Cibo e intestino irritabile, perché la psicoterapia conta più di quanto pensiate

Tra i disturbi gastrointestinali più diffusi, la sindrome dell’intestino irritabile accompagna milioni di persone con sintomi variabili e spesso difficili da inquadrare. Con una prevalenza stimata fino a una persona su dieci,la diagnosi in molti casi arriva dopo anni di tentativi e terapie efficaci solo in parte. Dolore addominale ricorrente, gonfiore, alternanza di diarrea e stipsi sono tra i sintomi più comuni, segnali di una condizioni spesso invalidante che accompagna milioni di persone in percorsi di cura concentrati soprattutto sull’intestino, tra diete, farmaci e indicazioni sullo stile di vita.
Ma una crescente letteratura scientifica oggi suggerisce che intervenire sul modo in cui cervello e intestino comunicano possa avere un ruolo rilevante nel controllo dei sintomi, soprattutto se il trattamento viene introdotto precocemente e anche attraverso strumenti digitali.
Di cosa si tratta
La sindrome dell’intestino irritabile rientra tra i cosiddetti disturbi gastrointestinali funzionali: condizioni in cui non si riscontrano lesioni o alterazioni strutturali dell’intestino, ma in cui i sintomi sono legati a un’alterazione dei meccanismi di regolazione tra sistema nervoso e apparato digerente. La psicoterapia, quando presa in considerazione, finora è entrata quasi sempre in una fase avanzata dei trattamenti previsti.
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Ma a rafforzare l’idea che questo ordine possa essere rivisto è una meta-analisi di rete pubblicata nel 2025 su The Lancet Gastroenterology & Hepatology che ha riunito i risultati di 67 studi clinici randomizzati per un totale di oltre 7.000 pazienti adulti con sindrome dell’intestino irritabile. Un lavoro di ricerca ed elaborazione dei dati che ha confrontato le diverse terapie comportamentali con le cure considerate standard, dimostrando come gli interventi mirati all’ asse cervello-intestino possano avere un ruolo nel controllo dei sintomi.
Terapie a confronto
Nello studio pubblicato nel 2025 su The Lancet Gastroenterology & Hepatology, i ricercatori hanno condotto una revisione sistematica e meta-analisi di rete: hanno cioè raccolto e messo in relazione tra loro i risultati di trial clinici randomizzati per capire quali terapie comportamentali funzionino meglio, e rispetto a quali confronti.
La ricerca ha passato in rassegna i principali database biomedici (da MEDLINE a EMBASE, PsycINFO e Cochrane) fino al 23 aprile 2025, includendo 67 RCT, e cioè studi clinici randomizzati controllati, con uno schema sperimentale considerato standard nella ricerca medica dove i partecipanti vengono assegnati in modo casuale a un trattamento o a un gruppo di confronto, per ridurre il più possibile l’influenza di fattori esterni.
Per un totale di 7.441 pazienti adulti esaminati, l’esito principale non è risultato un punteggio “astratto” ma un dato clinico concreto e cioè il miglioramento dei sintomi globali della sindrome dell’intestino irritabile, analizzato con un sistema di ranking che stima quanto un trattamento tenda a collocarsi sopra gli altri nella rete di confronto.
Il ruolo della psicoterapia
La parte più consistente delle evidenze riguarda soprattutto le cosiddette terapie comportamentali cervello-intestino, interventi che non agiscono direttamente sull’apparato digerente ma sul modo in cui il cervello elabora e modula i segnali provenienti dall’intestino. In questo gruppo rientrano, in particolare, la terapia cognitivo-comportamentale specifica per la sindrome dell’intestino irritabile, che lavora su pensieri, reazioni emotive e comportamenti legati ai sintomi; programmi strutturati di autogestione della malattia, pensati per migliorare nel tempo il controllo dei disturbi; e l’ipnoterapia diretta all’intestino, una tecnica che utilizza stati di rilassamento profondo e suggestioni mirate per ridurre dolore e disagio.
Alcuni di questi interventi sono stati testati anche in modalità a contatto minimo, attraverso telefono, internet o piattaforme digitali. «È la più grande revisione dei trattamenti comportamentali dell’IBS in termini di numero di studi e partecipanti», spiega Perjohan Lindfors, ricercatore del Dipartimento di Neuroscienze Cliniche del Karolinska Institutet in Svezia.
Psicoterapia per l’intestino
Le cosiddette terapie comportamentali cervello-intestino partono da un presupposto comune: nella sindrome dell’intestino irritabile il problema non risiede solo nell’intestino, ma nel modo in cui il sistema nervoso centrale elabora e risponde ai segnali che provengono dal tratto gastrointestinale. Dolore, urgenza, gonfiore non sono semplicemente “percepiti”, ma vengono filtrati, amplificati o attenuati dal cervello, in un circuito che può diventare disfunzionale soprattutto in presenza di stress, ansia o ipervigilanza verso i sintomi.
In questo quadro si inserisce la terapia cognitivo-comportamentale specifica per l’IBS, che non coincide con una psicoterapia generica, ma con interventi costruiti ad hoc per i disturbi intestinali funzionali. L’obiettivo non è “convincere” il paziente che i sintomi non esistono, ma lavorare su alcuni meccanismi ben noti: la tendenza a interpretare ogni segnale corporeo come minaccioso, l’anticipazione ansiosa degli episodi di dolore o urgenza, i comportamenti di evitamento che finiscono per restringere la vita quotidiana e rafforzare il circolo vizioso dei sintomi. Attraverso tecniche strutturate, la CBT mira a ridurre questa iper-attivazione, migliorando la capacità di tollerare e gestire le sensazioni intestinali.
Le altre tecniche
Accanto alla CBT, la meta-analisi include diversi programmi di autogestione della malattia, che rappresentano un approccio meno intensivo ma più continuativo. Si tratta di interventi guidati che forniscono strumenti pratici per comprendere il funzionamento dell’IBS, monitorare l’andamento dei sintomi, riconoscere i fattori scatenanti e intervenire precocemente su stress e abitudini quotidiane.
Dalla tenuta di diari dei sintomi per individuare pattern ricorrenti, all’uso di strategie di problem-solving per affrontare situazioni percepite come critiche (viaggi, lavoro, impegni sociali), fino all’apprendimento di tecniche di gestione dello stress e di rilassamento da applicare nella vita quotidiana: in molti casi l’obiettivo non è eliminare completamente i disturbi, ma ridurre la loro imprevedibilità, rafforzare la capacità di anticiparli e limitarne l’impatto sulle attività quotidiane, restituendo al paziente un maggiore senso di controllo.
Alcuni programmi includono anche moduli educativi su alimentazione, ritmo sonno-veglia e attività fisica, non come prescrizioni rigide ma come strumenti di consapevolezza.
Un terzo filone è quello dell’ipnoterapia diretta all’intestino, una tecnica che utilizza stati di rilassamento profondo e tecniche mirate per intervenire sulla percezione del dolore e sulla reattività intestinale. In questo caso l’attenzione è rivolta alla modulazione dei circuiti nervosi che regolano la comunicazione tra cervello e intestino, con l’obiettivo di ridurre la sensibilità viscerale e l’intensità della risposta ai segnali provenienti dal tratto gastrointestinale.
Il cambio di passo
Il punto, però, non è solo se queste terapie funzionino, ma quando e come vengano proposte. Secondo Alexander Ford, gastroenterologo della University of Leeds nel Regno Unito e tra gli autori della meta-analisi, il messaggio che emerge è soprattutto organizzativo e clinico: le terapie comportamentali continuano a essere offerte tardi, spesso solo dopo il fallimento delle cure standard, e quasi esclusivamente in presenza. I dati suggeriscono invece che potrebbero essere introdotte prima nel percorso di cura e, soprattutto, rese accessibili su larga scala grazie a modelli a basso contatto o digitali.
Un cambiamento che avrebbe implicazioni concrete per i sistemi sanitari, permettendo di raggiungere più pazienti in tempi più rapidi. «Piuttosto che essere offerti solo dopo che gli interventi standard non hanno aiutato sufficientemente, e poi di solito solo di persona, i risultati suggeriscono che le terapie comportamentali dovrebbero essere implementate molto prima, con approcci digitali che aiutano a fornire velocità», spiega Ford. «Ora saranno necessari ulteriori studi che confrontano direttamente le terapie digitali con quelle standard prima che le linee guida possano essere aggiornate».
Foto di Alicia Harper da Pixabay
