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L’infortunio di Barbero e il video che nessuno ha censurato. Ecco la vera storia del fact checking di Open sul referendum giustizia

24 Gennaio 2026 - 19:59 Franco Bechis
Il professore ha probabilmente confuso il testo della riforma Meloni con quello della riforma Berlusconi: in quel caso tutte le sue critiche erano corrette. Sulla attuale riforma no. La verifica fatta, gli errori segnalati e quel che ha fatto Meta. Ma il video è ancora lì, visibile e condivisibile da tutti.

Poco più di una settimana fa è arrivata a me come a tanti che seguono il professore Alessandro Barbero una notifica da qualche social per avvisarmi di un video appena fatto a proposito del referendum sulla giustizia. Durava poco meno di cinque minuti e l’ho ascoltato fino in fondo anche se il titolo «Io voto no» e soprattutto l’esordio del professore non mi invogliasse particolarmente. «Certo io sono di sinistra», spiegava Barbero, «e questo lo sanno tutti quelli che mi conoscono, e quindi che bisogno c’è che io dica a tutti “Io voto no”. Sai che novità…».

Il probabile scambio di testi fatto dal professore

Poi però si è messo a spiegare le ragioni del suo no e devo dire che un piccolo salto sulla sedia l’ho fatto ascoltandolo: «Che gaffe ha fatto il professore! Non ha letto il testo della riforma di oggi, ma quello della riforma presentata da Silvio Berlusconi nel 2011: sta commentando proprio quello». Sono andato a cercare il testo ufficiale della riforma chiedendolo a Google, e in effetti alla terza risposta mi portava sul sito del ministero della Giustizia, e aprendolo appariva il testo della proposta di riforma del marzo 2011. Seguendo le critiche di Barbero su quel vecchio testo sotto (mai diventato legge), in effetti le sue osservazioni stavano in piedi.

Tutte le critiche trovano corrispondenza nel testo di riforma del 2011

Vero che con quella riforma sarebbe stato cambiato, perfino “stravolto” il Csm. Vero pure che la nuova composizione avrebbe indebolito come dice Barbero i magistrati: dovevano scendere dai due terzi dei componenti del Consiglio superiore alla metà esatta. Così come la componente laica-politica saliva da un terzo a metà. Giustificata con quel testo anche un’altra affermazione tranchant del professore, che sottolinea come in tutti gli organi del nuovo Csm «i magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui».

C’era una imprecisione: non il governo, ma il Parlamento. Però siamo uomini di mondo e sappiamo bene quale sia oggi l’autonomia dal governo della maggioranza degli eletti in Parlamento: vicina allo zero. Con il testo Berlusconi è vero che i membri togati sarebbero stati tirati a sorte, mentre quelli laici sarebbero stati scelti e votati dalla politica.

Silvio Berlusconi nel 2011 (Ansa/Matteo Bazzi)

La maggioranza di due terzi dei togati è uguale a prima e tutti sono tirati a sorte

Prendendo invece il testo della riforma della giustizia di Giorgia Meloni pubblicato in Gazzetta ufficiale gran parte delle osservazioni di Barbero non funzionavano più. Ci sono due nuovi Csm, e la loro composizione è identica a quella di oggi: due terzi togati e un terzo laici. Sia laici che togati saranno mandati al Csm per caso: vengono estratte a sorte entrambe le componenti. C’è poi un terzo organismo, l’Alta Corte, che secondo Barbero sarebbe «al di sopra» dei due Csm.

Nell’alta Corte invece i politici perdono più dei togati. Il ruolo del Quirinale

Giorgia Meloni al voto nel 2022 sui referendum giustizia. Foto Ansa, Alessandro Di Meo

Il professore deve essere stato ingannato da quella parola «Alta», e per questo deve essergli sembrata in cima. Ma non ha alcun potere sui due altri Csm: è semplicemente un organismo a fianco, con poteri disciplinari su tutti i magistrati. Qui la composizione è un pizzico diversa. Ci sono 15 componenti. Nove sono togati estratti a sorte: fossero stati i due terzi come negli altri due Csm il loro numero avrebbe dovuto essere dieci. Ne perdono uno. Tre sono “politici”: tirati a sorte da un elenco approvato dal Parlamento. Avrebbero dovuto essere sei, quindi ci sono due “politici” in meno.

Gli altri tre che restano sono invece nominati direttamente dal Presidente della Repubblica, che per la Costituzione è una autorità super partes. È più politicizzata e in mano al governo l’Alta Corte rispetto ai due Csm? No, meno. Per dire il contrario bisognerebbe accusare apertamente il Presidente della Repubblica di essere un vassallo del governo di turno. E nessuno osa farlo.

Come ha funzionato il fact checking di Open per Meta

Ero incerto se scrivere qualcosa di questo spiacevole incidente di Barbero che ha confuso un vecchio testo di riforma della giustizia con un altro. Poi ho pensato di non farlo: a un augusto e stimato professore come lui che sempre ascolto incantato, si perdona ben più di un piccolo infortunio. Non sapevo, come era giusto che fosse, che il nostro responsabile del settore fact checking David Puente all’interno del rapporto di collaborazione fra la nostra testata e Facebook, stesse esaminando proprio le affermazioni del video di Barbero.

Infatti il nostro settore fact checking agisce in totale autonomia e libertà per evitare qualsiasi reciproco condizionamento. Ma non sarà mai Open a invocare che qualsiasi voce sia tacitata. Sono convinto che se qualcuno ha un’opinione in testa, per quanto possa essere strampalata, abbia tutto il diritto di esporla come meglio crede. Il fact checking di Open verifica i fatti, non le opinioni. Ma non sapendo nulla in anticipo, l’ho visto pubblicato dopo le prime polemiche sulla presunta «censura» di Open e Meta al professore Barbero.

Non c’è stata alcuna censura, e il video è visibile e condivisibile su tutti i social

È l’occasione per chiarire ai lettori come funziona il fact checking di Open con Meta. Non vengono verificati video o post perché “virali”, come qualcuno ha scritto. Ma perché l’algoritmo coglie che siano molto discussi e contestati i contenuti e quindi viene chiesta a noi una verifica su quello che è vero, falso, alterato o fuori dal contesto. La verifica fatta da Open viene trasmessa a Meta che prende le sue decisioni, avvisando il lettore che il contenuto del post o del video non risponde a verità, allegando il contenuto dell’articolo motivato di Open. È stato censurato il video del professore Barbero? No.

Chiunque dopo quell’avviso può vederlo e condividerlo con altri. E per altro può fare ricorso a Meta anche rispetto a quella avvertenza sul video, e davanti a ragioni argomentate verranno accolte, come è accaduto altre volte. Non solo: ma al di fuori dei social di Meta davanti a quel video non compare nessun avviso e non è allegato alcun fact checking. Prima di scrivere ho guardato e anche su Facebook qua e là il video è visibile, anche in gruppi di fan di Barbero senza alcuna avvertenza. Quindi è falso che il video di Barbero sia stato censurato.

L’altro fact checking fatto prima da Open sulla riforma, la Meloni e Garlasco

Alcuni parlamentari hanno presentato interrogazioni sul caso, ci sono state molte polemiche politiche e giornalistiche a difesa della libertà di espressione di Barbero. Ripeto che non c’è stata alcuna censura e mi schiero anche io a difesa della libertà di opinione di chicchessia. C’è anche chi ha polemizzato: «perché verificate Barbero e non ad esempio i video della Meloni?». A loro rispondo: «Prima di fare una domanda, leggete Open». Qualche giorno prima del caso Barbero abbiamo pubblicato un articolo e un video di Cecilia Dardana che confutava l’affermazione di Giorgia Meloni sulla riforma della giustizia che avrebbe impedito altre Garlasco, spiegando come invece il testo sottoposto a referendum non avrebbe inciso su nessun caso di cronaca come quello citato. Non possiamo sottoporre a verifica nessuna dichiarazione di un esponente politico invece nei fact checking per Meta: è la loro regola in tutto il mondo, e il loro algoritmo ne avrebbe impedito la pubblicazione.


 

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