quotidiane, aspettative sociali e, non per ultimo, il proprio benessere. Negli ultimi anni, attorno all’allattamento si è sviluppata una discussione articolata: da una parte i benefici riconosciuti per il bambino, dall’altra le difficoltà concrete che possono rendere questa scelta complessa o non percorribile per tutte. 

I dati dell’Istituto Superiore di Sanità raccontano bene questa complessità: quasi tutte le donne iniziano ad allattare subito dopo il parto, ma già a 4-5 mesi l’allattamento esclusivo riguarda circa un quarto dei bambini, e la percentuale cala ulteriormente con il passare delle settimane.  Numeri che parlano di realtà e condizioni ancora troppo variabili: tempi di rientro al lavoro, condizioni di salute, supporto disponibile, aspettative culturali. 

Dentro questo contesto c’è una domanda che la comunità scientifica studia da tempo: l’allattamento porta benefici anche alla salute della madre? E attraverso quali meccanismi? Che esista un legame tra allattare e un minor rischio di tumore al seno è noto da anni; a mancare era una spiegazione chiara, biologicamente dimostrabile. 

Un nuovo studio pubblicato su Nature aggiunge ora un tassello decisivo. Secondo i ricercatori, l’allattamento, insieme alla gravidanza e ai processi di rimodellamento del seno che seguono lo svezzamento, inducono un cambiamento profondo nel tessuto mammario: una sorta di “archiviazione immunitaria” a lungo termine. Nel seno si accumulano infatti cellule T altamente specializzate capaci di restare attive per molti anni e di riconoscere tempestivamente eventuali cellule anomale. Una scoperta che potrebbe spiegare perché, in media, le donne che allattano sviluppano meno tumori al seno nel corso della vita. 

Cosa sapevamo finora sul legame tra allattamento e rischio oncologico 

L’associazione tra allattamento e minore incidenza di tumore al seno è documentata da diversi studi epidemiologici internazionali. Una delle analisi più solide, una meta-analisi pubblicata su The Lancet dal Collaborative Group on Hormonal Factors in Breast Cancerstima una riduzione del rischio di circa il 4,3% per ogni anno di allattamento, con un effetto più marcato per alcuni sottotipi aggressivi come il carcinoma triplo negativo. 

Si tratta di un dato solido, confermato in popolazioni e contesti diversi, ma che fino ad oggi aveva un limite evidente: descriveva un fenomeno, senza riuscire a spiegarne a fondo le basi biologiche. 
Le ipotesi proposte negli ultimi anni si erano concentrate soprattutto sugli aspetti ormonali e sui cambiamenti strutturali del tessuto mammario durante la gravidanza e lo svezzamento, processi complessi che modificano la differenziazione delle cellule della ghiandola. Tuttavia, nessuna di queste spiegazioni riusciva a chiarire in modo coerente perché l’effetto protettivo potesse durare così a lungo nel tempo, talvolta per decenni dopo l’ultima gravidanza, né perché fosse più evidente in alcuni sottotipi tumorali. 

È in questo punto di incertezza che si inserisce il nuovo studio pubblicato su Nature, guidato dalla ricercatrice Sherene Loi del Peter MacCallum Cancer Centre di Melbourne. Il lavoro indaga direttamente che cosa accade nel tessuto mammario delle donne che hanno portato a termine una gravidanza e un periodo di allattamento. Ed è proprio nell’analisi del microambiente immunitario del seno che i ricercatori individuano un elemento chiave capace di colmare il vuoto lasciato dalle teorie precedenti. 

Lo studio  

Nel nuovo studio pubblicato su Nature, i ricercatori hanno analizzato in dettaglio come cambia il microambiente del tessuto mammario dopo una gravidanza e un periodo di allattamento. La ricerca ha esaminato campioni di seno provenienti da 260 donne sane, con età e storie riproduttive differenti.

Per caratterizzare le cellule presenti nella ghiandola, il team ha utilizzato diverse tecniche complementari: la citometria, che permette di contare e identificare i diversi tipi di cellule immunitarie presenti in un campione; l’analisi trascrittomica, che misura quali geni sono attivi all’interno delle cellule e ne indica le funzioni; e metodi di imaging tissutale ad alta risoluzione, che mostrano dove queste cellule sono localizzate nel tessuto. 

L’insieme dei dati ha evidenziato che, nelle donne che avevano portato a termine un ciclo di allattamento, il seno contiene un numero maggiore di cellule T CD8+ con caratteristiche di “tissue-resident memory”. Si tratta di linfociti che, una volta attivati, non rientrano nel flusso sanguigno, ma rimangono stabilmente nel tessuto in cui si sono formati. La loro funzione è garantire una sorveglianza immunitaria locale e continuativa, intervenendo rapidamente in caso di eventuali anomalie cellulari. Analizzando campioni provenienti da donne che avevano allattato molti anni prima, gli autori hanno osservato che queste cellule T residenti sono presenti anche a distanza di molto tempo dallo svezzamento.

Questo suggerisce che l’allattamento non produca un effetto temporaneo, ma induca una modifica persistente dell’immunità locale del seno. Secondo gli autori, tale accumulo potrebbe essere collegato alle esigenze fisiologiche del periodo dell’allattamento, quando la ghiandola mammaria è più esposta a microlesioni, infiammazione e infezioni come la mastite.

La permanenza di cellule T specializzate nel tessuto anche negli anni successivi fornirebbe quindi una sorveglianza immunitaria prolungata, in grado di contribuire a contenere l’espansione di eventuali cellule anomale. 

La verifica sperimentale sugli animali: l’allattamento modifica la risposta immunitaria del seno 

Per verificare se l’accumulo di cellule T residenti nel seno fosse davvero in grado di influenzare il rischio di sviluppare un tumore, i ricercatori hanno affiancato all’analisi dei campioni umani una serie di esperimenti controllati su modelli murini, cioè su topi utilizzati in laboratorio come organismi modello per studiare in condizioni controllate processi biologici difficili da osservare direttamente nell’essere umano. In questo caso, sono stati confrontati tre gruppi di animali: topi che avevano portato a termine l’intera sequenza gravidanza–allattamento–involuzione mammaria; topi che avevano partorito ma non allattato; e topi che non avevano mai avuto gravidanze. 

Dopo aver stabilito differenze chiare nella composizione immunitaria delle ghiandole mammarie, i ricercatori hanno introdotto cellule tumorali per osservare l’evoluzione della malattia nei tre gruppi. I risultati mostrano che solo i topi che avevano completato l’allattamento presentavano una crescita tumorale più lenta e una maggiore presenza di cellule T CD8+ nel tessuto. Negli altri due gruppi, l’infiltrato immunitario era meno ricco e la progressione del tumore risultava più rapida. 

Per confermare il ruolo diretto delle cellule T residenti, gli scienziati hanno ripetuto l’esperimento eliminando selettivamente questi linfociti nei topi che avevano allattato: in loro assenza, l’effetto protettivo veniva meno. Questa parte dello studio indica che la variazione osservata nel tessuto mammario non è soltanto un segnale correlato all’allattamento, ma un cambiamento funzionale in grado di influenzare la risposta del seno alla crescita di cellule tumorali. 

I dati clinici sulle donne 

Oltre agli esperimenti condotti nei modelli animali, lo studio ha esaminato anche il ruolo dell’allattamento in una vasta coorte di donne a cui era stato diagnosticato un carcinoma mammario triplo negativo, una forma di tumore particolarmente aggressiva e spesso associata a prognosi meno favorevole. I ricercatori hanno analizzato i dati clinici di oltre mille pazienti che avevano avuto almeno una gravidanza a termine, confrontando l’infiltrazione immunitaria del tumore tra chi aveva allattato e chi no. Nei tumori delle donne con una storia di allattamento si osservava una maggiore presenza di cellule T, incluse quelle con caratteristiche simili alle cellule residenti identificate nel tessuto mammario sano. Dopo aver tenuto conto di variabili come età, stadio della malattia e trattamenti ricevuti, l’allattamento risultava associato a un esito clinico complessivamente più favorevole in alcuni sottogruppi di pazienti. 

Sebbene questi dati non permettano di stabilire una relazione causale diretta — perché basati su osservazioni cliniche e non su interventi sperimentali, la coincidenza tra infiltrazione immunitaria più ricca, migliore risposta clinica e presenza delle stesse cellule osservate nei campioni di tessuto sano suggerisce che il meccanismo individuato nel modello sperimentale possa avere un riflesso anche nella malattia umana. 

Integrati con gli esperimenti condotti sugli animali, questi risultati indicano che le modifiche immunitarie indotte dall’allattamento potrebbero contribuire non solo a prevenire l’insorgenza del tumore, ma anche a influenzarne il comportamento qualora la malattia si sviluppi. 

Il tumore al seno in Italia 

In Italia il tumore al seno continua a rappresentare una realtà significativa nella vita delle donne. Ogni anno vengono diagnosticati circa 55.000 nuovi casi, e si stima che siano ormai oltre 800.000 le italiane che convivono con una diagnosi presente o passata. Si tratta del tumore più frequente nella popolazione femminile, tanto da rappresentare quasi un terzo di tutte le nuove diagnosi oncologiche nelle donne. 

Nonostante questo peso epidemiologico, la storia degli ultimi anni offre anche elementi di fiducia: grazie agli screening e alle terapie sempre più mirate, la sopravvivenza a cinque anni nelle forme identificate precocemente supera l’80-90%, un risultato che ha trasformato il carcinoma mammario da malattia spesso fatale a condizione in molti casi curabile o cronica. 

L’incidenza, tuttavia, è in crescita: un andamento legato sia all’invecchiamento della popolazione sia ai cambiamenti nei percorsi riproduttivi e negli stili di vita, oltre che alla maggiore capacità degli screening di intercettare la malattia nelle sue fasi iniziali. Parallelamente, la mortalità continua a diminuire. È un quadro fatto di numeri, ma anche di percorsi personali e di scelte quotidiane che rendono ancora più rilevante comprendere quali fattori, biologici, ambientali o legati alla storia riproduttiva, possano contribuire a proteggere la salute del seno lungo tutto l’arco della vita. 

Foto di Wren Meinberg su Unsplash

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