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Il bimbo dal cuore bruciato, il Berlin Heart e l’ipotesi di stop alle terapie: «Così è tortura»

17 Febbraio 2026 - 06:34 Alessandro D’Amato
bimbo cuore bruciato cuore artificiale berlin heart stop terapie
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Resta in lista d'attesa. Ma il cuore artificiale potrebbe produrre danni. Simonini della Società italiana di anestesia: i genitori e il comitato etico dovranno decidere se staccare la spina

Il bambino dal cuore bruciato resta in lista d’attesa per il trapianto. Ma le sue condizioni sono gravi. Rimane ancora l’opzione di lasciarlo in lista. Ma nel comunicato di ieri del Monaldi, si aggiunge si valuteranno «anche ulteriori trattamenti terapeutici in aggiunta al trapianto». Probabilmente il Berlin heart, cioè un cuore artificiale usato per i bambini. Ma per il corretto funzionamento sono necessarie cannule che potrebbero provocare infezioni. E il paziente di due anni e tre mesi è immunodepresso. Ma gli esperti potrebbero anche toglierlo dalla lista: «Se diranno che non è trapiantabile — dice Carlo Pace Napoleone, direttore della cardiochirurgia pediatrica del Regina Margherita di Torino — dovranno riunire una commissione e valutare il caso. Se venisse tolto dalla lista non avrebbe più senso tenerlo in vita».

Il bambino dal cuore bruciato e il Berlin Heart

La Repubblica spiega oggi che il cuore artificiale Berlin Heart è un ventricolo di silicone che pompa sangue dall’esterno. «Il problema è che per farlo funzionare è necessario mettere nel torace delle cannule che sono a rischio infezioni. E il bambino di Napoli è immunodepresso perché è stato trapiantato», spiega Pace Napoleone. I farmaci che riducono il rischio di rigetto hanno l’effetto collaterale di poter sviluppare infezioni gravi. Il bambino ne ha già una, hanno detto i medici del Bambino Gesù. Il cuore artificiale si usa per chi aspetta il trapianto. «Su un nostro paziente lo abbiamo usato per due anni», dice il dottore. Intanto il paziente è attaccato all’Ecmo, la macchina per la circolazione extracorporea. E lo è dal 23 dicembre 2025, ovvero da più di 50 giorni.

Intrapiantabile

Per questo, secondo Alessandro Simonini, responsabile della sezione materno infantile della Società italiana di anestesia e rianimazione, che lavora in cardiochirurgia nelle Marche «va creata una équipe con un intensivista, un cardiologo, un cardiochirurgo un pediatra. Vanno poi coinvolti i genitori, il comitato etico e bisogna valutare la prognosi». Questo gruppo dovrebbe decidere se staccare la spina. «L’esperienza dice di non mollare con i bambini, perché hanno capacità di ripresa. Prolungare i tentativi ci sta. È vero però che una permanenza in Ecmo così prolungata come quella del bambino di Napoli impatta sulle condizioni di salute», conclude Simonini.

Quando si stacca l’Ecmo

L’Ecmo viene staccato, spiega Pace Napoleone «quando c’è un’emorragia cerebrale massiva o un’embolia che porta alla morte cerebrale. Ma si decide di staccare anche quando a causa di una serie di problemi irreparabili agli organi non ha più senso tenere in vita il paziente. Ma quello lo deve decidere la commissione che segue il caso». Il biotecista Carmine Pecoraro, già direttore del Centro trapianti di rene del Santobono, e oggi segretario del Comitato di bioetica della Società italiana di pediatria, spiega: «Andrà risolto un grande dilemma bioetico: qual è il miglior interesse del paziente. Bisogna capire che garantire la persistenza dei processi biochimici che sostengono la vitalità con procedure altamente invasive e senza prospettiva di sopravvivenza equivale a tortura».

Le condizioni

L’Heart team che «porterà al Monaldi gli specialisti delle strutture italiane con i maggiori volumi in termini di trapianto pediatrico per una rivalutazione congiunta al letto del paziente» si svolgerà domani a conclusione di «un lavoro sotto traccia», fa sapere il Mattino. Guido Oppido, il chirurgo che ha operato già il bimbo, dice che rimarrà nella lista d’attesa. Secondo il quotidiano fegato, polmoni e reni sono già nella fase del deterioramento progressivo, difficilmente reversibile.

Ma il cervello, secondo elettroencefalogramma, Tac ripetute e valutazioni dei neurologi convocati anche dal polo pediatrico partenopeo Santobono, dimostrerebbe di dare segnali di attività. Il Bambino Gesù di Roma sulla base delle cartelle cliniche ha già espresso una valutazione: non solo non ravvisa «le condizioni per un nuovo trapianto di cuore», ma indica altri fattori clinici con «controindicazione assoluta» per l’elevatissimo rischio di mortalità post-operatoria e una «insufficienza multiorgano avanzata» che coinvolge polmoni, reni e fegato. Ma domani la consulenza sarà fatta «al letto del paziente».

Il testimone

Intanto nell’inchiesta si ipotizza un deficit di comunicazione alla base dell’errore sul cuore da trapiantare. A testimoniare in procura il dirigente Giuseppe Limongelli, ex direttore del follow up del Monaldi. Il pm Giuseppe Tittaferrante, titolare del fascicolo sotto il coordinamento del procuratore aggiunto Antonio Ricci e dello stesso procuratore Nicola Gratteri, l’ha ascoltato per tre ore. Limongelli si è dimesso il 29 dicembre scorso. Ha spiegato il testimone: qualcosa è saltato nella comunicazione, possibili errori e silenzi tra le équipe che sono entrate in gioco, tra i medici napoletani che sono sbarcati in Alto Adige e quelli che hanno dato inizio all’intervento a Napoli sul piccolo paziente.

Le domande

Ma restano aperte molte domande ancora. Quelle del Mattino: chi ha fornito quel ghiaccio secco ai napoletani? Si è trattato di uno scambio ratificato da una procedura formale, magari indicata nelle cartelle cliniche o di un passaggio estemporaneo, inatteso, non prevedibile nella fase iniziale della mission? Restiamo al contenitore. Si sarebbe trattato di un recipiente dozzinale e non di una box termica di ultima generazione. Perché questa scelta?

Immagine di copertina da: Youtube – The Berlin Heart – Avrie’s Case Study

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