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Usa, l’ex dirigente dell’Ice a Open: «Trump l’ha trasformata in uno strumento di punizione. Gli agenti a Milano? Niente di strano» – L’intervista

30 Gennaio 2026 - 15:52 Serena Danna
Deborah Fleischaker, ex chief of staff dell'agenzia federale per l'immigrazione, racconta come è cambiato il lavoro e il reclutamento degli agenti: «Adesso la formazione dura solo 47 giorni in omaggio a Trump». E aggiunge: «Capisco che gli italiani siano arrabbiati per la presenza dell'Ice alle Olimpiadi»

Durante i suoi 14 anni al Dipartimento per la Sicurezza Nazionale americano, Deborah Fleischaker ha attraversato tre amministrazioni – Obama, Biden, Trump – sempre con lo stesso obiettivo: applicare al meglio le leggi sull’immigrazione. Nel corso della sua carriera al Dipartimento ha contribuito a definire alcune politiche per la sicurezza smantellate in fretta dalla seconda amministrazione Trump, come quella che vietava agli agenti dell’Ice di arrestare persone in luoghi cosiddetti “protetti”: chiese, scuole, ospedali. Negli anni di Biden, Fleischaker è stata prima direttrice delle politiche e poi chief of staff della controversa agenzia federale responsabile dei raid contro gli immigrati e l’uccisione a Minneapolis di due cittadini americani  – Renee Good e Alex Pretti. Open l’ha raggiunta via Zoom. 

Partiamo dalle basi. Può spiegare che cos’è l’Ice e qual è la sua missione?
«L’Ice è un ramo dell’agenzia di Immigration and Customs Enforcement e si divide in due grandi componenti. La prima è Ero, Enforcement and Removal Operations, che è quella che sta conducendo le operazioni di arresto e deportazione nelle città americane. La seconda è l’Hsi, l’Homeland Security Investigations, che si occupa di indagini penali e criminalità transnazionale: traffico di armi, gang, sfruttamento dei minori. Anche Hsi può svolgere alcune funzioni legate all’immigrazione, per esempio i controlli nei luoghi di lavoro, per verificare che chi è impiegato abbia uno status regolare o un’autorizzazione valida per lavorare».

In Italia la notizia che agenti dell’Ice si occuperanno della sicurezza della delegazione Usa durante le Olimpiadi sta creando molte polemiche. È un impiego inusuale?
«Se parliamo di Hsi, non è affatto inusuale che venga inviato in missioni di questo tipo. La loro missione principale non è l’enforcement migratorio, ma la protezione e la sicurezza, soprattutto in contesti internazionali. È un tipo di lavoro che svolgono normalmente».

Come descriverebbe la cultura e il clima all’interno dell’agenzia negli anni in cui ci ha lavorato?
«Ice è un’agenzia federale di “law enforcement”, quindi la cultura è quella tipica delle forze dell’ordine. Per molto tempo si è sentita sotto-finanziata e sottodimensionata rispetto alla portata delle sue responsabilità. Gli agenti percepivano uno scarto tra ciò che veniva chiesto loro e quello che ricevevano in cambio.  Questo è cambiato drasticamente con la seconda amministrazione Trump e con la One Big Beautiful Bill, che ha immesso nell’agenzia decine di miliardi di dollari aggiuntivi».

Parliamo di circa settantacinque miliardi di dollari in più da spendere entro il 2029. Che impatto sta avendo questo finanziamento?
«Siamo solo all’inizio: vedremo cosa succederà quando assumeranno ancora più agenti e creeranno nuovi centri di detenzione. Il denaro rende possibile la visione, ma è la visione a guidare tutto. E quella che proviene dalla Casa Bianca, dal presidente Trump e dal suo consigliere Stephen Miller, punta tutto sulla dimensione punitiva del sistema».

Stando a quanto dichiarato dal governo Usa, il numero degli agenti è raddoppiato nel 2025. Quali sono i rischi di una crescita così rapida? 
«È molto difficile crescere bene con quei ritmi. Si parla molto della scarsa preparazione delle nuove reclute. E già otto immigrati sono morti in carcere dall’inizio dell’anno, un numero mai visto prima… Questo solleva molte domande sulle condizioni e sulle cure mediche che i prigionieri ricevono».  

Quali erano i requisiti per diventare un agente Ice?
«C’era un programma di formazione molto lungo e accurato, con tante figure coinvolte, compresi avvocati. Tutto è stato annacquato. Mi dicono che la formazione adesso è di 47 giorni in omaggio a Trump».

In che senso?
«Perché Trump è il 47esimo presidente, dunque solo per compiacerlo! Di certo sono cambiati i principi di base. Prima agli agenti veniva insegnato che per entrare con la forza in una casa di privati cittadini era necessario un mandato firmato da un giudice. Adesso dicono che un ordine di espulsione è sufficiente. Ma non c’è nulla nella giurisprudenza americana che permetta questa interpretazione».

Sta dicendo che non c’è stato alcun cambiamento legale che permetta all’agenzia di fare ciò che stanno facendo?
«Stanno solo interpretando la legge in modo diverso. Ed è in diretto contrasto con come veniva interpretata solo un anno fa e anche durante la prima amministrazione Trump».

Al di là dell’eccesso di violenza nelle strade, un altro aspetto che preoccupa molti cittadini è l’uso da parte degli agenti di sofisticati strumenti di sorveglianza: tracciatori biometrici, localizzatori di cellulari, droni. Che ruolo ha la sorveglianza nel lavoro dell’Ice?
«A volte è necessaria e spesso è utile. Ma deve essere bilanciata con il rispetto della privacy e dei diritti civili. Quando ero al Dipartimento abbiamo lavorato tantissimo per approvare una policy che impedisse l’utilizzo dei dati commerciali dei cittadini. Ma alla fine ero riuscita a ottenere solo delle “buone pratiche”. Ad esempio, ogni utilizzo doveva essere firmato dal direttore dell’agenzia in persona, e c’erano controlli extra per evitare usi inappropriati. In generale posso dire che il modo in cui veniva applicata e fatta rispettare la legge era molto diverso». 

Può farci degli esempi?
«Esistevano priorità chiare: sicurezza pubblica, sicurezza nazionale, sicurezza dei confini. E c’erano limiti precisi su dove intervenire. I cosiddetti luoghi sensibili — scuole, ospedali, tribunali — erano esclusi, perché si riteneva che la comunità dovesse poter accedere liberamente a certi servizi».

Si puntava ai “peggiori dei peggiori”?
«Non voglio presentare l’Ice di Biden come un modello perfetto perché non lo era. Spesso sentivo dire agli agenti che si sentivano “incatenati”, che erano frenati nel fare il loro lavoro per colpa di troppi paletti istituzionali.  Ma posso dire con certezza che quando prendevano di mira gli irregolari e arrestavano persone, la maggior parte delle volte lo facevano sulla base di piani operativi scritti e preparati con cura, che richiedevano giorni o settimane di preparazione. Le operazioni venivano fatte con cautela e maggiore attenzione alla comunità. A differenza della Border Patrol (che si occupa del controllo delle frontiere ndr), l’Ice lavora dentro le comunità. Quello che fa e come lo fa ha un impatto enorme sulla vita quotidiana delle persone. Per questo l’indicazione dall’alto è sempre stata di farlo evitando il più possibile l’uso della forza. L’approccio massimalista e più punitivo era raro, a differenza di quello che accade oggi».

Quanto è forte oggi il controllo del Dipartimento di sicurezza nazionale e del Congresso Usa sulle azioni dell’Ice?
«In teoria c’è una vigilanza interna, che è rappresentata da una serie di uffici legati all’agenzia, e una esterna – che spetta al Congresso.  L’amministrazione Trump ha svuotato l’Office for Civil Rights and Civil Liberties e l’Office of the Immigration Detention Ombudsman, entrambi incaricati di svolgere quel controllo. Dall’altro lato, entrambe le camere del Congresso sono in mano ai repubblicani e a meno che qualcuno non voglia opporsi all’amministrazione, il controllo non c’è oppure avviene in maniera molto blanda». 

Le cose sembrano essere cambiate dopo i brutali omicidi di Minneapolis. I democratici protestano a voce alta contro l’Ice e qualche repubblicano li segue. Eppure molti sostenitori del presidente sostengono che sia la mancata cooperazione dei governi e delle polizie degli Stati democratici a spingere l’Ice a usare la forza. Cosa ne pensa?

«Cercare le persone da espellere direttamente nelle carceri è sicuramente il modo più sicuro. Tutto avviene lontano dagli occhi del pubblico, in un ambiente controllato, dove i detenuti non hanno armi. Anche per me era frustrante quando non riuscivamo a ottenere quel tipo di cooperazione dalle istituzioni locali. Ma la questione è più complessa. L’Ice dispone già di un sistema di “interoperabilità” che le consente di sapere in ogni momento chi si trova detenuto e di identificare le persone che intende arrestare o rimuovere. In questo senso non serve nemmeno una collaborazione formale: l’agenzia potrebbe semplicemente intervenire al momento del rilascio. Il vero nodo riguarda invece i “detainer”. Ice spesso chiede alle carceri di trattenere una persona fino a 48 ore oltre la fine della pena, per avere il tempo di venirla a prendere. Molte giurisdizioni però si rifiutano, perché trattenere qualcuno senza una base legale aggiuntiva solleva seri problemi costituzionali. È da qui che nasce il conflitto. L’agenzia oggi ha risorse e personale sufficienti per agire tempestivamente, senza bisogno di quelle 48 ore extra. Per questo sarebbe auspicabile una cooperazione con le carceri locali, magari in cambio di limiti più stringenti alle operazioni viste recentemente sul campo».

Quali?
«Gli agenti non dovrebbero indossare maschere e non dovrebbero fare rastrellamenti di massa». 

Il sindaco di Milano Beppe Sala ha definito l’Ice “milizia privata che uccide le persone”. Da ex dirigente dell’agenzia cosa ha provato quando l’ha letto?
«Sono inorridita da come viene usata l’Ice da questa amministrazione. E concordo sul fatto che ciò che abbiamo visto a Minneapolis sembra avere a che fare più con un corpo speciale di polizia che con l’enforcement migratorio. Quindi capisco il sindaco, e capisco perché gli italiani sono arrabbiati – lo sono anche io. Tuttavia bisogna capire che l’applicazione della legge è una componente inevitabile di un sistema di immigrazione che funziona davvero, e difficilmente scomparirà. Anche se aboliamo l’Ice, ci sarà un’altra agenzia a svolgere quel ruolo. Quindi la vera domanda è: in che modo esercitiamo il potere? Perché oggi non lo stiamo facendo nel modo giusto».

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