Sofri risponde a Calabresi: «Sono innocente. Ero dalla parte di Pino Pinelli, e sono rimasto là»

Cinquantaquattro anni dopo l’omicidio del commissario Luigi Calabresi, si riaccende il dibattito sulla sua morte. «Io dico che sono innocente, e che il tormentato itinerario giudiziario che abbiamo attraversato è stato dolosamente ingiusto»: con queste parole Adriano Sofri, ex leader di Lotta Continua, risponde a Mario Calabresi, giornalista, scrittore e figlio del commissario, che nel programma tv La confessione condotto sa Peter Gomez aveva detto, alcune settimane fa: «Non ci siamo mai parlati con Adriano Sofri, ma prima della fine della sua vita sarebbe bello e prezioso verso di noi se, anzicchè barricarsi come ha fatto per tanto tempo dietro a mille distinuo, dicesse una parola di verità».
La replica di Sofri
Dalle colonne del Foglio, dove tiene la rubrica Piccola posta, Adriano Sofri racconta che «tante volte» ha avuto occasione di parlare con Gemma Capra, la vedova del commissario Calabresi, esprimendo «dispiacere per i modi dell’accanita campagna di Lotta Continua contro Luigi Calabresi, assumendomene la responsabilità piena. Anche quando non ne ero stato affatto autore, ma per la fiducia di cui godevo fra i miei compagni e le mie compagne, e la responsabilità che me ne veniva. Io ero dalla parte di Pino Pinelli, e sono rimasto là». Nella trasmissione di Gomez, Calabresi ha ricordato che sua madre Gemma ha perdonato Adriano Sofri, «anche se lui non ha mai chiesto il perdono». La vedova del commissario ha infatti raccontato il suo percorso di perdono nel libro La crepa e la luce. Sulla strada del perdono. La mia storia, e lo ha ribadito anche durante diversi interventi pubblici. Ma Calabresi ha anche aggiunto che lui e i suoi fratelli apprezzerebbero se Sofri «avesse il coraggio di una parola di verità». È questa richiesta ad aver innescato la risposta di Sofri: «Forse lei – scrive sul Foglio rivolgendosi a Calabresi – chiedendomi una parola di verità, dunque ripetendomi che mento, non pretendeva, per sé e per i suoi fratelli, una confessione, ma una qualche altra argomentazione sugli anni, gli errori gli orrori i rimpianti?».
Cosa successe negli anni di Piombo
L’omicidio del commissario Luigi Calabresi è datato 17 maggio 1972, ma per capire quello che accadde bisogna fare un passo indietro, fino al 12 dicembre 1969, giorno in cui a Milano esplose la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana, che provocò 17 morti e 88 feriti. Oggi sappiamo, grazie a una sentenza della Cassazione del 2005, che a mettere quella bomba furono esponenti dell’organizzazione neofascista Ordine Nuovo. Ma nel dicembre del ’69 le indagini si erano orientate verso ambienti anarchici: tra i fermati ci fu Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico milanese. Pinelli venne trattenuto in Questura per interrogatori che durarono tre giorni e nella notte tra il 15 e il 16 dicembre 1969 precipitò da una finestra del quarto piano della Questura di Milano e morì. Il commissario Calabresi, che seguiva le indagini sugli ambienti anarchici, non era nella stanza al momento della caduta di Pinelli, come si legge nell’ordinanza del giudice istruttore Gerardo D’Ambrosio del 1975. Nonostante questo, però, il commissario diventò il bersaglio di una campagna d’odio portata avanti dal quotidiano Lotta Continua, che lo accusò pubblicamente di aver ucciso l’anarchico Pinelli.
Il delitto Calabresi
La campagna di Lotta Continua culminò nell’omicidio del commissario, il 17 maggio 1972: un commando esplose contro di lui colpi di pistola mentre saliva sulla sua auto. Dopo un iter processuale particolarmente travagliato, solo nel 1997 si è arrivati a una sentenza definitiva della Cassazione che ha individuato in Ovidio Bombressi e Leonardo Marino gli esecutori materiali del delitto, mentre Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri sono stati condannati per il reato di concorso morale in omicidio. Sofri ha scontato la sua pena di 22 anni ed è tornato libero nel 2012.
FOTO: Stefano Carofei per Imagoeconomica
