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Green Deal, otto governi Ue contro lo stop all’Ets chiesto dall’Italia: «Sarebbe preoccupante fare un passo indietro»

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La proposta del governo Meloni sarà discussa al Consiglio europeo della prossima settimana. Ecco come funziona il mercato delle emissioni di CO2 dell'Unione europea

Si complica, e non poco, la battaglia del governo italiano per sospendere l’Ets, il mercato europeo di scambio di emissioni di CO2. Nei giorni scorsi, la stessa Giorgia Meloni ha lanciato un appello ai colleghi del Vecchio Continente per fare un passo indietro sul meccanismo che da almeno due decenni costituisce un pilastro della politica climatica dell’Unione europea. La proposta sarà discussa al Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. Ed è proprio in vista di quella data che otto paesi Ue hanno deciso di prendere posizione e opporsi alla richiesta dell’Italia. Si tratta di Danimarca, Olanda, Svezia, Finlandia, Spagna, Portogallo, Slovenia e Lussemburgo.

La lettera di 8 governi Ue contro la proposta italiana

In un non-paper – ossia un documento ufficioso usato in ambito diplomatico – gli otto governi definiscono l’Ets «la pietra angolare della politica climatica dell’Ue» e prendono posizione contro un suo ridimensionamento o, addirittura, una sospensione: «Apportare modifiche fondamentali, mettere in discussione lo strumento stesso o sospenderlo costituirebbe un passo indietro molto preoccupante, non solo in termini di ambizione climatica, ma anche perché indebolirebbe i segnali di prezzo del carbonio che sostengono investimenti e stabilità del mercato».

L’Ets, sottolineano gli otto governi nel documento, «è essenziale per fornire i segnali necessari a rafforzare l’industria europea e guidare la decarbonizzazione e la reindustrializzazione basate su fonti energetiche domestiche, pulite e accessibili, garantendo al contempo la sicurezza economica». Secondo i paesi firmatari, «industria e mercati energetici europei hanno bisogno di un quadro normativo stabile». Modificarlo o sospenderlo equivarrebbe a «distorcere le condizioni di concorrenza, penalizzare chi ha già investito nella decarbonizzazione e rallentare nuovi investimenti».

Come funziona l’Ets

L’Ets, un acronimo che sta per Emissions Trading System, è il principale strumento europeo per la riduzione delle emissioni di gas serra nei settori ad alta intensità energetica, come l’industria pesante, ed è in vigore da circa 20 anni. Il meccanismo che ne regola il funzionamento è molto semplice: far pagare agli inquinatori le emissioni che contribuiscono a riscaldare il pianeta. Per riuscirci, ogni impresa è tenuta a misurare le proprie emissioni e, alla fine dell’anno, consegnare alle autorità il numero di quote pari alle emissioni di anidride carbonica rilasciate in atmosfera. Se ha prodotto meno CO2 rispetto alle quote che possiede, può vendere quelle in eccesso ad altre imprese. Se ha emesso di più, deve acquistare quote aggiuntive. Così facendo, si crea un mercato della CO2, nel quale il prezzo delle emissioni diventa un incentivo economico alla transizione energetica.

La battaglia sulla CO2 al Consiglio europeo

La revisione dell’Ets, già prevista in agenda, si discuterà al Consiglio europeo del prossimo 19 e 20 marzo. Giorgia Meloni guida il fronte dei paesi che chiedono di sospendere il meccanismo. Un’eventualità a cui nemmeno la Commissione europea guarda con troppo favore. «Abbiamo bisogno dell’Ets, ma dobbiamo modernizzarlo», ha detto la presidente Ursula von der Leyen ieri al Parlamento europeo, aprendo di fatto a qualche modifica. Senza quello strumento, ha ricordato la politica tedesca, «oggi consumeremmo 100 miliardi di metri cubi di gas in più, rendendoci ancora più vulnerabili e dipendenti». La battaglia politica, insomma, è già cominciata. E la proposta portata avanti dall’Italia al momento non sembra avere troppe chance di successo.

Foto copertina: Dreamstime/Anna Ivanova

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