Roshelle: «Il genere musicale è una gabbia. Ecco perché ho smesso col rap». L’intervista

Molti l’hanno conosciuta come concorrente di X Factor, decima edizione, la stessa di Gaia, in squadra con Fedez. Molti di più quando è diventata una delle più interessanti nuove voci femminili della scena rap, collezionando una serie di collaborazione con i pezzi da 90 della nuova discografia italiana, da Geolier (Na catena) a Serena Brancale (Like a Melody), da Rkomi (Paradiso Vs. Inferno), a Emis Killa (Rosa naturale), fino a Guè e Mecna (Ti amo, ti odio). Insomma, un curriculum di tutto rispetto per cui intorno alla figura di Roshelle si è creata una fortissima hype. Poi per un po’ le uscite si sono fatte più rare, si sospettava la lavorazione di un disco, un long form, una cosa inedita per un’artista moderna che, in quanto moderna, viveva fondamentalmente di singoli. Ma nessuno si sarebbe aspettato un disco come Mangiami pure, nove tracce, lavorate con il supporto di Tommaso Ottomano, uno dei direttori artistici musicali più illuminati degli ultimi anni (per informazioni rivolgersi a Lucio Corsi e Chiello), in cui il rap fa solo da condimento ad un approccio che è del tutto cantautorale, impegnato, anche doloroso. Un album che brucia di un’urgenza coinvolgente, una necessità di esprimere se stessa e anche di esorcizzare attraverso la musica una sofferenza che appare lacerante. Davvero un ottimo lavoro.
In che momento della tua carriera arriva questo disco?
«Nel momento in cui non c’era nessuna carriera, nel senso che sono stata ferma molto tempo e avevo dubbi su qualsiasi cosa, quindi diciamo che era una carriera in stasi, statica, una carriera in un limbo. Arriva in un momento sicuramente fertile, perché finalmente sono pronta, ho una buona squadra, con i miei soldatini in fila e qualcosa di bello per cui combattere, che è questo mio primo album, di cui sono molto orgogliosa».
Sembravi essere il nome di punta del rap femminile, poi sei un po’ sparita dai radar e sei tornata con un disco da cantautrice…
«Penso che il rap ha smesso di essere per me un mezzo di comunicazione, ho sentito che qualcosa in me si era esaurito, non riuscivo più a esprimermi con un certo tipo di approccio, ho sentito la necessità di esplorare a fondo dentro di me, di arricchirmi e di essere più manieristica, come il mio animo è alla fine. Per me fare musica non può essere una cosa superficiale, devo assolutamente esprimermi con tutto il tempo di cui ho bisogno e la dedizione e la cura per ogni dettaglio. Io non mi sono mai schierata a livello musicale, non mi sono mai chiamata “La regina del rap” o “La regina della R&B” o niente di tutto ciò, proprio perché conosco la mia natura e preferisco evolvere piuttosto che sposare una causa di cui non ne sento la forza. Secondo me il genere musicale è una gabbia e io non voglio viverci dentro».
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Il rap sembra non bastarti, forse il tuo “luogo” artistico presupponeva un ambiente meno commerciale, più libero dalle logiche da classifica…?
«Mi viene da dirti sì. Io ho collaborato con tanti rapper importanti nei loro momenti più intimi, la canzone che ho condiviso con Geolier, per esempio, è la sua canzone secondo me più femminile in assoluto, più dolce. Io associo al rap un atteggiamento molto sfrontato, molto sfacciato, molto duro, molto diretto, molto schietto, molto anche sintetico, che è tutto quello che io non mi sento. Io mi sento molto prolissa, sento che solo per esprimere un concetto bisogna dire un sacco di cose, ma proprio nella vita, non solo nella musica. Sento di essere dolce, certe volte mi sono ritrovata in dei contesti con altri artisti che fanno rap e la conversazione non mi sembrava possibile, proprio come natura e come atteggiamento personale. È stato molto interessante conoscere quell’aspetto della musica e stimo tantissimo chi fa rap per bene, veramente trovo stupendo quando quel genere di musica è accompagnato dalla giusta attitudine personale, ma io sentivo una discrepanza, sentivo proprio che c’era qualcosa che non fluiva armonioso nel contesto rap. Non rinnego nulla, assolutamente, solo che ho trovato la mia via di espressione in qualcosa che mi appaga di più».
Quando frequentavi gli ambienti rap sentivi questa mancanza di voci femminili nella scena…?
«In quel periodo vivevo molto molto in una bolla, ero quasi completamente alienata, non mi rendevo assolutamente conto di che cosa succedesse oltre la mia vita. Non lo dico con orgoglio, perché c’è bisogno di essere consapevoli delle proprie circostanze, ma in quel periodo là non mi rendevo conto, semplicemente producevo delle cose, venivano confezionate e pubblicate e io non mi rendevo conto di quello che potesse essere l’impatto sugli altri».
A proposito degli altri, tu ti eri fatta un tuo pubblico, come pensi che questo pubblico reagirà a questa svolta cantautorale?
«Io penso che sarà ben accolto, a me piace molto la musica che è protagonista di questo disco e penso che non è che ero gialla e sono diventata verde, sono sempre io, in una versione trasformata di quello che si è trasformato dentro di me, queste cose non potevano venire fuori in altro modo, con un altro genere musicale, con altre parole, con altra intenzione vocale. Non è mai stata mia intenzione essere seguita per un genere musicale, ma piuttosto per quello che decido di fare io. Se domani voglio diventare una scrittrice di libri, spero che le stesse persone seguano quello che faccio, perché capiscono che è quello il mio modo di comunicare in quel momento».
Uno degli elementi più vividi che vengono fuori dopo l’ascolto del disco è l’urgenza di dire certe cose…
«Quello che amo delle opere dei miei artisti preferiti, quelli che mi hanno dato tanto, è l’esplorazione della malinconia, della solitudine, della paura del vuoto, in cui ci si può mettere quello che più aggrada. Io amo che dalla sofferenza se ne possa tirare fuori qualcosa di buono, qualcosa in generale. “Non c’è dolore più inutile di un dolore che non porta a nient’altro”. Il poco piacevole per me è attraente, capito? Io sarò per sempre grata a questa persona X che mi ha fatto male, anche inconsapevolmente, perché per me è quel dolore è stato un motore, una fiamma».
Tra l’altro, da un punto di vista commerciale, la vulnerabilità non è un concetto che va fortissimo nel mercato discografico…
«Sarò sincera con te, io ho provato a cantare qualcosa che non sentivo, le mie primissime canzoni sono state scritte anche da altre persone, parole che non sono uscite fuori da me, ed è stato anche uno dei motivi per cui ho deciso di fermarmi. Lì ho capito che io non riesco a portare il messaggio di qualcuno, io non sono il messaggero di nessuno, io devo portare quello che sento io, e così mi sono messa in esplorazione di me stessa, di che parole avrei usato io per esprimere i miei sentimenti. Io penso che i primi in classifica che oggi cantano quelle cose è perché le sentono sul serio, è perché sono capaci di portare il loro messaggio in questo modo, perché ci sono artisti gioiosi, ci sono artisti che sono più spensierati, ma non nell’accezione superficiale del termine. Ed è stupendo che ci siano, ma va benissimo tutta la vita se sono veri con loro stessi e fanno quel tipo di musica, è perfetto. Semplicemente, il loro essere incontra il gusto della stragrande maggioranza delle persone e quella è un’assoluta vittoria. Se mai il mio essere incontrerà la stragrande maggioranza della popolazione, sarà una vittoria anche per me e per tutto il mio team, assolutamente. Per me è stata infatti assolutamente una grossa sorpresa trovare l’appoggio di una etichetta discografica, di un management, di un direttore artistico che sposassero la mia causa, perché significa giocare un po’ al buio».
In una nota stampa che accompagna l’uscita del disco hai scritto che la domanda principe di questo disco è: “Perché le cose non possono essere come voglio io?”. Allora ti offro io la possibilità: tre desideri, tre cose che vorresti che andassero come dici tu…
«Che col mio disco facciamo milioni, più che altro perché così abbiamo molti più soldi per fare tutto ancora più in grande: facciamo i film, andiamo a registrare negli studi di Abbey Road con l’orchestra più grande che esiste…anzi, quella di Danny Elfman, che è a Los Angeles ed è gigante. Poi, che il cioccolato non mi faccia male. E l’ultimo: la possibilità di non dormire e non essere stanca e usare tutte le ore del giorno e della notte per creare cose. Questi sono i miei tre desideri».
A proposito di ricchezza: in che modo incidere questo disco ti ha arricchita?
«Secondo me creare bellezza è qualcosa che stupisce. Mi sono stupita della bellezza con cui si possono raccontare certi sentimenti e questo è stato grazie all’aver incontrato persone, artisti, che hanno intrinseca la visione, l’attenzione e la volontà nel volerla creare. Ho imparato che si possono fare le cose come voglio io e che non smetto di imparare e che ci sono un sacco di persone che sanno un sacco di cose in più di me. Ma soprattutto che ci sono persone di cui mi posso fidare e che è importante dare attenzione a quello per cui ci si sente naturalmente spinti».
Invece cosa ti piacerebbe che rimanesse di questo disco in chi lo ascolta?
«Spero che ascoltare quello che io ho fatto del mio dolore, delle mie sensazioni, delle mie esperienze, funga da ispirazione per chi ascolta per creare ognuno la propria opera con l’arte che più piace».
