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I creator theShow e Jaser hanno provato il Ramadan in una docu-serie su YouTube. Ecco come è andata – L’intervista

17 Marzo 2026 - 16:36 Roberta Brodini
theshow ramadan
theshow ramadan
Un nuovo format racconta senza filtri il Ramadan e tutti i suoi aspetti più nascosti e meno noti. In uscita domani, 18 marzo, la quarta puntata registrata in Marocco

Il Ramadan 2026 sta per volgere al termine, ma c’è chi l’ha già vissuto l’anno scorso e ha lavorato a lungo a un format per raccontarlo. Sono i theShow, fondati da Alessandro Tenace e Alessio Stigliano, content creator famosissimi sul web dal 2013 e con un canale YouTube da 4,26 milioni di iscritti, e Jaser, a sua volta conosciutissimo sul web e attivo dal 2010. Non solo prank per loro, ma anche format a carattere di esperimento sociologico: in una docu-serie YouTube, dal titolo Ramadan, hanno raccontato tutto della loro esperienza, tra Italia e Marocco, immersi nelle pratiche del mese più sacro del calendario islamico e a stretto contatto con la comunità musulmana. Tante domande, ma anche molte risposte, che potete scoprire guardando il quarto episodio in uscita domani, 18 marzo, anche per i non abbonati, in attesa del quinto e ultimo. Nel frattempo, il duo Tenace-Jaser sta scalando le classifiche dei programmi più visti nella sezione «serie tv e reality» su Prime Video con Vita Nova, nata come esclusiva di TheShow+, acquistata da Amazon e uscita su Prime Video il 16 marzo. Open ha sentito Alessandro Tenace che ci ha parlato un po’ del loro progetto.

Anzitutto, come è venuta a voi di theShow, e nello specifico a te, Alessandro Tenace (con Alberto Failli, uno degli autori, ndr), l’idea di seguire per un mese il rituale del Ramadan? E come sei riuscito a convincere Jaser (nome d’arte di Andrea Baggio, ndr) a unirsi a te in quest’impresa?

«Io non sono credente, non sono nemmeno battezzato, eppure il digiuno durante il mese di Ramadan è una pratica che esercita su di me, da sempre, un inspiegabile richiamo. La scelta di provarlo nasce dunque da un’esigenza personale. L’idea di farne una docu-serie nasce invece da un fatto: in Italia i musulmani sono ormai quasi 2 milioni di persone. Tra loro ci sono centinaia di migliaia di ragazzi e ragazze italiani di seconda generazione, di cui tantissimi iscritti al nostro canale. Per un mese intero, nel nostro Paese, milioni di persone digiunano da cibo e acqua dall’alba al tramonto. Ci siamo domandati: Cosa li motiva? Ma soprattutto perché nessuno ne parla o prova a capire cosa sia davvero il Ramadan piuttosto che usarlo per accaparrarsi voti a destra e a sinistra? Che l’Islam ti piaccia o meno, quando tratti così tante persone come se fossero invisibili, non puoi aspettati un risultato positivo per l’Italia. Noi abbiamo deciso di fare una cosa diversa: viverlo e raccontarlo per quello che è, senza filtri, anche con metodi non convenzionali. Abbiamo filmato nei centri islamici  a camera nascosta per scoprire se come molti pensano ci venga nascosto qualcosa. Jaser ha accettato subito la sfida, lavoriamo insieme dal 2018 e nel nostro format Si Può Fare? gli ho chiesto di sottoporsi ad avventure ben più rischiose e lui è un vero fuori classe in questo».

Abbiamo visto che la parte più difficile è stata, almeno i primi giorni, abituarsi a non bere e a non mangiare, dall’alba al tramonto, e a svegliarsi presto. Ci sono state altre cose difficili?

«La fame era qualcosa che conoscevo. Come chiunque abbia fatto una dieta restrittiva o si sia concesso un digiuno di 24 ore un po’ hipster per fare detox. La sete invece è stata completamente nuova. Ed è stata la vera difficoltà fisica. Però, già dopo i primi giorni, diventa chiaro che non è una sfida fisica. Il Ramadan è un esercizio continuo di disciplina: su quello che fai, su quello che dici, su come reagisci. Ti accorgi di quante cose nella tua giornata sono automatiche. Nel mio caso fa ridere, perché non è nulla di che, ma mi ha colpito: mi sono reso conto di quanti caffè e quanti bicchieri d’acqua bevevo semplicemente per noia mentre lavoravo al pc. Oggi viviamo immersi nel consumo continuo di stimoli esterni: cibo industriale, bibite zuccherate, tabacco, alcol, altre sostanze, scrolling infinito sui social. Spegnere temporaneamente due bisogni primari, come mangiare e bere, mi ha costretto a smettere di esistere come consumatore e tornare a esistere come persona. Quando togli cibo, acqua e distrazioni, succede qualcosa a cui non siamo più abituati: restiamo soli con noi stessi. E quella, forse, è la parte più difficile. Per me è stata anche la più utile. Avevo appena letto Minimalismo Digitale di Cal Newport e stavo già riflettendo sul concetto di privazione della solitudine. Il Ramadan, in modo completamente diverso, mi ha portato finalmente a uscire da quella privazione».

Avete concordato questo progetto, tra gli altri, con il presidente e Imam della Moschea di Segrate (Centro Islamico di Milano e Lombardia), Ali Abu Shwaima. Come vi siete sentiti all’interno della comunità?

«Diciamo che non lo abbiamo proprio concordato, abbiamo agito in stile theShow… Ci siamo presentati alla Moschea di Segrate e abbiamo chiesto se due miscredenti come noi potevano fare il Ramadan o se sarebbe stato ritenuto offensivo. Il tutto filmato a camera nascosta. Il presidente era inizialmente diffidente, anche un po’ stupito, ma ci ha subito aperto le porte della sua comunità. Per scoprire come siamo stati accolti basta guardare il primo episodio della docu-serie. Ti do un piccolo spoiler: alle 4 del mattino eravamo a fare l’ultima “colazione” prima del digiuno a casa di una famiglia conosciuta 5 ore prima».

Che cosa avete scoperto e cosa vi ha stupito di più nel corso di questa esperienza?

«Abbiamo scoperto come il Ramadan non sia una privazione, ma una forma di pienezza. Da fuori sembra una lista di divieti. Da dentro diventa un modo per dare valore alle cose. Anche per una persona non credente come me, la dimensione spirituale è stata sorprendente. Non nel senso religioso classico, ma come disciplina, presenza, consapevolezza e soprattutto crescita personale. Come ci hanno spiegato i ragazzi e le ragazze con cui abbiamo parlato, il Ramadan è un mese di allenamento per rimanere migliori tutti gli altri mesi dell’anno. Quello che mi ha stupito di più è stato rendermi conto di avere io stesso tanti pregiudizi sui musulmani italiani. Pensavo di esserne immune, invece appena entrato in moschea la prima volta, vederli tutti che si inginocchiavano mi ha fatto paura. Quando le ragazze con il velo si sono mostrate così aperte in moschea e hanno scherzato con noi, ero stupito. In qualche modo, ero anche io schiavo del racconto che di queste persone è stato fatto dal 2001 a oggi. Questi ragazzi e queste ragazze avevano una voglia incredibile di raccontarsi e noi gli stavamo dando di fatto l’occasione di farlo per la prima volta. Quando mi sono immedesimato in loro per il modo in cui vengono raccontati, ho sofferto e mi sono innervosito. Ma da loro ho ricevuto solo tanta gratitudine e amore (…oltre a qualche richiesta di conversione e conseguente matrimonio ahah)».

Abbiamo visto come la tua partecipazione all’iftar in piazza a Milano, organizzato dall’associazione Giovani Musulmani d’Italia, è stata strumentalizzato da alcune testate giornalistiche. Cosa ne pensi?

«Penso che Silvia Sardone soffi sulla paura di ciò che non si conosce per ottenere voti e per non diventare più irrilevante di quanto già sia. Penso che Paolo Del Debbio scelga con cura gli ospiti dei suoi salottini così da generare indignazione e rabbia per ottenere ascolti. Così come sospetto che il Partito Democratico, i cui rappresentanti erano presenti a quell’Iftar, sia più interessato ai voti dei musulmani che al loro benessere. Penso anche che gli italiani (cristiani, musulmani o altro) non siano affatto stupidi, come alcuni politici e alcuni giornalisti pensano. La nostra docu-serie è il racconto senza filtri della realtà, ognuno si farà la propria idea. Ne approfitto anche per invitare Silvia Sardone e Paolo Del Debbio a partecipare a un qualsiasi Iftar comunitario quest’anno, sono disposto ad accompagnarli. Sembra assurdo, ma ci sono tantissimi musulmani che sarebbero pronti ad accoglierli a braccia aperte, nonostante l’odio che consegue a una certa narrazione».

Per te, Alessandro, lo scorso Ramadan ha coinciso anche con una fase delicata della tua vita famigliare: la malattia di tuo padre. Credi che ti abbia più aiutato o che sia stato più un ostacolo dedicarti alle pratiche quotidiane del Ramadan, in un momento così difficile? Abbiamo visto infatti che non avete solo digiunato, ma avete anche provato a pregare, a modo vostro…

«Nella docu-serie ci scherzo, nemmeno il cancro di mio padre è riuscito a farmi pregare. La preghiera è una dimensione che non mi appartiene, il concetto stesso di Dio è qualcosa che mi mette in difficoltà addirittura dal punto di vista ontologico. Prima di chiedermi se Dio esista o meno, dovrei capire cos’è Dio. Al netto di questo, sia io che Jaser abbiamo provato a pregare 5 volte al giorno per sperimentare l’esperienza nella sua interezza. Il tutto con scarsi risultati. Il Ramadan non è stato né un ostacolo né un aiuto nell’affrontare la malattia di mio padre. L’aiuto sono stati mia mamma, la mia ragazza, tutte le persone che ci sono state vicine e… i chirurghi che lo hanno operato! Tanti musulmani mi hanno scritto che mio papà ha superato questa malattia anche grazie al mio digiuno. Io non credo sia così, ma non sono nessuno per sapere chi ha ragione. Nel dubbio, sono contento di averlo fatto».

Avete anticipato a tutti i vostri follower e agli spettatori di YouTube che ci saranno ancora due puntate del format. Per registrare la quarta puntata, in uscita anche per i non abbonati il 18 marzo, siete andati in Marocco, a Casablanca. Avete scelto una delle più imponenti moschee al mondo, la Moschea Hassan II, per festeggiare l’ultima notte di Ramadan: Eid al-Fitr. Cosa ci puoi anticipare di questa esperienza, ma soprattutto: è stata più facile o più complessa della prima parte del vostro Ramadan in Italia?

«In Italia vivi il Ramadan come esperienza all’interno di una minoranza. In Marocco lo vivi immerso in una società che si muove tutta insieme su quel ritmo. La Moschea Hassan II è qualcosa di impressionante, ma la cosa più forte è il contesto umano. Nel quinto episodio questo emergerà in modo molto potente. Ma basta con gli spoiler, il quarto episodio è appena uscito gratis sul nostro canale YouTube, mentre il quinto e ultimo episodio è già disponibile su theShow+, che è la parte in abbonamento del nostro canale. E qui ci tengo a dire una cosa importante: questa docu-serie esiste grazie agli abbonati. Non ha sponsor, non ha brand che l’hanno finanziata. Chi si abbona a theShow+, sa che con i suoi 7,99€ di abbonamento mensile può godere di un intrattenimento senza pubblicità, che non cerca continuamente di vendergli qualcosa come succede sugli altri canali di YouTube. Ma, soprattutto, sa che gli incassi degli abbonamenti vengono usati direttamente per finanziare contenuti originali e indipendenti. E, visto che siamo in tema di ringraziamenti, fammi ringraziare anche i miei soci Alessio e Valerio, Jaser e tutte le ormai 20 persone che lavorano e collaborano con theShow SRL».

Un’ultima domanda: è vero che anche quest’anno stai facendo Ramadan, Alessandro?

«È verissimo e consiglio a tutti di provarlo a prescindere dalla loro fede. Le motivazioni che mi hanno spinto a rifarlo emergono chiaramente nel quinto episodio. Non vi resta che guardarlo».

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