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Ascolti tanta musica? Ecco i fattori a cui devi fare attenzione per evitare problemi di udito

27 Febbraio 2026 - 09:27 Gemma Argento
udito
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Non si tratta solo di volume, ma anche della dose sonora a cui sottoponiamo le nostre orecchie e della nitidezza del suono

Milioni di persone nel mondo ascoltano musica ogni giorno, spesso con auricolari o cuffie, e sempre più a lungo. La scienza dell’udito ha approfondito negli ultimi anni non solo se e quanto i suoni forti possono danneggiare l’orecchio, ma anche come questo accade a livello fisiologico e funzionale, spesso prima che la perdita sia evidente nei test standard. Ecco tre aspetti importanti e forse meno conosciuti per comprendere come funziona l’udito e come può modificarsi nel tempo.

L’hidding hearing loss (perdita uditiva nascosta)

Se ascolti molta musica, magari in cuffia durante il lavoro, in palestra, in metropolitana, potresti pensare che finché non abbassi il volume o non senti un fischio persistente, il tuo udito sia perfettamente al sicuro. In realtà la questione è un po’ più sottile. Il test dell’udito più comune, chiamato audiogramma, misura la soglia uditiva che corrisponde al suono più debole che riesci a percepire in un ambiente silenzioso. Ma nella vita reale quasi mai ascoltiamo nel silenzio assoluto. Parliamo in ristoranti affollati, rispondiamo al telefono mentre sotto c’è musica. Negli ultimi anni la ricerca ha descritto una condizione chiamata “hidden hearing loss”, letteralmente “perdita uditiva nascosta”. Significa che si può avere un audiogramma normale, quindi risultare in linea con i parametri del test, e allo stesso tempo iniziare ad avere più difficoltà a sentire nelle situazioni complesse.

Perché succede

L’esposizione ripetuta a suoni intensi può alterare alcune connessioni microscopiche tra le cellule dell’orecchio interno e il nervo acustico. Si tratta delle sinapsi, punti di contatto minuscoli essenziali per il funzionamento delle cellule ciliate della coclea: quelle cellule sensoriali dell’orecchio interno dotate di “microciglia” che si piegano quando arrivano le vibrazioni e che trasformano il suono in impulsi elettrici diretti al cervello. Se una parte di queste sinapsi si danneggia, le cellule possono continuare ad “attivarsi” quando arriva un suono debole, quindi il test dell’udito può risultare normale. Ma il segnale che raggiunge il cervello è meno preciso e meno sincronizzato. Il risultato non è necessariamente “sentire meno” ma sentire con meno chiarezza, soprattutto quando i suoni sono complessi o sovrapposti.

Il fattore tempo

Se il rischio dipende dalla dose sonora, la prevenzione segue la stessa logica. Conta l’intensità certo ma conta anche e soprattutto il tempo. Non è solo questione di volume ma per quanto tempo e con quale frequenza quell’ascolto si ripete nel corso della giornata e degli anni. In metropolitana, in strada, in palestra si tende ad alzare il volume della musica per coprire il rumore di fondo. È proprio in queste situazioni che la dose aumenta senza che ce ne accorgiamo. Utile a ridurre lo stress acustico sarà quindi l’utilizzo di dispositivi che isolano i suoni dall’esterno. Conta poi la continuità. Dopo molte ore di esposizione può comparire quella sensazione di ovattamento temporaneo: è il cosiddetto innalzamento temporaneo della soglia. Nella maggior parte dei casi passa, ma ascoltare senza pause prolunga la sollecitazione delle strutture più delicate dell’orecchio interno. Interrompere l’ascolto, alternare momenti di silenzio e distribuire la musica nel tempo riduce il carico cumulativo.

L’orecchio non distingue tra musica e rumore

Se due suoni hanno la stessa intensità in decibel perché uno viene percepito come piacevole e l’altro come fastidioso? Dal punto di vista fisico non c’è alcuna differenza tra un suono piacevole, come il brano che mettiamo in riproduzione automatica e ascoltiamo decine di volte, e un suono che invece ci provoca fastidio. Se due segnali hanno la stessa intensità in decibel trasportano una quantità identica di energia acustica. L’orecchio interno non interpreta il significato del suono: registra vibrazioni che mettono in movimento il liquido della coclea e piegano le cellule ciliate. Da qui la trasformazione dell’energia in impulsi elettrici diretti al cervello. L’orecchio misura frequenze e ampiezza, non sa se quel segnale è musica o rumore. Ma allora dove sta la differenza? Nel sistema nervoso centrale. è qui che risiede il nostro modo di percepire la musica e che il suono acquista un’interpretazione. La musica che dall’orecchio arriva al cervello attiva circuiti legati alla ricompensa, all’emozione e alla memoria. Un suono significativo secondo questi criteri viene percepito dal cervello come meno invasivo anche se portatore della stessa identica energia acustica del rumore fastidioso o caotico (e che richiederà all’orecchio lo stesso lavoro). Il rumore a sua volta sarà capace di attivare a livello cerebrale sistemi di allerta e risultare disturbante anche alla stessa intensità del suono piacevole. Questo significa che la percezione soggettiva non sempre riflette l’impatto fisico periferico. Va da sé come dal punto di vista della salute uditiva sia quindi importante sapere quanto un suono all’apparenza piacevole non risulti meno impattante per il nostro orecchio e potenzialmente dannoso.

Gli effetti di un ascolto sbagliato

Quando l’udito inizia a risentire di un’esposizione sonora ripetuta, il primo cambiamento raramente riguarda il volume in senso stretto. Ciò che tende a modificarsi prima è la precisione con cui vengono codificate le frequenze alte, una componente fondamentale della nitidezza del suono. Ad esempio nel parlato, le vocali trasportano gran parte dell’energia complessiva della voce, ma sono le consonanti, in particolare “s”, “f”, “t”, “k”, “ch”, a dare  le informazioni più fini e distintive. Questi suoni contengono una quota rilevante di energia nelle alte frequenze, tra i 3.000 e gli 8.000 Hertz, un range fondamentale per riuscire a distinguere per esempio parole simili tra loro. Se la sensibilità in questa regione si riduce anche solo lievemente, il volume può sembrare invariato ma la voce perde definizione. Con la musica il meccanismo è analogo. Le alte frequenze contribuiscono alla brillantezza dei piatti della batteria, all’attacco degli strumenti ad arco, alle armoniche superiori della voce, a quella sensazione di “aria” che rende il suono tridimensionale. Quando la codifica di questa porzione dello spettro diventa meno precisa, l’effetto non è un abbassamento globale del suono, ma una riduzione della finezza e della trasparenza. Nella nostra canzone preferita le alte frequenze sono quelle che rendono il suono brillante: fanno risaltare i piatti della batteria, definiscono l’attacco degli archi e danno alla voce quella nitidezza che la rende incisiva. Se questa parte dello spettro viene percepita con meno precisione, il volume generale non cambia, ma il suono appare meno definito e meno limpido. È come se mancasse una parte dei contorni e la canzone che conosciamo a memoria può iniziare a suonare leggermente diversa. Può capitare di alzare un po’ il volume per “ritrovare” quella brillantezza, pensando che sia un problema dell’impianto o della qualità dello streaming. In realtà, ciò che si sta cercando di compensare è una lieve riduzione della sensibilità alle frequenze più acute, quelle che contribuiscono alla definizione del suono.

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