Ultime notizie Andrea DelmastroCrisi Usa - IranDonald TrumpReferendum Giustizia 2026
CULTURA & SPETTACOLOCinemaDonald TrumpGiorgia MeloniGoverno MeloniLibertà di stampaSuoni e VisioniTv

La Federazione degli sceneggiatori denuncia: «I governi di destra ci inducono all’autocensura». Ecco cosa dice sull’Italia di Giorgia Meloni il rapporto dell’FSE

25 Marzo 2026 - 17:33 Gabriele Fazio
giorgia meloni donald trump board of peace
giorgia meloni donald trump board of peace
Si legge nel rapporto: «Rendendosi conto che le commedie romantiche, i film di evasione e i drammi storici, che dimostrano l'innata capacità dei loro compatrioti di sconfiggere gli invasori stranieri, sono ormai i generi richiesti, gli sceneggiatori potrebbero decidere di relegare le loro storie di immigrazione o LGBTQ+ in fondo al cassetto»

Donald Trump e numerosi governi di estrema destra europei, tra i quali viene citato anche quello italiano, hanno creato un «effetto paralizzante» che sta spingendo i creativi di tutto il vecchio continente all’autocensura. Questa è l’allarmante conclusione di un rapporto presentato oggi dalla Federation of Screenwriters in Europe (FSE), un’associazione che riunisce 34 organizzazioni di sceneggiatori provenienti da 26 Paesi europei e rappresenta 10mila sceneggiatori professionisti. Ieri, durante la Series Mania, uno dei più importanti festival europei dedicati alle serie TV, organizzato ogni anno a Lille, in Francia, l’associazione ha anche inaugurato una call to action contro quello che considera un preoccupante attacco alle istituzioni culturali e alla libertà di espressione, incoraggiando i suoi membri a monitorare e segnalare singoli episodi di censura, dichiarazioni pubbliche di personaggi politici e nomine controverse in istituzioni culturali.

L’effetto “paralizzante”

Nel rapporto si presta attenzione a sette partiti considerati di estrema destra attualmente al governo, da soli o in coalizione, in altrettanti paesi europei: Croazia, Repubblica Ceca, Finlandia, Ungheria, Slovacchia, Svezia e Italia. E si legge: «Gli attacchi di questi governi contro i creativi hanno portato a un “effetto paralizzante” riguardo il potenziale creativo e commerciale dei progetti cinematografici e televisivi, anche nelle prime fasi di sviluppo». In pratica, prosegue il testo: «Consapevoli di ciò che accade quando un partito di estrema destra sale al potere, le emittenti e le società di produzione stanno adattando i propri programmi di produzione e sviluppo in risposta a questo panorama politico instabile e in continua evoluzione. Le loro strategie di gestione del rischio le portano ad allontanarsi da storie che potrebbero attirare l’indignazione di attori di estrema destra sempre più potenti».

L’autocensura degli sceneggiatori

Il rapporto fondamentalmente non parla di censura ma di autocensura preventiva, nello specifico: «Rendendosi conto che le commedie romantiche, i film di evasione e i drammi storici, che dimostrano l’innata capacità dei loro compatrioti di sconfiggere gli invasori stranieri, sono ormai i generi richiesti, gli sceneggiatori potrebbero decidere di relegare le loro storie di immigrazione o LGBTQ+ in fondo al cassetto». Questo dipende da un fattore economico centrale, ovvero la dipendenza dell’industria europea dai finanziamenti delle emittenti pubbliche e delle agenzie governative per lo sviluppo dei progetti.

La situazione italiana

L’Italia di Giorgia Meloni è uno dei Paesi osservati sotto diversi profili. Si legge nel rapporto: «In linea con l’approccio generale di non sapere cosa vogliono, ma di sapere chiaramente a cosa si oppongono, i partiti di estrema destra al potere cercano di appropriarsi dei sistemi decisionali delle istituzioni culturali, in particolare di quelle che erogano finanziamenti statali selettivi agli artisti. Questo avviene spesso, in un primo momento, attraverso il licenziamento, solitamente senza alcun serio tentativo di fornire una giustificazione credibile, di alti dirigenti e responsabili delle decisioni nelle istituzioni culturali, compresi i responsabili della distribuzione selettiva dei fondi statali agli artisti, e la loro sostituzione con fedelissimi del partito con scarsa attenzione all’idoneità o alle qualifiche. Questi nuovi incaricati riorienteranno
la spesa dei fondi statali per sostenere la vaga agenda culturale del nuovo potere, di solito qualcosa di poco chiaro riguardo all’identità culturale nazionale, e sosterranno lealmente la ristrutturazione dell’apparato di sostegno statale alle arti. Si investe molto impegno nel cercare di garantire che questi cambiamenti siano attuati in modo tale da rendere difficile il loro annullamento in caso di sconfitta elettorale». In questo senso il rapporto cita una serie di “mosse” del Governo Meloni, viste da una prospettiva internazionale, esterna, lontana da inclinazioni politiche sinistroidi:

  • «A seguito delle pressioni politiche, il direttore generale dell’emittente pubblica RAI Carlo Fuortes si è dimesso; sono stati nominati esponenti affini ai partiti di governo (tra cui Roberto Sergio e Giampaolo Rossi) e alcuni conduttori di spicco hanno lasciato il proprio incarico».
  • «Il governo ha abbreviato il mandato del consiglio di amministrazione del Centro di Cinematografia Sperimentale e ha ampliato i propri poteri per nominare i nuovi dirigenti della storica scuola di cinema».
  • «Un ex attivista di estrema destra è stato nominato presidente del MAXXI (il museo nazionale d’arte contemporanea di Roma)»
  • «Il governo guidato dal Primo Ministro Meloni ha nominato fedelissimi come direttori delle testate giornalistiche, provocando il primo sciopero dei giornalisti di 24 ore nel maggio 2024 e un calo di cinque posizioni, fino al 49° posto, nell’indice di RSF (la classifica mondiale sulla libertà di stampa pubblicata ogni anno da Reporters Without Borders)»

Il rapporto riprende anche un articolo del quotidiano francese Le Monde in cui si legge: «I ministri di alto rango italiani hanno intentato oltre 90 cause penali per diffamazione solo nel 2024; il ministro della Cultura ha minacciato di ritirare gli annunci pubblicitari dal quotidiano Domani».

La situazione negli Stati Uniti

Le modalità dell’amministrazione Trump, sottolineate da un rapporto spudoratamente conflittuale con i media non allineati con il suo governo, ha creato non poche preoccupazioni e nel rapporto la questione è stata affrontata di petto: «L’ostilità dell’estrema destra nei confronti dell’imposizione di quadri normativi da parte dell’UE, unita all’avversione dell’amministrazione Trump per le normative che, a suo dire, danneggiano le aziende statunitensi, fa temere un indebolimento delle basi legislative e politiche dell’ecosistema audiovisivo europeo, con conseguenze durature per i mezzi di sussistenza dei professionisti del settore creativo. L’amministrazione Trump negli Stati Uniti ha manifestato chiaramente la sua avversione per la legislazione europea, in particolare nel settore digitale». Effettivamente il Tycoon ha ripetutamente minacciato di imporre dazi del 100% sui film prodotti al di fuori degli Stati Uniti e si è direttamente interessato al processo antitrust della UE che indaga l’accordo da 111 miliardi di dollari tra Paramount e Warner. Per non parlare, altra segnalazione preoccupata del rapporto FSE, della chiusura «per lavori di ristrutturazione» del recentemente rinominato Trump Kennedy Center.

Le conclusioni

«Viviamo in un’epoca di autentica crisi», conclude il rapporto. «Ma queste crisi non si risolvono negandone l’esistenza. Gli sceneggiatori hanno il diritto e il dovere di resistere all’erosione della libertà di espressione, di opporsi a coloro che vorrebbero dire loro cosa, come e se possono scrivere, e di insistere sul potere e sul valore delle loro storie».

leggi anche