Trump all’Iran: se mi colpiscono li cancello dalle mappe. «Ma sulla Groenlandia sta bluffando»

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha annunciato martedì che l’Iran sarebbe stato “cancellato” dalle mappe geografiche se Teheran avesse orchestrato il suo assassinio, in risposta alle minacce di un alto ufficiale iraniano. «Ho dato ordini molto chiari. Se succede qualcosa, lo cancelleranno dalla faccia della terra», ha dichiarato in un’intervista a News Nation, trasmessa martedì. In precedenza, il generale iraniano Abolfazl Shekarchi aveva minacciato di morte il leader statunitense se Washington avesse attaccato l’Ayatollah Ali Khamenei.
Le minacce reciproche
«Trump sa che se mettono una mano sul nostro leader, non gliela taglieremo e basta, e queste non sono parole vuote», ha dichiarato l’ufficiale ai media statali. Il presidente degli Stati Uniti ha ripetutamente minacciato un intervento militare per porre fine alla repressione delle proteste del 28 dicembre, una delle più grandi dalla proclamazione della Repubblica Islamica nel 1979. Diverse voci all’interno della diaspora iraniana, tra cui quella del premio Nobel per la pace 2003 Shirin Ebadi, hanno suggerito che Washington conduca «azioni altamente mirate». in particolare contro Khamenei. Poco dopo il suo insediamento un anno fa, Trump aveva già minacciato di «annientare» l’Iran se Teheran avesse tentato di assassinarlo.
La Groenlandia
Intanto il presidente è in volo per Davos. Con un piccolo contrattempo: a causa di un problema elettrico sull’Air Force One la delegazione Usa si sta spostando su due aerei più piccoli per arrivare in Svizzera. Al World Economic Forum si parlerà del Board of Peace, al quale l’Italia nel frattempo ha detto no. Ma anche e soprattutto di Groenlandia e dazi. Ian Bremmer, politologo e presidente di Eurasia Group, spiega oggi a La Stampa che l’Unione Europea deve smettere di mostrarsi fragile e dare un segnale al tycoon: «Tutti sono preoccupati, ma lo esprimono in modo molto diverso, ed è proprio questa frammentazione il problema. Trump arretra solo quando percepisce una controparte pronta a reagire in modo serio, come è avvenuto con la Cina. Se invece vede debolezza e vulnerabilità, tende a spingersi sempre oltre».
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La fragilità europea
Bremmer spiega: «Dal suo punto di vista, oggi gli europei appaiono fragili. Non ho visto segnali in grado di cambiare questa percezione. Ursula von der Leyen non dispone né del temperamento né del sostegno istituzionale necessari per indicare chiaramente una risposta credibile. La Francia evoca lo strumento anti-coercizione, l’Italia preferisce mantenere aperto il dialogo, la Nato adotta toni molto prudenti. Se l’Europa non dimostra che la Groenlandia è una linea rossa, Trump non farà marcia indietro. È un tema impopolare negli Stati Uniti: se diventasse politicamente costoso, i repubblicani inizierebbero a opporsi apertamente. Ma se l’Europa appare pronta a cedere, questo non accadrà».
Il problema dell’Europa
Il problema dell’Europa, secondo Bremmer, «è la mancanza di allineamento strategico. Ogni Paese europeo è credibile su temi diversi. I Paesi nordici sono i più determinati sulla Groenlandia, ma sono piccoli e vulnerabili, e non vedo un sostegno continentale sufficiente e coerente alle loro posizioni». E fa un esempio: «Gli Stati Uniti restano il principale avversario strategico della Cina, come dimostrano gli attacchi cyber, il sostegno militare a Taiwan e molte altre dinamiche. Tuttavia, quando Pechino ha dimostrato di poter colpire duramente le aziende americane, limitando l’accesso ai minerali critici, Trump ha capito che una fase di stabilità è preferibile a un’escalation continua».
Tutti i guai del presidente
Ma anche il presidente Usa ha dei guai da affrontare: «Ci sono fattori interni che non possono essere ignorati: le elezioni di medio termine, il costo della vita, l’inflazione. Trump deve fare i conti con pressioni economiche concrete sul fronte domestico. Ma tutto questo non implica un ripensamento dell’America First o dell’unilateralismo. Al contrario, Trump continua a rafforzare questa linea. Dopo il Venezuela, si sente più legittimato ad agire con una presenza geopolitica più ampia. Questo significa dottrina Monroe, significa concentrazione sul proprio “cortile di casa”, pressioni sulla Groenlandia e una postura sempre più dura nei confronti dell’Iran. In questo contesto stiamo assistendo a un passaggio dalla militarizzazione economica alla coercizione diretta».
