Tutte le botte che ha preso Valerio Staffelli: «Nasi rotti, calci e pugni: ma non ho mai mollato»

Valerio Staffelli, inviato da trent’anni di Striscia la notizia, racconta la sua storia. In un’intervista a La Stampa Stafelùn – come lo chiama l’amico Fiorello – ha cominciato a lavorare a Rete 4 con Diego Abatantuono. «Per quattro mesi ho interpretato un personaggio in onda su una tv nazionale, Euro TV. Solo più tardi quando Diego, Paolo Rossi e Salvatores costituirono la Colorado Films fui coinvolto in Kamikazen – Ultima notte a Milano e Nirvana . Gli anni passavano e sulla mia strada arriva Umberto Smaila», dice.
Staffelli e Smaila
«Eh sì, nacque il suo locale, lo Smaila’s, le estati in Sardegna, la tv del pomeriggio, le serate che mi insegnarono cos’era il ritmo della televisione. Per un bel po’ ho continuato a darmi da fare finché arrivò Scherzi a Parte: il colloquio con Davide Parenti (il deus ex machina) fu pazzesco e da lì settanta scherzi in tre edizioni», dice. Poi la nazionale artisti: «Giocavo con Lorenzo Beccati, la voce del Gabibbo, uno degli autori più importanti e determinanti per il successo di Striscia. La tv mi piaceva da morire, era quello che volevo fare e a forza di provini arrivarono I Guastafeste con Luca Barbareschi e Massimo Lopez e i viaggi in Italia a caccia di storie da ribalta».
La chiamata di Antonio Ricci
La chiamata di Antonio Ricci per Striscia la notizia è di trent’anni fa: «Era il 1996. Mi dice: “Vuoi fare l’inviato? Non ci pensare: ho un servizio per te”. Figuriamoci, come mi potevo sentire? Ricci? Striscia la notizia? Inviato? Ero al settimo cielo. Mi fiondai a Roma da Enzo Siciliano: era il presidente della Rai e non voleva farsi intervistare. Ricordo che corse in macchina per evitarmi e mi chiuse la mano nella portiera. Il patatrac. Mi misi a urlare, ma ormai le mie dita erano rosse come salsicce, ma ancora attaccate alla mano. Non sapevo come dirlo a Ricci. Siciliano non mi aveva risposto, anzi. Dissi ad Antonio come erano andate le cose ma ero certo che avrei ricevuto un rimbrotto o, alla peggio, che la mia carriera da inviato sarebbe finita lì. Al contrario, Ricci al telefono disse: “Come stai? Bene? Sei riuscito a riprendere tutto? Ci sono le immagini della mano nella portiera? Sì? Beh, allora benvenuto nella grande famiglia di Striscia”».
Il tapiro d’oro
Poi spiega come nacque l’idea del Tapiro d’oro: «Antonio ne aveva uno in ufficio che aveva preparato per il Gabibbo perché in Liguria, quando sei triste e con il muso lungo, si dice che sei attapirato; l’idea di consegnare quel “muso lungo” a chi, dai personaggi dello spettacolo, alla politica o altro, fosse immusonito per qualcosa fu vincente». A volte rischiando: «Con Mike Bongiorno fu durissima: stizzito, spaccò il Tapiro e il suo bodyguard la telecamera, ma Ricci disse: “Ti avevo detto di non farlo arrabbiare”. E io: “Fidati, le immagini fanno ridere ed entreranno nella storia di questo programma”. Ricci le vide e mi diede ragione». Anche con Maradona: «Pura emozione: Palleggiammo di testa per qualche secondo. Per me fu come incontrare un alieno. Diego fu affettuoso e gentile».
I clienti difficili
Ci sono anche stati clienti difficili: «Celentano: dieci giorni di appostamenti a Galbiate mascherati da fan, fra orari misteriosi e uscite imprevedibili. Quando finalmente arrivò, fu strepitoso e affettuoso. Il pubblico ama il Tapiro perché prima lo rifiuta, poi lo vuole, poi ne vuole altri: è un rito italiano». E poi gli infortuni: «Il naso rotto da Fabrizio Del Noce, il calcio nelle mie parti intime dai Sottotono, gli ospedali, i rischi… Le difficoltà non sono mancate eppure non ho mai pensato, nemmeno per un secondo, di mollare». Il segreto: «Non condannare mai: porre domande che insinuano dubbi, senza dare sentenze o colpire. Nel tempo ho fatto sempre più inchieste: ciò che mi spinge è dare voce a persone che nessuno ascolta».
