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Cecchini di Sarajevo, la confessione: «Ero lì a sparare e ho ancora gli incubi»

26 Marzo 2026 - 07:31 Alba Romano
cecchini-sarajevo-interrogatorio-80enne
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Uno dei coinvolti racconta: «Non è come al poligono, non è come sparare a un bersaglio. Il peggio è vedere le persone che agonizzano»

C’è un cecchino di Sarajevo che vuota il sacco. Si tratta di un ex cacciatore che dice di essere andato più volte in Jugoslavia tra il 1994 e il 1995. Per sparare. E dice che nella storia dei cecchini del weekend è «direttamente coinvolto». Anche se ha battuto altre zone. L’uomo parla con Marianna Maiorino per Il Fatto Quotidiano.« Non è come al poligono, non è come sparare a un bersaglio. Il peggio è vedere le persone che agonizzano. Gli amputati. O guardare un’emorragia che diventa inarrestabile. Finché colpisci e vedi uno che non si muove più, che è morto, è una cosa. Ma quando un proiettile di grosso calibro porta via un braccio, o una gamba, la cosa è diversa. La sera ho ancora gli incubi», dice.

Il cecchino di Sarajevo che confessa

«Ho sempre avuto delle simpatie per l’ultra destra. Andavo nei Balcani perché detestavo i musulmani», spiega l’uomo. Non viaggiava con i voli charter da Milano, ma sa che c’era chi li usava. Gli piaceva Milosevic: «Ci toglieva un po’ di castagne dal fuoco. Perché da noi entrano cani e porci e adesso chiunque viene in Italia ha benefici». E aggiunge: «Qualcuno da Milano andava per divertirsi, sì, ma che pagasse un’organizzazione non credo, magari avrà pagato i trasporti congegnati in maniera migliore». Sostiene anche che non sia vero che si pagavano 100 milioni per uccidere un bambino.

La trasferta

La trasferta veniva organizzata: «“Pagavo i trasporti, in particolare chi faceva il transfert con l’aeroplanino», che era un «mercenario vero» e «rischiava la licenza, facendo piani di volo non autorizzati a 50 metri sull’Adriatico». Gli aeroplani partivano da Abruzzo e Puglia e atterravano in Macedonia o Montenegro. E aggiunge: «I serbi usavano molto volentieri persone europee formate al tiro sulla lunga distanza, perché loro non avevano la preparazione né tecnica né operativa per fare certe cose. Volontari è una terminologia più corretta, come adesso si vede fare da qualcuno anche in Ucraina, che si intabarra per non farsi riconoscere».

La Folgore

Aggiunge: «C’erano un sacco di ex della Folgore (la brigata di paracadutisti dell’esercito italiano, ndr) che andavano lì sia in congedo temporaneo, sia già congedati. E poi un sacco di stranieri, inglesi in particolare, ma anche francesi e qualche tedesco». Come armi usava «carabine da caccia che si trovavano là. Però sono riuscito a mettere le mani anche su un PRG e sulla mia preferita, il Dragunof, SVD, un Kalashnikov con tiro semiautomatico non a raffica, canna lunga da 67 centimetri». E conclude: «Sono cose che bisogna provare prima di parlarne. Non è come al poligono».