Sanremo: dalle autrici sotto pseudonimo ai due interpreti per ogni canzone, ecco tutte le curiosità sui Festival del passato

Il Festival di Sanremo è diventato una liturgia collettiva, un rito mediatico, un momento di condivisione. Siamo abituati a pensarlo come uno spazio di libertà creativa, di rotture improvvise, di momenti virali che nascono sul palco e finiscono sui social nel giro di pochi secondi. Ma non è sempre stato così, anzi, per molti anni il Festival è stato l’esatto contrario di quello che oggi raccontiamo su Instagram, X e TikTok. Era un evento rigidissimo, controllato, mondano più che popolare. E mentre manca pochissimo all’inizio della 76ª edizione del Festival di Sanremo, guardare indietro non è nostalgia ma è il modo migliore per capire quanto il Festival sia cambiato e quanto, nel frattempo, siamo cambiati anche noi.
L’invenzione del Festival
Il Festival della Canzone Italiana nasce nel 1951 su iniziativa dell’Azienda Autonoma di Soggiorno di Sanremo, presieduta da Amilcare Rambaldi. L’obiettivo non era creare un appuntamento musicale destinato a entrare nella storia, ma rilanciare il turismo invernale in una città che viveva soprattutto d’estate. La prima edizione – datata 1951 – non si svolse al Teatro Ariston, ma nel Salone delle Feste del Casinò. L’ambiente ricordava più un caffè-chantant che uno studio televisivo: si cenava ai tavolini, si parlava durante le esibizioni, si fumava. Il pubblico non era tenuto al silenzio perché Sanremo non era ancora “spettacolo”, ma mondanità.
Per firmare una canzone serviva (quasi sempre) un nome maschile
Nel 1951 uno dei brani più apprezzati fu La luna si veste d’argento, interpretato da Nilla Pizzi e Achille Togliani. Il testo era di Ornella Ferrari, che però firmò con lo pseudonimo Biri. Non era una scelta artistica, ma una necessità. Nel dopoguerra, l’ambiente musicale era dominato dagli uomini e molte autrici ricorrevano a pseudonimi neutri o maschili per evitare pregiudizi. Un dettaglio che racconta quanto il Festival fosse allora lo specchio fedele di una società ancora fortemente maschilista.
Tre cantanti per venti canzoni
Alla prima edizione, le 20 canzoni in gara furono affidate a soli tre interpreti: Nilla Pizzi, Achille Togliani e il Duo Fasano. Nilla Pizzi cantò otto brani, tra cui Grazie dei fiori, che vinse il Festival. Oggi Sanremo è una vetrina affollata di identità musicali diverse; all’inizio, invece, il centro era la canzone, non l’artista.
Una donna sola sul podio

Nel 1952, Nilla Pizzi occupò l’intero podio con Vola colomba (1° posto), Papaveri e papere (2°) e Una donna prega (3°). È un caso unico nella storia del Festival, impensabile oggi, quando la competizione è anche — e soprattutto — un confronto di linguaggi, generazioni e immaginari.
Quando Sanremo non si vedeva
Dal 1951 al 1954, il Festival fu un evento esclusivamente radiofonico. La prima trasmissione televisiva arrivò solo nel 1955, quando la televisione italiana era agli albori e raggiungeva pochissime famiglie.
Nel 2026, al contrario, Sanremo nasce già “pensato” per essere moltiplicato: TV, streaming, clip social, commenti in tempo reale.
Quando Louis Armstrong fu fermato perché cantava troppo
Nel 1968, sul palco dell’Ariston salì il jazzista statunitense Louis Armstrong. Un evento storico, diventato però anche uno dei più paradossali. Armstrong iniziò a cantare in italiano, ma superò i rigidi limiti di durata imposti dal regolamento. A interromperlo fu Pippo Baudo, allora presentatore. Sforare anche di pochi secondi poteva comportare penalizzazioni. Armstrong commentò ironicamente di essersi sentito «pagato troppo per cantare così poc». Oggi, quell’imprevisto sarebbe probabilmente celebrato come momento virale.
Ogni canzone aveva due interpreti
Dal 1953 al 1971, ogni brano veniva presentato da due interpreti diversi, spesso uno affermato e uno emergente. Il caso più noto resta Ciao amore ciao (1967), cantata da Luigi Tenco e Dalida. Proprio durante quel Festival il cantante si tolse la vita nella sua stanza dell’Hotel Savoy di Sanremo, deluso dall’eliminazione dalla gara. Nella camera, accanto al suo corpo, venne trovato un biglietto che recitava: «Io ho voluto bene al pubblico italiano e gli ho dedicato inutilmente cinque anni della mia vita. Faccio questo non perché sono stanco della vita (tutt’altro) ma come atto di protesta contro un pubblico che manda Io tu e le rose in finale e ad una commissione che seleziona La rivoluzione. Spero che serva a chiarire le idee a qualcuno. Ciao. Luigi»

L’Ariston non è sempre stato “casa”
Prima del 1977, il Festival cambiò più volte sede. È con Bella da morire degli Homo Sapiens che il teatro Ariston diventa definitivamente il teatro simbolo di Sanremo. Da allora, quel palco è entrato nell’immaginario collettivo tanto quanto le canzoni.
Il Festival senza orchestra (e il dietrofront)
Nel 1990, la Rai tentò di eliminare l’orchestra dal vivo. Le proteste — da parte di musicisti, addetti ai lavori e pubblico — furono tali che l’idea venne rapidamente abbandonata. Da allora, l’orchestra è tornata a essere uno degli elementi identitari del Festival, simbolo di continuità in mezzo ai cambiamenti.
I record di Sanremo
La finale del 1987, vinta da Gianni Morandi, Enrico Ruggeri e Umberto Tozzi con Si può dare di più, raggiunse circa il 77% di share. Numeri oggi irraggiungibili, in un panorama frammentato tra piattaforme, streaming e social network. Eppure Sanremo resta centrale, perché ha cambiato forma: meno monopolio dell’ascolto, più centralità nella conversazione.
FOTO: L’ex presentatore Rai Nunzio Filogamo in una foto d’archivio mentre presenta il Festival di Sanremo del 1951. ANSA
