Arianna Meloni e il referendum: «Andremo tra la gente a spiegare la riforma»

Saremo tra la gente a spiegare la riforma. Non abbiamo paura del referendum, che non è un voto su Giorgia Meloni. E le elezioni anticipate sono escluse. In un’intervista al Corriere della Sera Arianna Meloni, capo della segreteria politica di Fratelli d’Italia, spiega che quella della giustizia «è una riforma storica che gli italiani attendono da più di 30 anni. Il governo ha fatto il suo dovere portando a compimento uno dei punti più importanti del programma, ora i cittadini sono chiamati a scegliere se cambiare o no il sistema giudiziario che si è visto in questi ultimi anni».
E che quello del referendum «non è un voto su Giorgia Meloni, come qualcuno vorrebbe far passare. Il giudizio su quello che avrà fatto il governo arriverà alle elezioni del 2027, fino a quel giorno continueremo a lavorare per gli italiani e per la nostra nazione, forti del mandato politico ricevuto. Quello che bisogna avere ben chiaro è che i governi passano, le riforme restano, e la riforma della giustizia è una grande riforma».
La riforma
La sorella di Giorgia dice di non temere la rimonta del no nei sondaggi: «Vedremo il giorno del voto quello che succederà. Abbiamo fatto solo quello che avevamo promesso in campagna elettorale, starà ai cittadini dire se vogliono continuare ad avere un sistema giudiziario che negli ultimi anni ha mostrato molte fragilità, perdendo autorevolezza e la fiducia degli italiani, o se vogliono finalmente cambiarlo. Ai cittadini dico: non credete alle bugie di chi evoca cataclismi in caso di sì alla riforma, di chi ci accusa di voler rendere meno indipendente la magistratura quando è esattamente il contrario o chi addirittura si abbandona a gratuite volgarità anche offensive».
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Secondo Arianna la verità è «che è una riforma di buonsenso che mantiene assolutamente intatta l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati e si basa su alcuni pilastri principali: il primo è la separazione delle carriere, per avere davvero un giudice terzo e imparziale che non sia inserito nello stesso percorso del pm, il che oggi crea per forza di cose una vicinanza a volte anche umana, che rischia di non garantire appieno il diritto dei cittadini ad un processo davvero giusto. Il secondo è il sorteggio dei componenti del Csm che servirà a liberare finalmente la magistratura dal pericoloso intreccio con la politica e i magistrati dal giogo delle correnti che hanno occupato il Csm, mortificando molto spesso il merito».
I giudici
E anche se molti giudici non sono d’accordo, «io sono convinta che i tantissimi magistrati che ogni giorno fanno il loro dovere sono con il Sì perché non dovranno più assecondare il capocorrente di turno per fare carriera, ma potranno confidare solo sulle loro capacità. Il terzo è l’istituzione dell’Alta Corte Disciplinare, qualificata e indipendente, che giudichi davvero l’operato dei magistrati che sbagliano. Come in ogni professione, chi sbaglia paga. Non è che chi ha vinto un concorso in magistratura diventa infallibile a prescindere: siamo tutti esseri umani, anche i magistrati».
L’indipendenza
Secondo Arianna l’indipendenza dei magistrati «è garantita. Con la riforma togliamo alla politica il potere di eleggere i membri laici. In questa campagna referendaria racconteremo semplicemente la verità. Come abbiamo sempre fatto. Diremo loro: se vi piace come è stata amministrata la giustizia fino a oggi e non volete cambiarla dovete votare No, se non vi piace al contrario avete l’occasione storica per cambiare e votare Sì».
Quanto all’impegno della premier in campagna elettorale, «non so come vorrà comunicare Giorgia, che è impegnata su tutti i fronti delle politiche di governo. Ora è in Belgio per un pacchetto sulla competitività, lavora per raggiungere quei risultati di cui siamo fieri, il Pil che cresce, lo spread ai minimi, la credibilità e la forza internazionale, l’aumento dell’occupazione, le cose su cui saremo giudicati nel 2027. E comunque la sua su questo tema l’ha già ampiamente detta: è una riforma per gli italiani, appunto, non per la politica e non contro i magistrati».
