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La storia di Daniela Montesi, sottoposta a chemioterapia per anni per un tumore che non c’era

09 Gennaio 2026 - 06:10 Alessandro D’Amato
daniela montesi chemioterapia
daniela montesi chemioterapia
La diagnosi di linfoma intestinale all'ultimo stadio. E le cure invasive. Poi una biopsia svela l'errore: sarà risarcita con 500 mila euro

Quella di Daniela Montesi è una storia incredibile. Nel 2006 la donna è stata sottoposta a un trattamento chemioterapico durato fino al 2011 per una diagnosi di tumore. Poi una biopsia ossea a Genova ha escluso «la presenza della patologia linfoide proliferativa clonale». Lei a causa delle terapie ha iniziato a soffrire di alterazione dell’equilibrio ormonale, osteoporosi, con episodi di fratture, stato depressivo e ansioso e altre patologie. La Corte d’Appello di Firenze ha stabilito che l’azienda ospedaliera universitaria pisana le dovrà pagare a titolo di risarcimento danni circa 500 mila euro.

«Avrei voluto esserci anch’io davanti ai giudici della Corte d’appello di Firenze per far vedere loro come sto, per far capire tutto quello che ho sofferto. Ero in ospedale, invece, a curarmi dalle malattie che stanno aggredendo il mio sistema immunitario, distrutto da quelle cure sbagliate. Mi sento una donna finita, purtroppo non c’è modo per essere sereni, neanche dopo la sentenza sul risarcimento», dice oggi lei a La Stampa.

Daniela Montesi, il tumore che non c’era e la chemioterapia

65 anni di Pontedera, sposata e madre di due figli, Montesi ha ricevuto terapie invasive, chemio e anticorpi a causa di una diagnosi di linfoma intestinale all’ultimo stadio. «Ho presentato il ricorso contro la sentenza del giudice civile – spiega al quotidiano l’avvocata Sonia Ticciati – perché ritenevo del tutto insoddisfacente la quantificazione dei danni. L’azienda ospedaliero universitaria di Pisa dovrà pagare altri 142 mila euro, dopo la somma del primo grado. Oltre a rifondere le spese processuali per entrambi i gradi di giudizio e pagare anche il consulente di medicina legale, il professor Gabrielli di Siena, che ha dato un contributo decisivo».

Cosa mi importa dei soldi?

«Per una ventina di giorni sono stata ricoverata in ospedale fino a ieri, per tutte le conseguenze sanitarie di quella diagnosi sbagliata. Sono cure sempre più dure, il mio sistema immunitario è ormai distrutto. Cosa può importarmi dei soldi in più, se non c’è ancora un modo per farmi stare bene?», dice Montesi. Il suo sistema immunitario è stato distrutto «da quelle cure che non avrei dovuto fare, dal cortisone alla chemioterapia. E anche da tutti quei farmaci monoclonali che avrebbero dovuto somministrarmi per un periodo limitato e poi ridurre le quantità o cambiare. E invece li ho presi per tanti anni, più di quattro sicuramente. Terapie e farmaci che hanno rovinato il mio organismo».

Le cure

Montesi dice che andava al Santa Chiara per le terapie: «All’ospedale di Volterra mi è stato fatto solo il prelievo del midollo, nel settembre 2006, che poi hanno mandato a Pisa per ulteriori analisi. C’erano parametri incerti che risultavano dall’esame, al Santa Chiara presero quella patologia incerta per certa. Diagnosticarono un linfoma tipo Malt, a prevalente localizzazione intestinale. E mi sottoposero alle cure antitumorali, chemio, cortisone e farmaci, per troppo tempo».

Dopo la biopsia ha concluso le cure. «Ma il mio calvario era agli inizi. Le prime conseguenze si manifestarono quasi subito. E poi ci furono effetti anche sul lavoro. Ero assicuratrice a Pontedera, ma ho dovuto lasciare il posto perché mi hanno tolto la patente di guida per le mie condizioni di salute. Ho provato a riaverla, ma non ci sono riuscita. E poi ho iniziato la battaglia legale contro l’azienda ospedaliera di Pisa». E conclude: «Adesso sono stanca, sto ancora male per tutte le malattie rare che mi stanno debilitando».