Nicoletta Romanazzi, la mental coach di Donnarumma e Fedez: «Quando ci ammaliamo il nostro corpo manda un segnale»

Nicoletta Romanazzi, 58 anni, è la mental coach di Marcell Jacobs, Gigio Donnarumma e Fedez. In un’intervista al Corriere della Sera spiega il suo lavoro di allenatrice della mente e parla della sua scuola di coaching. Jacobs ora non lo segue più: «No, infatti. Dopo Tokyo, il nostro lavoro era diventato molto sporadico, ma ci stava. È giusto che gli atleti camminino con le loro gambe». E spiega che il campione «quando incrociava le braccia sul petto, per esempio, abbracciava il suo bambino interiore e lo preparava alla corsa che avrebbero fatto insieme».
Il mental coaching
Ha preparato Fedez per Sanremo: «Ci ho lavorato anche per l’edizione di quest’anno. È riuscito a godersi ogni attimo e, come ha detto lui, è stata la sua migliore esperienza a Sanremo. Sono molto colpita dal suo impegno e dal cambiamento concreto che ho visto: è stato bravissimo». Spiega come ha aiutato Luca Marini, pilota di Moto GP e fratello di Valentino Rossi: «Un giorno disse che aveva problemi nei sorpassi. E mi spiegò che si concentrava sull’ostacolo, cioè sul motociclista, per trovare il modo di superarlo. Io lo incoraggiai a concentrarsi, piuttosto, sugli spazi vuoti. Dopo che lo sperimentò la prima volta in gara, mi telefonò entusiasta: “Nico, non ci crederai, vedevo solo vie di fuga!”».
Problemi e soluzioni
Romanazzi dice che ci concentriamo in modo sbagliato su problemi e soluzioni: «Un esempio semplice è la dieta. Se continuiamo a ripeterci che non dobbiamo mangiare, la fame aumenterà, perché la nostra mente non accetta il rifiuto. Ci aiuta di più dirci: ora voglio mangiare sano, mangiare bene, fare in modo che il mio fisico sia in forma». Poi parla di Donnarumma: «Con una squadra di campioni sempre in attacco, faceva fatica a tenere alta la concentrazione quando gli avversari riuscivano ad arrivare nella sua area. L’ho aiutato a gestire la pressione, perché per i tifosi un gol è sempre colpa del portiere. E a mantenere alta la concentrazione».
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Il peggior nemico
La mental coach spiega che il nostro peggior nemico siamo «noi stessi. Il critico interiore può diventare un killer se non impariamo a riconoscerlo e a dargli il giusto peso. Non è un caso che certi atleti si infortunino spesso. Se guardiamo alla nostra vita, quando cominciamo ad ammalarci spesso, il nostro corpo ci sta chiedendo aiuto per l’eccesso di pressione». Infine, spiega che la sua famiglia era «Patriarcale. Ma mi ha segnata in un modo diverso. Per nove anni ho lavorato nell’azienda di mio padre, pur essendo molto infelice. Quando decisi di intraprendere la strada del coaching, lui mi ostacolò in ogni modo, arrivando a rimproverare mio marito perché mi “faceva uscire” a seguire i corsi».
