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Maria Anghileri (Confindustria): «In 5 anni sono fuggiti all’estero 190mila giovani. Per invertire il trend dobbiamo puntare su istruzione, natalità e innovazione» – L’intervista

01 Aprile 2026 - 13:35 Francesca Milano
maria anghileri
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Che cosa c’entra la denatalità con l’economia del Paese? C’entra eccome, perché un Paese può crescere solo se guarda al futuro. E in Italia il futuro è tutt’altro che roseo: si fanno sempre meno figli, e quindi si avranno sempre meno lavoratori. È questo uno dei nodi da sciogliere secondo Maria Anghileri, presidente di Confindustria Giovani e vicepresidente di Confindustria che ad Open racconta quali sono sono le principali esigenze delle imprese italiane.

Dottoressa, qual è l’urgenza più impellente secondo lei per far crescere l’economia e quindi il benessere degli italiani?
«Bisogna cercare di fare ripartire la produttività. Questa, secondo noi, è la la grande emergenza. Parliamo spesso di “filiera futuro” perché guardando al bilancio dello Stato solo il 9% è dedicato a istruzione, natalità e innovazione. Abbiamo chiesto al governo di raddoppiare questa percentuale nei prossimi 10 anni perché solo puntando su natalità, istruzione e innovazione si può pensare a un Paese a prova di futuro».

I giovani italiani fanno meno figli, è vero. Ma è altrettanto vero che molti scelgono di lasciare il Pease, attratti da lavori meglio pagati all’estero. Non si tratta solo di fuga di cervelli, ma di fuga di braccia…
«È in atto un esodo generazionale: negli ultimi 5 anni abbiamo perso 190.000 giovani di cui la metà laureati e questo significa che abbiamo formato talenti che poi hanno portato le loro competenze altrove. È fondamentale intervenire al più presto. Uno dei più grandi ostacoli è sicuramente la pressione fiscale. Su questo negli ultimi mesi abbiamo sentito varie proposte sia dal governo che dall’opposizione. Il nostro messaggio è uno uno solo: fatelo, e fatelo presto».

Si parla spesso in Italia della difficoltà di far incontrare domanda e offerta di lavoro, perché in realtà il lavoro c’è, ma è come se chi cerca e chi offre non riuscissero a trovarsi. Allora lo chiedo a lui: cosa cercano le imprese italiane oggi?
«Abbiamo condotto un’indagine sui giovani imprenditori, quindi imprese guidate da under40 e anche tra le giovani imprese uno dei più grandi ostacoli alla crescita è proprio il fatto che non trovino personale qualificato. Si cerca sia monodopera qualificata negli uffici e negli stabilimenti, ma soprattutto personale che sappia affrontare la nuova rivoluzione industriale che stiamo vivendo, che è quella dell’intelligenza artificiale. È qui che ci giochiamo la vera battaglia anche per la produttività delle nostre imprese, soprattutto se pensiamo che in Italia solo il 45% della popolazione ha competenze digitali di base. Quindi siamo al 22esimo posto in Europa. Questa è una grande sfida da affrontare».

Lei citava la pressione fiscale. Ma c’è un altro problema che le imprese, soprattutto le startup che nascono, sono costrette ad affrontare, ed è quello della burocrazia. In Italia si fa molta fatica ad avviare un’attività e c’è molta burocrazia che spaventa soprattutto i giovani imprenditori. Da questo punto di vista che cosa si può fare?
«La burocrazia è veramente uno dei grandi problemi. Confindustria ha stimato che se non ci fosse, il PIL aumenterebbe del 5% ed è veramente tanto in un Paese che sta crescendo troppo poco. Uno strumento che ha funzionato molto è quello della Zes Unica (la zona economica speciale, ndr) che è finalizzata ad aiutare le imprese che operano nel Sud Italia attraverso il credito di imposta. Oltre al credito d’imposta, questa misura ha introdotto anche altri effetti positivi sulla burocrazia perché ha previsto il meccanismo del silenzio-assenso. Secondo noi questo modello ha funzionato dal punto di vista delle semplificazioni e dovrebbe essere esteso a tutta Italia. Questo sarebbe un grande provvedimento che aiuterebbe tutte le imprese».

C’è anche un’altra battaglia che avete condotto, ed è quella per il 28esimo Stato. Di che si tratta?
«Dal punto di vista europeo, ci siamo spesi fin dall’inizio della presidenza per il 28esimo Stato, il regime societario europeo più snello. Sappiamo che la Commissione Ue ha presentato una proposta di legge ma adesso spetta al Parlamento farla entrare in vigore. Sarebbe fondamentale poter fondare un’impresa digital only a un costo massimo di 100 euro. Direi che è un incentivo a far sì che un imprenditore fondi l’azienda in Italia e magari poi la svilupperi anche in altri Paesi».

Una volta in Italia si ambiva al posto fisso, invece adesso ci sono moltissimi giovani che sognano di fondare una startup e quindi di diventare imprenditori. Che consiglio potrebbe dare loro?
«Ci sono grandissime opportunità date dall’applicazione dell’intelligenza artificiale, quindi io consiglio di concentrarsi sull’applicazione dell’iAI e della sua applicazione nel tessuto imprenditoriale italiano».

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