Non solo gas e petrolio, la crisi in Medio Oriente fa lievitare il prezzo della plastica: quali sono i rischi per l’Italia

La guerra mossa da Stati Uniti e Israele contro l’Iran rischia di spingere al rialzo non solo i prezzi dei beni energetici. Tra gli effetti meno visibili ma più diffusi della crisi in Medio Oriente c’è l’aumento del prezzo della plastica, che in Europa viene prodotta per circa l’80% proprio dai combustibili fossili. Per sfornare una tonnellata di materie plastiche occorrono fino a 2,2 tonnellate di greggio. E con il prezzo del petrolio che continua a crescere, lo stesso fanno i prezzi di polietilene, polipropilene e altri tra i polimeri più utilizzati.
Il blocco di Hormuz e i rincari della plastica
Ad oggi, Europa e Asia dipendono per circa il 10-20% del fabbisogno di polietilene e polipropilene dalle forniture che partono dal Medio Oriente, con il blocco delle rotte nello Stretto di Hormuz che rischia di innescare un effetto a catena. Le tensioni si riflettono già sui prezzi, con alcuni operatori industriali che segnalano rincari dei materiali plastici fino al 30%. Il mercato, inizialmente prudente, ha accelerato nella seconda settimana di conflitto, quando è apparso chiaro che la crisi non si sarebbe risolta rapidamente. Il rischio, evidenzia un’analisi del think tank Ecco, è un ulteriore aumento dei costi globali e una possibile frenata della domanda, soprattutto se i prezzi dell’energia dovessero restare elevati per mesi.
I rischi per l’Italia
In questa situazione, l’Italia si trova in una posizione tutt’altro che rassicurante. Il nostro Paese è il sesto importatore mondiale di plastica e tra i maggiori consumatori in Europa. Una vulnerabilità che emerge soprattutto nel settore degli imballaggi, dove si producono circa 39 kg di rifiuti pro capite (contro una media Ue di 35 kg). Alla dipendenza, infatti, si aggiunge il tema fiscale: l’Italia versa già un contributo europeo di 0,8 euro per chilogrammo di imballaggi in plastica non riciclati. Nel 2024, l’ultimo anno per cui sono stati resi pubblici i dati, il conto è stato di circa 751 milioni di euro. Sul tavolo resta la plastic tax nazionale (0,45 euro al kg sui manufatti monouso), introdotta nel 2020 durante il governo Conte II ma mai entrata in vigore.
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Le soluzioni per mettersi al riparo dai prossimi shock
Se per l’energia, esperti e analisti consigliano di ridurre la vulnerabilità da shock come questo accelerando la transizione verso rinnovabili e nucleare, per la plastica si applica un discorso tutto sommato simile. In un contesto internazionale sempre più instabile, ci sono una serie di soluzioni che permettono all’Italia (e all’Europa) di rafforzare la propria sicurezza economica e mettersi al riparo da eventuali rincari: la riduzione del consumo di plastica, il rafforzamento della filiera del riciclo e la produzione di plastiche bio-based, ottenute parzialmente o completamente dalle biomasse, su cui l’Italia è da sempre in prima linea.
Foto copertina: Dreamstime/Evgeniy Salov
