Il ritorno di Alexia: «Sono pronta per ripartire. La nostalgia degli anni ’90? Non mi sorprende, era un periodo in cui si stava bene». L’intervista

Il 26 marzo al Fabrique di Milano andrà in scena il ritorno in grande stile di Alexia, icona assoluta della dance all’italiana anni ’90. L’evento si intitolerà The Party – Back to the Dancefloor, oltre un’ora e mezza in cui il pubblico potrà riascoltare dal vivo tutte le hit in lingua inglese di Alessia Aquilani (così all’anagrafe), da Uh la la la a Me and You da Summer is Crazy a Happy, e poi naturalmente il passaggio a canzoni in italiano, soprattutto Dimmi come… e Per dire di no, con le quali fece una magnifica figura al Festival di Sanremo.
Partirei dagli anni ’90, dagli anni delle grandi hit, quanti milioni di album hai venduto? E cosa ricordi di quel periodo?
«Sono 6 milioni, in un periodo in cui già le vendite erano in crisi, quindi, devo dire, sono molto orgogliosa di quei risultati, perché oggi farebbero girare la testa. Ciò che mi ricordo è un grandissimo fermento in Italia, soprattutto per noi che producevamo questo genere di musica. Era un momento in cui, se lavoravi bene, con determinazione, con le idee chiare su ciò che volevi raggiungere, le occasioni non mancavano, ci si poteva veramente giocare una bella chance. Poi, per qualcuno è stata una cosa che ha funzionato “one shot” e per qualcun altro, che però aveva un background diverso, tipo me, che comunque avevo fatto la gavetta per tantissimi anni suonando nelle cover band e che avevo come scopo quello di farne il mio lavoro, ha funzionato per anni».
Tu avevi in mente l’idea del mercato dance fin dal principio?
«Sì, perché ho affrontato diversi studi, tra cui canto lirico, per il quale possiedo il diploma del terzo anno. Però sono cresciuta con la musica black, il soul, il blues, il funky e, negli anni Novanta, la musica dance, l’euro dance, che era molto copiata negli Stati Uniti. Per me associare il sound della dance che facevamo noi molto bene in Italia, con delle melodie, se vogliamo anche tradizionali, però con un coté blues/soul, per me era una figata pazzesca, quindi io l’ho sposato in pieno quel momento, quel periodo storico, quel tipo di musica».
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Forse anche per mancanza della tecnologia di oggi, allora c’era un approccio più intellettuale alla dance, vero?
«L’impressione che ho avuto io in quegli anni è che chiunque riuscisse a mettere insieme sette note veniva utilizzato per cantare la dance, ma in Italia eccellevano solo quelli che la facevano veramente bene e che si appoggiavano poi a performer in grado di farlo. Invece in Germania, in Olanda, in Spagna, in Inghilterra c’era molta più attenzione verso questo tipo di ricerca».
Dopo il periodo delle hit è arrivata la chiamata di Sanremo, come è avvenuto questo passaggio?
«Era un sogno nel cassetto fin da bambina, Sanremo resta una cosa così speciale, così a sé. Quando canti molto bene, già da piccolina, la prima cosa che ti dice la persona comune è: “Ma ci andrai a Sanremo un giorno o l’altro, no?”, quindi era proprio diventato come quasi un dovere, non potevo deludere chi sperava di vedermi lì, ma è chiaro che io sono un po’ passata dall’ingresso secondario. Sono passata cantando in inglese, cantando come vocalist in un gruppo, poi diventando Alexia e poi finalmente sono diventata popolare anche nel mio Paese con le canzoni in inglese. E da lì è stato molto facile poi ricevere l’invito da parte di Pippo Baudo, che comunque mi riteneva un personaggio molto interessante, perché sapeva che dietro a questi prodotti apparentemente facili, apparentemente costruiti in studio, c’era una ragazza che scriveva e cantava. E infatti quando abbiamo presentato Dimmi come… ovviamente non ha avuto alcun dubbio che ci fosse dietro un’artista vera».
Quindi tu sei una di quelle artiste italiane che sono diventate famose prima all’estero e poi in Italia…come si vive una situazione del genere?
«Io avevo la fortuna di girare per strada fino al 1995 e metà del 1996 senza avere nessun tipo di problema. L’unica cosa che avevo erano queste treccine lunghissime, non comuni per una ragazza bianca italiana, però facevo una vita assolutamente normale, vivevo ancora nella mia città, La Spezia, e facevo una vita tranquilla. Facevo le mie cose, andavo in palestra, mi allenavo, curavo la mia immagine, studiavo e poi andavo in studio di registrazione, da sola, senza guardie del corpo, con la mia macchina, facevo un quarto d’ora di autostrada. Come se fossero state due vite parallele, quella in Italia, molto tranquilla, e poi quella in giro per il mondo, dove lavoravo e mi trasformavo, mettevo su la divisa da Alexia e lavoravo».
Ricordo che dopo l’esordio in italiano ai tempi pensai: “Perché non prima?”
«No, non avrei mai potuto partire dall’italiano. Ho fatto ai tempi qualche tentativo, non ti nascondo che c’erano stati dei progetti in cui cercavo di cantare in italiano, avevo proposto una ballad in sei ottavi in stile Mariah Carey. Ricordo di aver ricevuto una standing ovation a una semifinale di un concorso canoro importante, che era un po’ la premessa di Sanremo, però non andai stranamente in finale. Dentro di me dissi: “Meglio così”, perché ero in tour con Ice, però lo feci comunque e capii che quello non era il canale per me, dovevo arrivarci con un altro tipo di preparazione. Soprattutto ebbi la consapevolezza che dovevo proporre una cosa che potevo fare solo io».
Tipo?
«Il mio elemento è la musica ritmata, la musica d’oltreoceano, se io canto una canzone in italiano tradizionale sono molto deludente, perché sono un’artista che si deve mettere nelle condizioni di essere positiva, di essere energica, io mi devo mettere in gioco quando sto bene, quando non sto bene me lo devo tenere per me, perché sarei veramente triste, sarei respingente, la mia faccia si trasforma, quindi le cose tristi è giusto che le cantino le persone che hanno una predisposizione per farlo. Io le cose tristi le potrei cantare all’interno di una canzone con un arrangiamento energico, per esempio Egoista era una canzone molto incazzata, anche Dimmi come… era una canzone molto incazzata, però avevano un’aura tipo “Ok, sono incazzata, però sto già reagendo”».
Poi però, dopo il passaggio (felice) all’italiano e l’ottima figura fatta a Sanremo, sembra quasi che il circuito mainstream ti abbia dimenticata…
«Credo che quando hai un’esposizione molto grande, molto massiccia, a un certo punto le persone cominciano a cercarti un po’ i difetti. Il difetto che mi veniva sottolineato era che “urlavo sempre”, cantavo “sempre forte” e quindi credo che a un certo punto perdi un po’ di vista quella che è la tua vera natura. Dopo tanti anni e dopo tante cose fatte, anche diverse rispetto all’attività di artista, posso dire che ho fatto volentieri un passo indietro, perché ci sono dei momenti in cui l’aria che tira non è quella giusta per te. Non ci sono gli spazi, le cose che funzionano non sono giuste per te, quindi sarebbe inutile scimmiottare un genere musicale solamente perché va di moda. È chiaro che a te preferiscono quelli più freschi, quelli più giovani o quelli che sono perlomeno più credibili. Io ho capito che dovevo aspettare prima di tutto di sentirmi meglio, proprio come persona, quindi stare bene anche fuori dalle vesti dell’artista. Poi ricominciare a vedere che sensazione provavo a rimettermi nei panni dell’artista e questo l’ho scoperto dal 2015, quando ho ripreso con i concerti, soprattutto dall’estero».
Come mai questa scelta?
«Sono ripartita dall’estero come negli anni ’90, con la dance fortissima, in tutto il nord Europa, nei festival pazzeschi dedicati a questo genere, dove ho ricevuto un affetto inaspettato, perché pensavo “Non si ricorderà più nessuno”. E, soprattutto, mi è tornata la voglia. Questo recupero degli anni ‘90 poi è arrivato piano piano anche nel nostro Paese e a questo punto è venuto abbastanza naturale provare a ripartire e riportare quello che è avevo fatto ma anche e soprattutto i nuovi progetti, anche questi cantati in inglese. Quindi la volontà mia è quella di far ballare le persone, magari raccontando anche tematiche che oggi ci stanno a cuore come l’uguaglianza, l’inclusività, la comprensione verso i giovani, verso il loro smarrimento, l’autodeterminazione da parte di tutti noi».
Ma tu questo ritorno alle sonorità anni ‘90 te l’aspettavi?
«In un certo senso sì, perché io negli anni ‘80 ero una teenager ed erano tornati gli anni ‘70. Negli anni ’90 c’era il grunge, c’era il pop-rock che imperversava, noi anche se avevamo pezzi in classifica, in quegli anni almeno due o tre brani di musica dance nella top ten, eravamo considerati comunque di Serie B da quelli che invece ascoltavano i Pearl Jam, la Morissette stessa, che era proprio contemporanea al mio successo. Me lo aspettavo perché comunque la storia è fatta così. Adesso rimpiangiamo un po’ tutti quel periodo storico, perché era un periodo in cui tutto sommato si stava anche bene. Me lo aspettavo così come mi aspetto che ritorneranno, probabilmente fra quattro o cinque anni, i primi reggaeton, probabilmente perché ci ricorderanno “Ma che figo quando abbiamo scoperto il reggaeton!”, adesso magari uno non ne può più».
Infatti, affrontiamo un problema alla volta. Il 26 marzo torni live per un evento al Fabrique di Milano, cosa dobbiamo aspettarci?
«È un’autentica celebrazione di quella che è stata la storia di questa ragazza di La Spezia che è partita con pochi soldi ma un cuore pieno di passione e la testa piena di sogni. Una ragazza che grazie alla sua voce, ma probabilmente al fatto che possedesse solo un piano: il piano A, e non avesse piani B, C, D, doveva giocarsi tutto. Il Fabrique per me rappresenta un po’ un punto di arrivo e di partenza. Diciamo che io mi gioco molto quella sera sul palcoscenico, perché ovviamente sto preparando una cosa bella intensa, un’ora e quaranta di musica da togliere il fiato, con dei momenti, brevissimi, di introspezione, perché la serata si chiama Back to the Dancefloor. Sono molto contenta, molto agitata, molto ansiosa, mi è venuta anche l’influenza dall’emozione, però sarà una serata molto bella. Spero di godermela».
Tu speri che questo evento possa portare a nuove avventure discografiche, magari anche in italiano, potrebbe far scattare quell’hype per cui magari ci riprovi con Sanremo, a occupare un certo posto nella discografia di oggi…?
«Guarda, sicuramente tutto questo ambaradan che stiamo mettendo in piedi, e sono tantissime le persone che ci stanno lavorando, ha come scopo quello di far riemergere il nome di Alexia, un nome che è sempre stato lì pronto per ripartire. Sicuramente da parte mia c’è la volontà di fare anche cose nuove, ma è chiaro che dipende molto da tanti fattori. Noi stiamo mettendo insieme tutto quello che è necessario per poter avere una degna ripartenza, in inglese, in italiano, non si sa. Sono ragionamenti che si fanno passo dopo passo. Sicuramente dopo il Fabrique avremo dei feedback importanti da tenere in considerazione e da lì poi fare delle riflessioni che ci porteranno a capire il passo successivo».
Uh la la la, Me and You, Summer is Crazy, Happy… qual è la tua hit preferita di Alexia?
«Ce ne sono due. Una è proprio Uh la la la, perché è stato il pezzo che mi ha lanciata come Alexia. La mia carriera solista è decollata in gran parte dell’emisfero, ero in classifica in nove Paesi contemporaneamente, giusto Ramazzotti o la Pausini in Italia possono vantare dei risultati così strepitosi. E poi Dimmi come…, anche se ha avuto meno successo, perché era in italiano, perché comunque ha sancito la mia autodeterminazione, lì ho lanciato un bel po’ di messaggini e mi sono tolta un po’ di sassolini dalle scarpe».
