Gender pay gap: perché il vero divario in Italia è molto più alto delle statistiche ufficiali

Secondo le statistiche ufficiali, il divario retributivo di genere in Italia è tra i più bassi d’Europa: 5,6%, secondo l’ultima rilevazione Istat. Ma andando oltre il primo sguardo, ci si accorge che questo dato rischia di restituire un’immagine molto parziale di cos’è davvero il gender pay gap. Lo sostiene un report dell’osservatorio «Lo stato del lavoro» (Lsdl), che nelle scorse settimane ha presentato un documento in Senato sulla trasparenza salariale. Secondo gli autori della ricerca, realizzata dal Journalism for Social Change insieme al think tank Tortuga, il vero divario retributivo tra donne e uomini in Italia arriva fino al 39,9%, ben di più di quanto raccontano i dati ufficiali.
Le disuguaglianze nascoste nelle componenti variabili dello stipendio
Il punto, evidenziano gli autori del rapporto, è che la discriminazione diretta sulle retribuzioni orarie risulta relativamente contenuta, ma restano fortissime disuguaglianze reali. Il lavoro femminile è più spesso discontinuo, esposto al part-time involontario e concentrato in settori meno retribuiti e meno valorizzati socialmente. A questo, poi, si aggiunge una minore presenza delle donne nelle posizioni apicali, dove la componente variabile della retribuzione è più rilevante. È proprio in queste componenti variabili – bonus, superminimi, progressioni di carriera – che si annidano i divari più difficili da intercettare con le statistiche tradizionali. Adottando questo indicatore più completo, ribattezzato gender overall earnings cap, il divario nelle retribuzioni tra uomini e donne in Italia sfiora il 40%.
Il decreto del governo che recepisce (solo in parte) la direttiva Ue
La questione del gender pay gap è tornata in questi anni sotto i riflettori della politica grazie all’approvazione della direttiva europea sulla trasparenza salariale. Tra le novità principali introdotte dal provvedimento ci sono l’obbligo di indicare lo stipendio negli annunci di lavoro e una serie di requisiti di trasparenza su stipendi e criteri retributivi per le aziende. Lo scorso febbraio, il consiglio dei ministri ha approvato un decreto legislativo per recepire la direttiva europea nell’ordinamento italiano. Eppure, la bozza del provvedimento sembra non soddisfare pienamente quanto richiesto dalla normativa Ue, con gli addetti ai lavori che già parlano di «occasione persa» per contrastare davvero il divario retributivo di genere e la trasparenza salariale.
Ti potrebbe interessare
- Arriva la legge contro le discriminazioni di genere sul lavoro, ma il testo è troppo timido e rischia contenziosi con il diritto Ue
- Pulsar e il peso del gender gap nelle Stem: «Le iscritte sono in crescita, ma serve raccontare modelli di successo»
- Obbligo di salario negli annunci di lavoro e trasparenza sugli stipendi dei colleghi: il decreto del governo che recepisce la direttiva Ue
Sette proposte per la vera trasparenza salariale
È proprio da questa insoddisfazione che è nato un appello per convincere il parlamento a modificare l’impianto del decreto affinché si colga appieno l’occasione offerta dal recepimento della nuova direttiva europea per contrastare davvero il gender pay gap. Sono sette, in particolare, le proposte avanzate da Lsdl, Tortuga e l’associazione Pari Merito Aps:
- Includere gli apprendisti nelle tutele: l’articolo 2 del decreto del governo esclude dal perimetro della normativa i lavoratori con contratto di apprendistato, ossia oltre 560mila persone, ma la direttiva europea non prevede alcuna esclusione per loro
- Contare anche i superminimi nel livello retributivo: secondo i proponenti, è proprio qui che si concentrano le discriminazioni di genere
- Nessuna presunzione automatica per chi applica i contratti collettivi: il decreto prevede una presunzione di conformità per chi applica i contratti collettivi nazionali di lavoro (Ccnl), ma la proposta chiede di eliminarla.
- Stop alle offerte di lavoro esca: la proposta chiede di introdurre un differenziale massimo del 10% tra il minimo e il massimo della fascia retributiva indicata negli annunci di lavoro.
- Reporting anche per le medie imprese: il decreto esclude le imprese con meno di 100 dipendenti, la proposta chiede di abbassare la soglia a 50.
- Busta paga leggibile: la proposta chiede di promuovere la semplificazione e standardizzazione della busta paga, come avvenuto in questi anni per le bollette energetiche.
- Sanzioni dissuasive: il decreto prevede ammende tra 250 e 1.500 euro. La proposta chiede di farle salire fino a 50mila euro.
Foto copertina: Dreamstime/Sebnem Ragiboglu
