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Farmaci dimagranti, arriva la versione generica. Dal «food noise» all’apatia, quali sono gli effetti: «Volevo perdere peso, ma non a tutti i costi»

03 Aprile 2026 - 08:11 Cecilia Dardana
semaglutide farmaci dimagranti
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Mentre in molti Paesi del mondo è appena scaduto il brevetto di Ozempic e Wegovy, aprendo la strada ai generici, l'Europa resta vincolata a prezzi proibitivi fino al 2030. C'è chi è soddisfatto e chi si arrende a effetti collaterali (e costi) invalidanti, ecco cosa ci ha raccontato chi li usa

«Volevo dimagrire, ma non a tutti i costi». Con queste parole Alina racconta a Open il bivio davanti a cui si trovano migliaia di persone. Da un lato una condizione che per molti può rappresentare un problema (se non addirittura una malattia cronica), dall’altro l’ipotesi di una soluzione spesso descritta come veloce e facile, ma non esente da rischi ed effetti collaterali. I farmaci a base di semaglutide, tirzepatide e dulaglutide (come Ozempic, Wegovy, Mounjaro e Trulicity) sono ormai diventati un fenomeno globale difficile da ignorare.

Inizialmente pensati esclusivamente per il controllo della glicemia nei pazienti con diabete di tipo 2, hanno mostrato effetti significativi e sistematici anche sulla perdita di peso. I risultati dei trial sono stati così dirompenti che le agenzie regolatorie (come FDA ed EMA) hanno approvato la stessa molecola per due scopi diversi, spesso cambiando nome e dosaggio per distinguere i trattamenti. Ed è qui che le case farmaceutiche, intuendo il potenziale, si sono inserite cominciando a produrre farmaci “off-label”, cioè per uno scopo diverso da quello registrato. In sostanza, si è capito che il meccanismo che regola lo zucchero nel sangue è strettamente legato a quello che regola la fame nel cervello. Curando uno, si è trovata la chiave per l’altro. La semaglutide (e simili), infatti, è un analogo del GLP-1 (peptide simile al glucagone-1), un ormone intestinale. Agisce simulando l’azione di questo ormone: stimola la secrezione di insulina dopo i pasti, riduce quella di glucagone, rallenta lo svuotamento gastrico e aumenta il senso di sazietà.

Uno dei temi centrali di questi farmaci è il prezzo molto elevato, in Italia interamente a carico del cittadino se non si soffre di diabete. Ma potrebbe esserci una svolta. Perché da sabato 21 marzo 2026, in molti Paesi (tra cui Cina, India, Brasile e Canada) è ufficialmente scaduto il brevetto che l’azienda danese Novo Nordisk deteneva su Ozempic e Wegovy. Questo comporta l’arrivo di versioni generiche prodotte da altre aziende farmaceutiche a prezzi popolari. In Europa e negli Stati Uniti però il monopolio resterà intatto fino al 2030, mantenendo questi trattamenti un lusso per pochi.

Il food noise e il senso di sazietà

Quasi tutte le persone con cui abbiamo parlato che ci hanno raccontato la loro esperienza con i farmaci dimagranti concordano su una cosa: diminuisce notevolmente la fame. In alcuni casi sparisce anche il cosiddetto food noise, cioè quella sorta di pensiero fisso del cibo che spesso porta a mangiare in maniera disordinata e compulsiva, più per stress che per reale necessità. «Per chi come me ha avuto problemi di peso per tutta la vita, il cibo è sempre stato una valvola di sfogo, una ricompensa alle fatiche e allo stress. Prendendo il farmaco mi si è abbassata molto questa sensazione, questo stimolo di buttarmi sul cibo. La cosa bella è che non si ha più quella voglia di mangiare il famoso junk food», racconta a Open Antonio, chef di Padova, che in un anno è arrivato a perdere 25 kg. Anche per Giacomo, che è dimagrito di 15 kg in poco più di cinque mesi, l’esperienza è stata positiva: «Il farmaco mi ha aiutato a mangiare con moderazione e a togliere gli sfizi di cui si può fare a meno. Per esempio, la pausa di metà mattina non avevo più voglia di farla con grissini e maionese».

Anche Anita ha sperimentato «l’assenza di fame “non motivata” e del desiderio di grande quantità di cibo. Poi ha iniziato a diminuire anche la voglia di alcool: avevo l’abitudine di fare un aperitivo serale mentre preparavo la cena, cosa che stava diventando un po’ troppo ossessiva». Diversi studi hanno, infatti, mostrato effetti positivi della semaglutide su alcool e oppioidi. «Ho anche notato che riesco a concentrarmi molto meglio al lavoro e in altre attività di svago come la lettura, ho sempre meno “distrazione” da cibo».

L’altra faccia della medaglia: apatia e nebbia mentale

Sebbene i risultati sulla bilancia siano per molti straordinari, il racconto di chi li assume rivela una realtà fatta di sfumature: se per alcuni è la fine di un’ossessione alimentare, per altri il prezzo da pagare include nausea cronica, stanchezza debilitante e una sorta di appiattimento emotivo. «Il giorno dopo aver assunto il farmaco ero stanca, avevo un po’ di nebbia mentale, difficoltà di concentrazione, magari mal di testa, nervosismo», racconta Eleonora, che in un anno ha perso 16 kg. «All’inizio mi era proprio scomparso l’appetito, quindi mangiavo perché sapevo di dover mangiare, ma era uno sforzo». Insieme al senso di sazietà, molte persone raccontano di aver perso il desiderio e il piacere di fare ciò che prima piaceva. «Prima di iniziare ad assumere il farmaco mi allenavo con regolarità, riuscivo a mantenere una routine di attività fisica, che poi però non sono riuscita più a riprendere. Mi mancava proprio l’energia e la voglia di fare le cose».

Gli effetti fisici negativi

In alcuni casi la terapia diventa insostenibile o, peggio, controproducente. Alina, che è dimagrita 5 kg in 15 giorni, ha dovuto arrendersi ai segnali del corpo: «Ho iniziato a stare molto male. Avevo diarrea, nausea, vomito, per un mese avevo il sapore di uovo marcio in bocca. Quindi ho deciso di abbandonarlo. Volevo dimagrire, ma non a tutti i costi». Sara ha vissuto un vero e proprio effetto “rebound”: «Mi ha sballato l’appetito. Nel giro di due settimane ho preso un chilo e mezzo. Ma soprattutto, dopo che l’ho interrotto, ho iniziato a sentire una necessità di zuccheri che non avevo mai avuto e mangiavo in modo compulsivo. Non ero mai sazia. Anche ora che l’ho interrotto da sei mesi, non riesco a riprendere la normale routine». A Susanna il farmaco ha dato «disturbi gastrointestinali che con il tempo si sono attenuati».

Il costo dei farmaci

C’è poi un altro punto descritto da tutti come problematico: il costo dei farmaci. «Una mazzata», dice senza mezzi termini Antonio. «Costava troppo, ho dovuto sospendere la cura», racconta a Open Alessandra. Per chi soffre di diabete, questo tipo di farmaci sono rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale, in tutti gli altri casi il costo è interamente a carico del cittadino. In Italia significa affrontare una spesa che oscilla tra i 200 e i 400 euro al mese (in base al farmaco che si usa e al dosaggio), senza contare le visite specialistiche obbligatorie. «È indubbiamente un percorso che non tutti si possano permettere», dice Susanna. «Se a un certo punto ho pensato di interrompere il percorso è stato per il costo soprattutto: col il dosaggio che ho ora spendo 400 euro al mese. La cosa che mi ha spinto a continuare è la paura di tornare indietro», dice ancora Eleonora.

Il turismo farmaceutico e la corsa alla fidelizzazione

Questa barriera economica sta alimentando un vero e proprio turismo farmaceutico. «Per comprarlo sono andata in Svizzera — racconta Alina — l’ho pagato circa 190 euro, mentre in Italia so che costa il doppio». È un divario che la scadenza dei brevetti nel resto del mondo renderà ancora più evidente nei prossimi anni. Parallelamente, sul territorio nazionale, si è innescata una battaglia commerciale tra le farmacie: con terapie che durano fino a diciotto mesi e acquisti a cadenza fissa, i farmacisti si sfidano a colpi di sconti e tessere fedeltà per assicurarsi clienti tanto costanti quanto redditizi. «Una pen mi dura sette settimane e la pago 230 euro. La mia farmacia di fiducia, visto che è un percorso lungo, mi applica uno sconto leggermente più alto rispetto alla farmacia dove posso andare spot», spiega Giorgia. «La penna da 1mg costa 245 euro di listino, ma nella mia città già due farmacie applicano prezzi ridotti presentando la tessera cliente per la fidelizzazione. Con il dosaggio attuale, la dottoressa ha fatto in modo che la penna durasse due mesi anziché uno, portando la spesa a circa 200 euro al mese», conclude Anita.

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