Madre e figlia morte dopo il cenone di Natale, «non fu intossicazione». Nuova inchiesta per omicidio: la svolta con le ultime analisi

Quello che sembrava un caso di intossicazione alimentare sarebbe stato in realtà un duplice omicidio. Sara Di Vita, 15 anni, e sua madre Antonella Di Ielsi, 50 anni, non morirono per un pranzo di Natale con qualche pietanza che le avrebbe intossicate. Secondo quanto appreso da fonti qualificate dall’Ansa, le due donne di Pietracatella sarebbero state avvelenate con la ricina. A confermarlo, le analisi del sangue condotte sia in Italia che all’estero, che hanno rilevato tracce del veleno. Le due erano decedute a distanza di poco tempo l’una dall’altra all’ospedale Cardarelli di Campobasso, nei giorni successivi alle festività natalizie.
Indagine per duplice omicidio premeditato
Alla luce dei nuovi elementi, la Procura ha aperto un fascicolo per duplice omicidio premeditato, al momento contro ignoti. Un cambio di rotta radicale rispetto all’ipotesi iniziale, che esclude qualsiasi origine accidentale della morte delle due donne. Le indagini sono ora concentrate sull’identificazione di chi avrebbe somministrato il veleno, una delle sostanze tossiche più letali conosciute, ricavata dai semi di ricino.
I mancati ricoveri e i malori
Le due donne morirono all’ospedale Cardarelli di Campobasso tra il 27 e il 29 dicembre, nei giorni successivi ai pranzi natalizi. La sera di Natale la 15enne, la madre e il padre Gianni Di Vita si erano presentati al pronto soccorso con dolori allo stomaco e vomito, ma erano stati dimessi con diagnosi di gastroenterite. Il 27 dicembre le condizioni della ragazza precipitarono: ricoverata d’urgenza in Rianimazione, morì intorno alle 23. La madre, appresa la notizia nella stessa struttura, non sopravvisse alla mattina successiva.
I medici indagati e le dichiarazioni del padre sopravvissuto
La Procura di Campobasso aveva aperto un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose, iscrivendo nel registro degli indagati cinque medici: tre del Cardarelli e due della guardia medica, contattati dalla famiglia nei giorni del malore. Il procuratore Nicola D’Angelo aveva spiegato che l’indagine era «prioritariamente volta a ricostruire l’intera catena degli interventi medici, con specifico riguardo ai precedenti accessi della quindicenne e di sua madre presso il pronto soccorso», aggiungendo che erano stati disposti accertamenti multidisciplinari per verificare «l’eventuale sussistenza di negligenze o sottovalutazioni, nonché errori nell’applicazione dei protocolli diagnostici». Il Cardarelli aveva risposto di aver rispettato le procedure. Gianni Di Vita, il padre sopravvissuto e ricoverato allo Spallanzani di Roma in condizioni stabili, era stato sentito dagli inquirenti come persona informata sui fatti a inizio gennaio, confermando la ricostruzione emersa fino a quel momento. A metà mese era tornato in questura per rendere dichiarazioni spontanee, fornendo ulteriori dettagli su quanto accaduto nei giorni precedenti alla morte della figlia e della moglie.
Gli esami anche in Svizzera e i flop sugli alimenti
Gli esami sono stati effettuati in Italia, ma anche in Svizzera e gli accertamenti sono arrivati fino agli Stati Uniti per la ricerca di casi di avvelenamento simili a quello molisano. Le prime verifiche sugli alimenti utilizzati dalla famiglia nei giorni delle feste natalizie non avevano riscontrato anomalie e era stato ipotizzato un errore medico.
Ora la vicenda viene completamente riscritta con l’entrata in scena della ricina, una sostanza velenosa (presente nella pianta del ricino) che dopo l’ingestione causa innanzi tutto nausea, vomito, diarrea e affanno; l’avvelenamento può poi progredire fino a far collassare diversi organi e a causare il decesso. La ricina compare in diverse serie televisive, una di queste è Breaking Bad.
Il lavoro degli investigatori ora prosegue per individuare il responsabile dell’avvelenamento e le modalità con le quali è avvenuto. La casa delle vittime è ancora oggi sotto sequestro, Gianni Vita e sua figlia Sara – gli altri due componenti della famiglia delle vittime – vivono ora in un’altra abitazione.
