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«Non posso pagare la baby sitter per colpa dei turni», il giudice condanna l’azienda: il caso della mamma single commessa da Karl Lagerfeld

11 Marzo 2026 - 17:04 Alba Romano
condanna-karl-lagerfiel-discriminazione-commessa
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Per il tribunale del Lavoro di Roma si è trattato di «discriminazione indiretta». Perché il giudice ha dato ragione alla lavoratrice, madre di una bambina di otto anni che riceverà anche un risarcimento

La Karl Lagerfeld Italia II srl, società legata al celebre marchio di moda, è stata condannata dal tribunale del Lavoro di Roma per «discriminazione indiretta» nei confronti di una commessa impiegata part-time in un punto vendita outlet. La lavoratrice, madre separata di una bambina di otto anni, aveva segnalato «l’incompatibilità tra gli orari di lavoro imposti dall’azienda e le proprie esigenze familiari», non avendo «aiuti» dalla famiglia, né possibilità economiche per «pagare una baby sitter». 

Com’è iniziata la causa

Al termine del giudizio di primo grado, sostenuto dalla Filcams Cgil e seguito dagli avvocati Carlo De Marchis e Flaminia Agostinelli, la giudice Sigismina Rossi ha chiarito nella sentenza che la lavoratrice aveva segnalato di «non poter accudire la figlia quando il turno di lavoro coincideva con il periodo in cui era lei a occuparsi della bambina». Per questo motivo aveva chiesto un orario più compatibile con la necessità di stare accanto alla minore. La donna aveva inoltre spiegato di essere stata spesso «costretta a ricorrere a ferie e permessi» per far fronte alle difficoltà create da quell’organizzazione dei turni.

Perché si tratta di «discriminazione indiretta»

Per il giudice c’è stata dunque «discriminazione indiretta», dato che «il provvedimento apparentemente neutro della modulazione oraria, di cui sono destinatari tutti i lavoratori» di quella sede «è destinato ad incidere in modo diverso nella sfera» di quella lavoratrice, poiché «contiene in sé la potenzialità di porre il lavoratore con esigenza di cura familiare in una posizione di svantaggio». La donna – si legge nella sentenza – chiedeva solo «un piano equilibrato»: non si voleva sottrarre «ai turni anche pomeridiani», ma chiedeva «semplicemente» che venissero «modulati in base ad obblighi familiari» a cui non poteva sottrarsi. Aveva proposto «di lavorare a settimane alterne sia di sabato che di domenica, quando invece il datore di lavoro» chiedeva che «i dipendenti lavorassero almeno o un sabato o una domenica a settimana». Lo «sforzo organizzativo» richiesto, secondo la giudice, era «proporzionato agli interessi in gioco».

Il risarcimento dell’azienda alla commessa

Sempre per il Tribunale, in questo caso «non risulta sia stato posto in essere» da parte dell’azienda «alcuno sforzo organizzativo, sia pure proporzionato, per mettere la ricorrente in condizioni di lavorare». Il giudice ha, dunque, dichiarato la illegittimità di quella «assegnazione dei turni» per «discriminazione» e ha condannato la società di moda al «risarcimento del danno non patrimoniale di 5mila euro», oltre alle spese legali a favore della donna. 

Foto copertina: ANSA/EPA /JUSTIN LANE | Una vista di un negozio Karl Lagerfeld a New York, New York, USA, il 19 febbraio 2019

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