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Svolta nell’inchiesta sui “cecchini del weekend” a Sarajevo: c’è un indagato per omicidio. È un ex autotrasportatore, oggi 80enne

04 Febbraio 2026 - 17:16 Cecilia Dardana
cecchini sarajevo
cecchini sarajevo
All'uomo è stato notificato un invito a comparire per l’interrogatorio, fissato per lunedì prossimo. Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, l’80enne si sarebbe vantato con altre persone di andare «a fare la caccia all’uomo» nella città assediata

C’è un indagato nell’inchiesta italiana sul caso dei cosiddetti «cecchini del weekend», i tiratori che durante l’assedio di Sarajevo pagavano per andare a uccidere civili, donne, anziani e bambini, tra il 1992 e il 1995. La Procura di Milano ha iscritto una persona nel registro degli indagati per omicidio volontario continuato e aggravato: si tratta di un 80enne, ex autotrasportatore, residente in provincia di Pordenone. Secondo quanto emerso, oggi gli è stato notificato un invito a comparire per l’interrogatorio, fissato per lunedì prossimo, 9 febbraio. Le indagini sono condotte dal Ros dei carabinieri e coordinate dal pm Alessandro Gobbis, nell’ambito della Procura guidata da Marcello Viola.

Le accuse

L’uomo, in passato impiegato in un’azienda metalmeccanica, è accusato dalla Procura di Milano di aver cagionato la morte di civili inermi, tra cui donne, anziani e bambini, «in concorso con altre persone allo stato ignote» e nell’ambito di un «medesimo disegno criminoso», sparando con fucili di precisione dalle colline intorno a Sarajevo, negli anni dell’assedio, tra il 1992 e il 1995. Il reato è aggravato dai «motivi abietti». Secondo le testimonianze raccolte dagli inquirenti, l’80enne si sarebbe vantato con altre persone di andare «a fare la caccia all’uomo» nella città jugoslava assediata. Sulla base di questi racconti e degli elementi raccolti dal Ros dei carabinieri, l’uomo è stato iscritto nel registro degli indagati per omicidio volontario continuato, convocato per un interrogatorio fissato per il 9 febbraio e perquisito nella sua abitazione, dove sono state trovate sette armi regolarmente detenute: due pistole, una carabina e quattro fucili.

L’esposto e l’inizio dell’inchiesta

L’inchiesta era stata aperta nei mesi scorsi dopo un esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni, assistito dagli avvocati Nicola Brigida e Guido Salvini. Nel documento venivano riportate anche le dichiarazioni dell’ex agente dell’intelligence bosniaca Edin Subasic, che ha riferito di contatti avuti all’epoca con il Sismi, il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare. Subasic ha sostenuto che, a inizio 1994, i servizi bosniaci avrebbero comunicato a quelli italiani che i «tiratori turistici» partivano da Trieste e che successivamente gli stessi apparati italiani avrebbero interrotto quei «safari» di morte.

Documenti, identificazioni e canali internazionali

L’ex 007 bosniaco ha inoltre parlato dell’eventuale esistenza di carte su interlocuzioni tra servizi italiani e bosniaci, con tanto di «identificazioni» dei responsabili. Un punto su cui gli inquirenti stanno lavorando, anche verificando la possibile presenza di documenti del Sismi (oggi Aisi). Parallelamente, sono stati attivati anche canali di cooperazione internazionale, tra cui contatti con la Procura del Meccanismo Residuale per i Tribunali Penali Internazionali, per acquisire atti e ricostruzioni utili.

Il documentario “Sarajevo Safari”

Il caso era tornato al centro dell’attenzione anche per le denunce dell’ex sindaca di Sarajevo Benjamina Karic, nelle quali venivano indicati almeno cinque nomi di persone che hanno parlato della vicenda nel documentario Sarajevo Safari del regista Miran Zupancic (2022). Negli scorsi mesi, inoltre, il giornalista investigativo croato Domagoj Margetic aveva annunciato una denuncia sul presunto coinvolgimento del presidente serbo Aleksandar Vucic, sostenendo che all’epoca, da giovane volontario, sarebbe stato presente in una delle postazioni militari durante l’assedio.

Il testimone: «Gli italiani arrivavano da Milano, Torino e Trieste»

Tra gli elementi citati negli atti compare anche il racconto di un presunto testimone oculare: un soldato serbo catturato che avrebbe riferito a Subasic di aver assistito al trasporto di uno dei “cacciatori”. Proprio quel testimone avrebbe parlato di italiani provenienti da Milano, Torino e Trieste. Ora, con l’iscrizione di un indagato e l’interrogatorio fissato nei prossimi giorni, l’inchiesta milanese entra in una fase più concreta: l’obiettivo è capire se e come quei racconti possano trovare riscontri giudiziari, a distanza di trent’anni dai fatti.