Cecchini di Sarajevo, la confessione: «Ero lì a sparare e ho ancora gli incubi»

C’è un cecchino di Sarajevo che vuota il sacco. Si tratta di un ex cacciatore che dice di essere andato più volte in Jugoslavia tra il 1994 e il 1995. Per sparare. E dice che nella storia dei cecchini del weekend è «direttamente coinvolto». Anche se ha battuto altre zone. L’uomo parla con Marianna Maiorino per Il Fatto Quotidiano.« Non è come al poligono, non è come sparare a un bersaglio. Il peggio è vedere le persone che agonizzano. Gli amputati. O guardare un’emorragia che diventa inarrestabile. Finché colpisci e vedi uno che non si muove più, che è morto, è una cosa. Ma quando un proiettile di grosso calibro porta via un braccio, o una gamba, la cosa è diversa. La sera ho ancora gli incubi», dice.
Il cecchino di Sarajevo che confessa
«Ho sempre avuto delle simpatie per l’ultra destra. Andavo nei Balcani perché detestavo i musulmani», spiega l’uomo. Non viaggiava con i voli charter da Milano, ma sa che c’era chi li usava. Gli piaceva Milosevic: «Ci toglieva un po’ di castagne dal fuoco. Perché da noi entrano cani e porci e adesso chiunque viene in Italia ha benefici». E aggiunge: «Qualcuno da Milano andava per divertirsi, sì, ma che pagasse un’organizzazione non credo, magari avrà pagato i trasporti congegnati in maniera migliore». Sostiene anche che non sia vero che si pagavano 100 milioni per uccidere un bambino.
La trasferta
La trasferta veniva organizzata: «“Pagavo i trasporti, in particolare chi faceva il transfert con l’aeroplanino», che era un «mercenario vero» e «rischiava la licenza, facendo piani di volo non autorizzati a 50 metri sull’Adriatico». Gli aeroplani partivano da Abruzzo e Puglia e atterravano in Macedonia o Montenegro. E aggiunge: «I serbi usavano molto volentieri persone europee formate al tiro sulla lunga distanza, perché loro non avevano la preparazione né tecnica né operativa per fare certe cose. Volontari è una terminologia più corretta, come adesso si vede fare da qualcuno anche in Ucraina, che si intabarra per non farsi riconoscere».
La Folgore
Aggiunge: «C’erano un sacco di ex della Folgore (la brigata di paracadutisti dell’esercito italiano, ndr) che andavano lì sia in congedo temporaneo, sia già congedati. E poi un sacco di stranieri, inglesi in particolare, ma anche francesi e qualche tedesco». Come armi usava «carabine da caccia che si trovavano là. Però sono riuscito a mettere le mani anche su un PRG e sulla mia preferita, il Dragunof, SVD, un Kalashnikov con tiro semiautomatico non a raffica, canna lunga da 67 centimetri». E conclude: «Sono cose che bisogna provare prima di parlarne. Non è come al poligono».
