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Giorgia Meloni scende in campo per il referendum: «Ecco perché votare Sì. Se vince il No? Il governo non si dimette» – Il video

09 Marzo 2026 - 11:57 Diego Messini
Una clip di quasi 14 minuti della premier per spiegare le ragioni del Sì alla riforma della giustizia: «Non ci saranno altre opportunità»

A meno di due settimane dall’apertura delle urne per il referendum, Giorgia Meloni scende in campo per spiegare agli italiani la riforma della giustizia voluta dal suo esecutivo e per chiedere agli elettori di andare a votare per il Sì. Lo fa con un lungo video postato sui suoi canali social, con tanto di scritte in sovraimpressione e vista mozzafiato alle spalle su Roma. Nel filmato, di quasi 14 minuti, Meloni spiega le ragioni della riforma prima di mandare un chiaro avvertimento politico tanto agli elettori quanto ai suoi avversari politici. «Per convincervi a votare “no” vi stanno dicendo che non conta la riforma e di andare a votare per mandare a casa il governo. Consiglio di non cadere nella trappola, il governo non si dimetterà in caso di vittoria del no», ribadisce la premier, suggerendo come il vero test politico sul governo arriverà ben presto, tra un anno appena (la scadenza naturale della legislatura è a ottobre 2027). «Noi vogliamo arrivare a fine legislatura e farci giudicare alle elezioni politiche su tutto il lavoro fatto. Gli italiani che vogliono mandarci a casa potranno farlo tra un anno. Oggi si vota sulla giustizia e non sulla politica. E se perdiamo quest’occasione di modernizzare la giustizia temo non ne avremo molte altre».

Le tre ragioni per il Sì secondo Meloni

Nel video Giorgia Meloni sottolinea come quella che verrà posto al voto degli italiani il 22 e 23 marzo prossimo sia una riforma «non di destra o sinistra, ma di puro buonsenso». E come essa non sia affatto una riforma contro i giudici, al contrario volta a rendere la magistratura «più libera dai condizionamenti della politica» e di conseguenza più efficace, autorevole, meritocratica. Tre gli snodi essenziali della riforma che Meloni spiega e difende a spada tratta: 1) La separazione delle carriere dei giudici tra inquirenti e giudicanti per assicurare decisioni più eque e imparziali. «È così già nella maggior parte dei Paesi europei, siamo noi l’anomalia», ricorda Meloni, secondo cui dunque è la sinistra che «si oppone a qualsiasi forma di modernizzazione di questa nazione». 2) La riforma del Csm, passando da un sistema di elezione misto tra magistrati (due terzi) e Parlamento (un terzo) al sorteggio tra esperti qualificati, così da spezzare lo strapotere di correnti e partiti e far sì che i membri dell’organo di autogoverno della magistratura possano «esercitate liberamente il loro ruolo perché non dovranno dire grazie a nessuno». 3) L’istituzione dell’Alta corte disciplinare, nuovo organismo che dovrà valutare e sanzionare eventuale errori dei magistrati, che se oggi sbagliano «nella maggior parte dei casi non accade nulla, anzi fanno carriera».

La sfida del referendum e le conseguenze sul governo

«Non è una riforma contro i magistrati, ma contro le degenerazioni di un sistema bloccato che non è mai stato adeguato a un mondo che intorno cambiava», ribadisce nel suo appello agli italiani la premier. Perché, ricorda, «i governi passano, le polemiche pure, le regole restano e incidono sulle vostre vite. Il 22 e il 23 marzo scegliete il cambiamento, aiutateci a liberare la magistratura dalla politica, e a renderla più autorevole e meritocratica». Ma se poi col referendum, così non sarà, fa capire Meloni, per lei e il suo centrodestra sarà un amaro risveglio, certo. Ma non tale da prendere anche solo in considerazione di dimettersi.

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