La versione di Delmastro sul ristorante con la figlia del mafioso: «Mai spesi soldi del Dap»

L’ormai non più sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove dà la sua versione sul ristorante aperto in società con la figlia di un mafioso. Lo fa dopo le dimissioni e in un’intervista al Corriere della Sera. Nella quale cambia significativamente versione rispetto a quello detto a caldo la settimana scorsa. E non scioglie molti dei dubbi emersi nei giorni scorsi. Anche se replica sull’ipotesi di reato di peculato. Le cene alla Bisteccheria d’Italia di via Tuscolana non sono state pagate dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria (Dap): «Lo escludo categoricamente. Mai avuto la carta di credito del ministero. Mai chiesto un rimborso per un pasto o un caffè».
Le contraddizioni di Delmastro
Delmastro dice in primo luogo di essersi dimesso spontaneamente. Ma ritiene quello che ha fatto «una leggerezza»: «Non mi sono reso conto di chi avessi davanti fin quando il padre non è stato arrestato». Eppure ha deciso di “schermare” le sue quote passandole a una sua società prima della condanna di Mauro Caroccia, diventata definitiva solo dopo la seconda sentenza della Cassazione. Al tempo dell’apertura della società Le 5 Forchette srl il prestanome dei Senese era stato assolto in un processo d’appello poi annullato. «Non ho fatto verifiche», aggiunge. Eppure il nome di Caroccia era su tutti i giornali dall’epoca dell’indagine. Lui dice di averlo conosciuto «andando a cena in quel locale. Si mangiava bene. Lui sembrava il classico oste romano di una volta, di quelli che non ci sono più».
La società della 18enne
E qui bisogna confrontare la frase di Delmastro con la dichiarazione all’Ansa del sottosegretario: «Si parla di una società con una ragazza non imputata e non indagata, che si scopre essere “la figlia di”… Nel momento in cui l’ho scoperto ho lasciato la società e l’ho fatto per il rigore etico e morale che mi contraddistingue». L’interpretazione letterale della frase vuol dire che lui ha fatto la società con la figlia senza conoscere in padre. Invece nell’intervista dice che lo conosceva da prima. E ancora: Caroccia, secondo Delmastro, «si lamentava del locale grande, delle spese alte. Voleva avviarne uno piccolo per la figlia. È nata l’idea di fare con lei questa attività, nella quale, ahimè, ho coinvolto amici biellesi. Abbiamo pagato quote societarie. E un finanziamento soci per far partire la società, mai riscosso. Mi sono fidato. Appena ho saputo che il padre era stato arrestato, ho ceduto le mie quote e ne sono uscito immediatamente. Non ho guadagnato un euro. Ci ho solo rimesso soldi».
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È possibile?
È possibile, chiede incredula Virginia Piccolillo: «È possibilissimo. Del resto chi, sapendo una cosa del genere, farebbe una società con il proprio nome?», risponde Delmastro. E non si capisce perché dica che ci ha rimesso soldi se nell’atto di passaggio delle quote della società invece un notaio ha certificato che le quote sono state riacquistate in contanti prima dell’atto stesso. Ora, delle due l’una: o Delmastro ha ricevuto soldi in contanti per le quote, come ha dichiarato, e allora non ci ha rimesso. Oppure non li ha ricevuti, ma questo è impossibile perché significherebbe che nell’atto è stato dichiarato il falso. Sulla cessione delle quote a sé stesso Delmastro risponde senza spiegare il motivo della scelta: «Quel passaggio è avvenuto prima che sapessi qualsiasi cosa e ben prima dell’arresto. Saputo con chi avevo a che fare me ne sono liberato completamente».
La mancata comunicazione
Ma se il passaggio è avvenuto prima che sapesse dei precedenti penali di Caroccia, allora perché l’ha effettuato? L’unica ipotesi che resta in piedi è quella di non rendere subito visibile il suo nome nella società della 5 Forchette. Ma se non sapeva nulla, perché “schermarlo”? E sulla mancata dichiarazione al parlamento: «Era solo un ritardo, come avviene per molti altri parlamentari». Un ritardo provvidenziale.
