Legge elettorale, dal premio di maggioranza al Senato al “tetto” al listino: tutti i dubbi da sciogliere sullo “Stabilicum”

La nuova legge elettorale non è ancora nata – anche il nomignolo Stabilicum non proprio di impatto è in corso di revisione – ma è già partito lo scontro a suon di accuse sulla sua legittimità costituzionale. E, con queste, anche i dubbi su come si possano sciogliere alcuni nodi nella possibile bozza partorita la notte del 25 febbraio dagli sherpa di maggioranza che lascia ancora molti scettici in entrambi gli schieramenti.
Il problema Senato
Alcuni di questi nodi, per la verità, non convincono nemmeno gli esperti di maggioranza e potrebbero essere ulteriormente modificati prima dell’approdo in parlamento del testo. Tre sembrano essere i problemi principali. Il primo è il premio di maggioranza nazionale anche al Senato. La costituzione è molto chiara sul fatto che il Senato debba essere eletto su base regionale e che quindi questo potrebbe impedire il premio di 35 seggi totali con il 40% degli eletti ipotizzato per palazzo Madama stando alle anticipazioni di agenzia (per la Camera l’ipotesi è che i seggi in più siano 70, con un ballottaggio tra il 35 e il 40%).
Gli sherpa del centrodestra avrebbero rassicurato i partiti della coalizione sul fatto che il premio sarebbe “declinato su base regionale” ma garantirebbe comunque il totale di 35 seggi. In sostanza, alla coalizione vincente su base nazionale verrebbero dati i nomi di “listino” scelti scelti in base alla popolazione delle singole regioni. C’è chi storce il naso e chi ricorda che, anche oggi, se una lista passa il quorum solo su base regionale (prendendo magari il 20 ma in una singola regione) viene comunque esclusa se non ha il 3%. Ma un ricorso alla Consulta sarebbe quantomeno possibile.
Il nodo preferenze
Alcuni costituzionalisti hanno rilevato che c’è un problema riguardante i listini bloccati. Facendo saltare i collegi uninominali e mantenendo solo i listini, gli elettori perderebbero la possibilità di scegliere l’eletto locale ma dovrebbero accontentarsi di una indicazione su un numero piuttosto ampio, un tema che potrebbe portare a rilievi da parte della Consulta, certo, ma che potrebbe indebolire soprattutto i partiti più radicati sul territorio ad esempio, restando al centrodestra, Fratelli d’Italia. Per questo motivo la partita sui collegi elettorali non viene considerata chiusa. Anche la Lega avrebbe proposto di scegliere collegi piccoli in modo che il rapporto elettore-eletto sia in qualche modo salvaguardato (ma senza togliere dalle mani del segretario la possibilità di decidere chi mandare in parlamento).
Il tetto al premio
Molta discussione riguarda poi l’effetto del premio “fisso” (70 deputati e 35 senatori) a prescindere dal risultato elettorale effettivo. Prima di tutto perché il premio varierebbe il suo impatto a seconda della vittoria della coalizione e perché il premio di maggioranza sarebbe tutto preso alla minoranza, con un tema di rappresentatività del parlamento. Per come sono composte oggi le coalizioni e alla luce della rappresentatività piuttosto contenuta dei partiti fuori dagli schieramenti, molto difficilmente la coalizione che vincerà le elezioni avrà effettivamente solo il 40% dei voti (che le garantirebbero comunque il 49,5% degli eletti).
Dal 50% scatterebbe di fatto il 58,9% degli eletti, dal 55 il 62%, ma per evitare distorsioni, si ragiona anche nella maggioranza, andranno fissati limiti chiari sul tetto massimo oltre il quale il premio di maggioranza non sarà più indispensabile.
