Università telematiche, 8 studenti su 10 sono pro esami online. Parla un prof: «Così aiutiamo lavoratori e genitori che studiano» – L’intervista

Otto studenti su dieci approvano gli esami universitari sostenuti online. È quanto emerge dal primo Rapporto Censis sulla didattica digitale, che per la prima volta indaga a fondo il mondo delle università telematiche, la percezione che se ne ha e il loro ruolo nel colmare il gap di laureati in Italia. Quasi un laureato su due alle telematiche ammette che senza le università online probabilmente non avrebbe mai completato il percorso accademico, mentre oltre sette su dieci hanno scelto questa modalità per riuscire a conciliare studio e lavoro. Ciononostante, permane un velo di diffidenza, tanto che il 57,2% degli ex studenti segnala che i datori di lavoro non riconoscono ancora pienamente il valore delle lauree telematiche. D’altra parte, invece, il 41% percepisce un apprezzamento crescente da parte delle aziende, che vedono nello studio digitale una capacità di stare al passo con l’evoluzione tecnologica e le tendenze internazionali.
Il nodo (sensibile) degli esami online
L’indagine Censis restituisce un quadro sfaccettato. Le università telematiche non vogliono sostituire quelle tradizionali, ma integrarle. Uno dei nodi più sensibili resta quello degli esami. Intorno a essi gravitano dubbi sulla credibilità, ed è una questione che oggi riguarda tutto il mondo accademico, ormai sempre più ibrido. L’84% degli studenti è favorevole agli esami online, ma a una condizione: quella di garantire trasparenza e imparzialità. Le testimonianze degli studenti e degli ex laureati raccontano un modello che sa adattarsi soprattutto a vite complesse, segnate da lavoro o responsabilità familiari. Ne abbiamo parlato con il professor Massimiliano Longo, docente di Economia e gestione delle imprese e tra i referenti per gli studenti all’università telematica San Raffaele di Roma, con esperienza anche in atenei tradizionali come la Luiss – Guido Carli di Roma e Ca’ Foscari Challenge School di Venezia.
Attualmente gli esami nelle università telematiche come funzionano? È obbligatorio svolgerli in presenza o si svolgono ancora in modalità online?
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«Oggi gli esami nelle università telematiche devono svolgersi in presenza come richiesto dall’ultimo decreto, un vincolo che crea molte difficoltà ad un’ampia fascia di studenti. La modalità online è prevista solo in casi riconosciuti dalla legge. Gli esami in modalità digitali sono previsti in alcune situazioni anche nelle università tradizionali, dove talvolta viene utilizzata la modalità da remoto per studenti in condizioni di fragilità. La pandemia, periodo in cui tutto il panorama accademico si è trovato ad accelerare l’uso delle tecnologie didattiche, ha trasformato una necessità in un’opportunità, contribuendo a migliorare la gestione delle attività didattiche, inclusi gli esami».
Molti temono che gli esami online siano meno rigorosi rispetto a quelli in presenza. Da docente con esperienza sia nelle università tradizionali che telematiche, cosa ne pensa?
«Associare automaticamente l’esame online a un minor rigore non è più corretto perché ormai la tecnologia consente di garantire trasparenza e correttezza anche nelle prove telematiche. E più che la modalità dell’esame, ciò che conta è la responsabilità di docenti e studenti. Con gli strumenti giusti, gli esami online possono garantire rigore e trasparenza pari a quelli in presenza».
Quali sono gli strumenti a cui fa riferimento e le condizioni indispensabili affinché un esame online si svolga correttamente?
«Le condizioni principali sono due. Controllare lo studente durante l’esame tramite videocamere per verificare i suoi movimenti e l’ambiente circostante. Per quanto riguarda gli esami a risposta multipla, è importante avere un pacchetto di domande molto ampio, aggiornato frequentemente, da cui il sistema pesca le domande per ciascun esame. Questo assicura la rotazione delle domande e riduce la possibilità di scambio di informazioni tra studenti. La tecnologia, quindi, permette di garantire affidabilità, correttezza e trasparenza della prova».
A suo avviso, l’opzione di imporre gli esami solo in presenza sarebbe quindi un passo indietro rispetto all’innovazione?
«Sì. Lo studio e gli esami online permettono agli studenti di contenere i costi e di conciliare l’università con impegni lavorativi e familiari. Una parte rilevante degli studenti delle telematiche non sono giovanissimi, hanno un lavoro e responsabilità familiari, e per loro spostarsi fisicamente per ogni esame diventerebbe gravoso.Imporre la presenza in aula ed un trasferimento che in alcuni casi è un vero e proprio viaggio, per chi deve sostenere 20-25 esami, rischierebbe di rendere poco coerente il modello telematico, anche ipotizzando uno sforzo delle università nel creare sedi decentrate che vadano incontro agli studenti. Al contrario, prevedere alcuni appelli online, garantendo trasparenza e imparzialità, mantiene coerenza con la metodologia del percorso universitario».
Guardando al lungo periodo, qual è il modello che ritiene più efficace per gli esami?
«Il modello ibrido credo sia il più corretto. La possibilità di scelta consente di conciliare esigenze personali e percorsi di studio. L’ibridazione riguarda non solo gli esami, ma tutto il percorso universitario, dalla didattica sincrona e asincrona quest’ultima ormai giustamente obbligatoria nelle Università telematiche con il vincolo di almeno due ore per CFU. Università tradizionali e telematiche si stanno avvicinando reciprocamente nella combinazione di insegnamenti “vecchia maniera” ed insegnamenti offerti tramite nuove tecnologie e nel cercare di elevare la qualità dell’offerta formativa. Anche nelle tradizionali si sta inevitabilmente diffondendo l’utilizzo di strumenti digitali. Le due modalità non vanno percepite come alternative, ma complementari, per favorisce un’educazione più flessibile e inclusiva»
Non crede che il fatto di sostenere l’esame da casa possa in qualche modo incidere sul senso di responsabilità o sull’impegno dello studente?
«I dati del rapporto Censis mostrano che la possibilità di fare esami da casa non è tra le motivazioni evidenziate degli studenti nella scelta delle telematiche. La priorità, per molti di loro, è conciliare studio, lavoro e famiglia. Gli esami online non rappresentano una scorciatoia. Le piattaforme prevedono didattica sincrona e asincrona, questionari di fine lezione e test intermedi. Questi strumenti garantiscono l’affidabilità del percorso didattico prima dell’esame. Chi prova a “bypassare” il percorso di avvicinamento e preparazione all’esame, in verità può farlo anche nelle università tradizionali,quindi il fattore determinante resta il senso di responsabilità dello studente e la capacità di valutazione del docente».
Come docenti vi ritenete sufficientemente formati per valutare uno studente anche in un ambiente digitale?
«Io credo che la pandemia abbia rappresentato uno snodo. Tutti i docenti sono stati costretti a formarsi sulla didattica e sugli esami da remoto, inizialmente in modo improvvisato, poi consolidando competenze. Oggi la gestione della didattica online e degli esami da remoto è un mestiere consolidato. Ci sono strumenti per rendere le prove serie e attendibili, sia per esami scritti che per quelli con interazione diretta».
Per quanto riguarda il rapporto tra docente e studente, gli esami e le lezioni a distanza rischiano di rendere la relazione più fredda e burocratica, oppure rappresentano semplicemente uno spazio diverso ma altrettanto significativo?
«È corretta la sua seconda ipotesi. Nelle università tradizionali le aule affollate, talvolta, impediscono un contatto personale significativo. Nelle telematiche, la didattica sincrona permette di creare empatia e dialogo tra studente e docente. Inoltre, la tecnologia rende l’accessibilità del docente più frequente. I ricevimenti online possono avvenire con molta frequenza, mentre in presenza inevitabilmente sono limitati, se va bene, a una volta a settimana. Quindi, la fondamentale esigenza dello studente di percepire il docente come disponibile e vicino alle sue esigenze, può essere garantita con efficacia anche nelle telematiche».
Da docente, cosa la colpisce di quanto restituito dal rapporto Censis sulla didattica online?
«Più di tutto,gli esiti delle interviste ai laureati, che ha rappresentato lo specifico focus del primo Rapporto sull’educazione digitale in Italia. Il 45,1% ha detto che non si sarebbe laureato senza la possibilità di seguire un’università telematica, e un altro 39% che forse ci sarebbe riuscito ma in tempi più lunghi. Questo, a mio avviso, conferma il ruolo complementare delle università telematiche rispetto a quelle tradizionali. Non si tratta di competere su un mercato, ammesso che quello del bacino degli studenti, attuali o potenziali, possa essere qualificato come un mercato, quanto piuttosto di allargare nel nostro Paese la platea di studenti universitari e conseguentemente di laureati, garantendo anche l’accesso agli studi a condizioni economiche accettabili pur nella garanzia di un’offerta formativa di qualità. Del resto, le debolezze del sistema e il ritardo dell’Italia rispetto ad altri Paesi, europei e non solo, sul numero e sulla percentuale di laureati rispetto al totale della popolazione attiva, sono dati noti, e chiunque abbia una responsabilità nel settore, grande o piccola, dovrebbe sentirsi impegnato a concorrere a colmare tale divario».
