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L’Iran ribolle, manifestazioni contro il regime in tutto il Paese. Khamenei e i suoi pronti alla fuga in caso di crisi – I video

08 Gennaio 2026 - 20:17 Alessandra Mancini
Si inasprisce la repressione: «45 morti». Intanto, il regime blocca Internet, mentre Reza Pahlavi è atteso a Mar-a-Lago martedì prossimo

È il tredicesimo giorno consecutivo di proteste in Iran. Anche questa sera migliaia di manifestanti sono scesi in piazza in numerose città del Paese, da Isfahan e Shiraz a Mashhad, fino a Teheran, contro il regime degli Ayatollah. A scatenare gli scioperi e le contestazioni di questi giorni sono stati la crisi economica e l’inflazione alle stelle. Nella capitale e dintorni non sono mancati gli slogan a favore di Reza Pahlavi, figlio in esilio negli Usa dell’ultimo scià, che dai media americani si fa avanti dicendosi pronto «per guidare una transizione verso la democrazia». Ed è proprio dagli Stati Uniti che arriva la notizia di un suo imminente arrivo a Mar-a-Lago. A riferirlo su X è l’influencer di estrema destra Laura Loomer, secondo cui il principe iraniano interverrà martedì prossimo al Jerusalem Prayer Breakfast. Resta invece incerto un eventuale colloquio con Donald Trump, che in serata ha dichiarato di «non essere sicuro che, in qualità di presidente, sia appropriato incontrarlo», pur definendolo «una brava persona».

La repressione del regime

Ma con l’estendersi delle proteste, si inasprisce anche la repressione. La polizia iraniana è accusata di un uso crescente della violenza, con impiccagioni e colpi d’arma da fuoco contro i manifestanti. Secondo l’organizzazione Iran Human Rights (Ihr), le forze di sicurezza hanno ucciso almeno 45 persone. Quella di ieri è stata la giornata più sanguinosa dall’inizio delle proteste, con 13 vittime. «Le prove indicano una repressione sempre più violenta e diffusa», ha dichiarato il direttore dell’Ihr, Mahmood Amiry-Moghaddam, riferendo anche di centinaia di feriti e oltre 2 mila arresti. Ma la repressione del regime passa anche attraverso il blocco di internet. L’osservatorio NetBlocks ha infatti segnalato su X un blackout a Teheran e in diverse altre città iraniane. «L’evento segue una serie di crescenti misure di censura digitale che prendono di mira le proteste in tutto il Paese e ostacolano il diritto del pubblico a comunicare in un momento critico», afferma il gruppo sui social.

Le pressioni interne e internazionali 

Nel frattempo, il presidente Massoud Pezeshkian appare preoccupato dalle proteste e ha dichiarato, tramite il suo vice, che le forze di sicurezza non dovrebbero intraprendere «alcuna azione» contro chi scende in piazza pacificamente. Ma ha anche definito «rivoltosi» chiunque «porti armi da fuoco, coltelli e machete e attacchi stazioni di polizia e siti militari». Secondo diversi osservatori, le proteste – che vanno avanti senza sosta dalla fine di dicembre – non hanno per ora raggiunto le dimensioni di quelle del 2022, scoppiate dopo l’uccisione di Mahsa Amini, ma arrivano in un momento di particolare debolezza del regime di Teheran, e molti manifestanti chiedono esplicitamente che l’Ayatollah Ali Khamenei abbandoni il potere.

Il piano di fuga di Khamenei

Alle pressioni interne si sommano poi quelle americane, con il presidente Usa che anche stasera ha minacciato Teheran di intervenire nel caso di violenze sui manifestanti. Tanto che, secondo una «relazione di intelligence» citata dal Times, la Guida suprema avrebbe «un piano di riserva per fuggire dal Paese» con la famiglia e una ventina di fedelissimi «nel caso in cui le sue forze di sicurezza non riuscissero a reprimere le proteste o disertassero».

Ma non solo. Dalla Francia emergono ulteriori indiscrezioni. Le Figaro riferisce che alti funzionari iraniani avrebbero richiesto visti francesi per i propri familiari. Secondo il giornalista franco-iraniano Emmanuel Razavi, anche figure di primo piano, tra cui il presidente del Parlamento, avrebbero tentato di ottenerli tramite un avvocato che opera a Parigi. Mentre a Londra, secondo quanto riportato da Iran International, il deputato britannico Tom Tugendhat ha dichiarato alla Camera che vi sarebbero segnalazioni di aerei cargo russi atterrati a Teheran e di consistenti quantità di oro in uscita dal Paese. Elementi che, ha affermato, potrebbero indicare preparativi in vista di un possibile collasso del regime.

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