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Davide Tabarelli (Nomisma): «Ecco perché in Iran i mercati energetici scommettono su una guerra breve» – L’intervista

petrolio iran davide tabarelli intervista
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Il presidente di Nomisma Energia: «Il prezzo del petrolio a 100 dollari è una sorpresa, in altre crisi è aumentato molto di più»

Messo con le spalle al muro dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele, l’Iran ha trovato soprattutto un modo per scoraggiare i suoi nemici da ulteriori attacchi: bloccare una delle vie navigabili più indispensabili per il commercio marittimo. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha fatto aumentare i prezzi del petrolio e generato panico sui mercati. Eppure, se si guarda ai numeri, la situazione è meno critica di altre crisi passate. Nel 2022, anno dell’invasione dell’Ucraina, il greggio toccò i 120 dollari al barile, mentre oggi si aggira intorno ai 100. I rischi ci sono eccome, ma secondo Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, ci sono buone ragioni per credere che la situazione non durerà ancora a lungo.

Tabarelli, che idea si è fatto di questi aumenti del prezzo del petrolio?

«La cosa che mi sorprende di più è che è aumentato poco. Cento dollari al barile non è tantissimo, soprattutto se consideriamo che la chiusura dello Stretto di Hormuz va avanti da circa dieci giorni. È un po’ una sorpresa».

Come se lo spiega?

«Prima dello scoppio della guerra c’era tantissimo petrolio, non si sapeva più dove metterlo. La Cina, per esempio, ne ha accumulato tantissimo».

I mercati energetici cosa si aspettano che si succeda?

«I mercati non sembrano credere che questa faccenda possa durare ancora a lungo. Sono convinti che durerà poco, perché non possiamo permetterci di stare senza lo Stretto di Olmuz per molto tempo. Nessuno sta acquistando petrolio, proprio perché ci si aspetta che tra pochi giorni il prezzo tornerà giù».

Quale sarebbe invece lo scenario che farebbe davvero impennare il prezzo del petrolio?

«Molto banalmente, una durata più lunga della guerra. In quel caso i prezzi esploderebbero e continuerebbero a salire regolarmente per uno o due mesi. Ma una situazione del genere sarebbe un cataclisma, perché fisicamente non ci sono 15-20 milioni di barili di petrolio disponibili. Nel 1973 e 1979, i due precedenti shock petroliferi, avevamo aumenti di prezzo di due o tre volte. Se applichiamo la stessa regola anche oggi, il petrolio toccherebbe i 200 dollari. Ma al momento siamo ancora distanti».

ANSA/Riccardo Antimiani | Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia

Alcune prime analisi sembrano suggerire che la situazione in Medio Oriente favorirà le esportazioni di Gnl dagli Stati Uniti verso l’Europa. Può essere un effetto studiato a tavolino da Trump prima di lanciare l’attacco?

«No, assolutamente. Queste teorie cospirative fanno sorridere e sono fuorvianti. Ovvio che alcuni attori del sistema ci guadagnano, ma lo stesso vale per Russia, Venezuela, Argentina. Trump credeva di aver finito già da un pezzo. Non può permettersi prezzi così alti della benzina».

I 32 paesi che fanno parte dell’Agenzia internazionale dell’energia, Italia compresa, hanno deciso di usare parte delle loro riserve di petrolio di emergenza. È una misura efficace o un segnale ai mercati?

«Credo sia una misura efficace e dovuta, anche se rischia di innescare panico. Ricordiamoci che dal 1874 in Italia paghiamo due centesimi al litro sulla benzina proprio per le scorte obbligatorie. Se non le usiamo adesso…».

Di fronte a questi rincari, c’è chi sostiene che l’Europa dovrebbe tornare ad acquistare gas dalla Russia. È un’opzione realistica o politicamente superata?

«Con l’invasione dell’Ucraina il prezzo del petrolio era a 120 dollari al barile, oggi siamo intorno ai 100. Nel 2022 il prezzo del gas ha toccato i 300, oggi siamo intorno ai 50. Siamo lontanissimi dalla necessità di tornare dalla Russia».

La strategia di medio-lungo termine dell’Europa prevede di puntare su rinnovabili e nucleare per difendersi da eventuali altri crisi future ed essere più indipendenti dal punto di vista energetico. È una strategia giusta?

«Pensare che si possa fare tutto con l’elettricità è auspicabile, ma non è possibile. Anche la Francia, che non ha fatto le rinnovabili ma ha un sacco di elettricità pulita grazie al nucleare, ha comunque problemi uguali identici ai nostri sui carburanti. Il 90% dei trasporti mondiali oggi si fa con derivati del petrolio: è quella la questione centrale in questo momento».

Cosa dovrebbe fare il governo sul fronte del caro carburante?

«L’intervento sulle accise mobili è da fare. Dopodiché, è importante non creare tutta questa confusione e prendere atto della realtà dei fatti. Certo, poi bisogna stare attenti alla speculazione, ma è un tema che viene usato in modo un po’ populista».

Foto copertina: EPA/Neil Hall

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