Garlasco, Francesca Bugamelli (Bugalalla): «Vi spiego il vero significato della sigla fatta con l’AI» – L’intervista

Pubblica le intercettazioni, ricostruisce i fatti, mette a disposizione degli utenti i documenti. Tanto che «quando hanno fatto l’ultima perquisizione ad Andrea Sempio, gli hanno trovato documenti sul caso Garlasco e lui ha ammesso di averli scaricati dal mio canale YouTube», racconta Francesca Bugamelli, la youtuber 34enne nota come Bugalalla che è diventata un punto di riferimento per gli appassionati del true crime e in particolare del delitto di Chiara Poggi. Il suo canale è il primo nella classifica tra i true crime in Italia, con 8 milioni di visualizzazioni medie mensili. Una notorietà che si porta dietro anche polemiche. L’ultima è nata da Paolo Reale, consulente informatico forense della famiglia Poggi, che ha attaccato l’ultima sigla di uno dei format del canale di Bugalalla, il Salotto Giallo. Open ha contattato Francesca Bugamelli, che vive negli Stati Uniti, in Florida, per farsi raccontare la sua versione.
Ha fatto molto discutere la sigla con il balletto realizzato con AI. Ce ne spiega il significato?
«Non era un video su Chiara Poggi, ma un video satirico in risposta alla comunicazione portata avanti da Roberta Bruzzone, Salvo Sottile e l’ex generale Luciano Garofano. Era un modo per dire che è giunto il tempo di mostrare il loro stile di comunicazione, fatto di insulti e falsità. Mi accusano di non essere una giornalista, dicono che non ho diritto di far ascoltare le intercettazioni provenienti dagli stessi fascicoli che Rai o Mediaset trasmettono. Sottile è arrivato a criticarmi perché in passato ho avuto un profilo su OnlyFans e mi ha definita “analfabeta”. La mia sigla era riferita a loro, non volevo fare alcuna ironia sul delitto».
Nonostante la sigla fosse un messaggio “privato” per la dottoressa Bruzzone e il giornalista Sottile, non pensa che inserirla all’interno del suo canale YouTube possa essere stato un errore di comunicazione, perché percepita da acuni come sigla del programma che parla del caso Garlasco?
«Abbiamo visto la trasmissione Quarto Grado presentare Chiara Poggi con la canzone Cuoricini portata al Festival di Sanremo dai Coma_Cose. E ci sono molti altri esempi del genere. Per questo abbiamo realizzato questa sigla satirica, prendendo le immagini dei nostri ospiti: abbiamo voluto dare un esempio di come comunicano nel mainstream. In più, il titolo della canzone e il testo parlano del non arrendersi a chi non vuole che tu possa parlare, ovvero “We don’t Quit – Noi non ci arrendiamo”. Ci sono centinaia di migliaia di persone che hanno capito e che hanno riso, e poi ci sono quelli che hanno criticato questo video per danneggiarmi. Il mio canale affronta il true crime con professionalità, con indagini dirette e ne abbiamo dato prova con diverse esclusive e prove da noi scoperte. Ma lo abbiamo sempre fatto con ironia».
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La criminologa Simona Ruffini – che spesso partecipa come ospite al suo programma – si è dissociata, dicendo di non essere stata al corrente dell’intenzione di usare la sua immagine per realizzare un video con l’AI. È vero che lei non aveva chiesto l’autorizzazione alle persone che compaiono nel video?
«La dottoressa Simona Ruffini ha dato un suo parere, ribadendo per iscritto che ammira il mio lavoro e che continua a sostenermi. Non la si può pensare sempre allo stesso modo. Uno dei motivi per cui abbiamo mostrato questo video sta nel fatto che il mainstream ha portato avanti false notizie sulla dottoressa Bruzzone, indicando che i suoi casi sono archiviati, invece lei è a processo, in concorso con suo marito e la loro avvocata, per diffamazione aggravata. Un altro esempio è quello del consulente informatico forense Paolo Reale che ha diffuso fake news su Alberto Stasi per dimostrare che fosse un pedofilo. Invece sappiamo che Stasi è stato prosciolto da quelle accuse in via definitiva».
Albina Perri, direttrice del settimanale Giallo, invece, l’ha difesa a spada tratta. E gli altri “protagonisti” che reazione hanno avuto?
«La direttrice Albina Perri è stata più volte vittima di questi attacchi da parte di chi manipola l’informazione e quindi sa di cosa parlo. Certi personaggi, che non riescono a fermare noi e la nostra divulgazione di notizie, arrivano a far di tutto. Se e quando la verità su Garlasco uscirà, in molti avranno problemi per quanto fatto nell’ultimo ventennio. Quindi creano fake news, cambiando il contesto di ciò che diciamo e poi tentano di creare un dissing che viene sfruttato da chi è in cerca di visibilità, basandosi sull’idea che il pubblico ama gli scontri e le gogne mediatiche. Ma il mio pubblico ama, al contrario, la verità. Io e Albina Perri, per esempio, diamo alla gente la possibilità di scaricare i documenti originali, per capire quando vengono presi in giro».
Torniamo però alla sigla “incriminata”. Col senno di poi, si è pentita di averla realizzata?
«No. La invito a guardare uno degli ultimi video che ho pubblicato dove ho riunito tutte le sigle satiriche che abbiamo prodotto. I miei ospiti non hanno mai saputo come avremmo realizzato quei video, è sempre stata una sorpresa per tutti e a tutti è sempre andato bene, perché è satira. Nessuno si è lamentato quando ho trasformato gli ospiti in membri di una band heavy metal».
Sul caso Garlasco, è indubbio che il suo canale sia diventato un punto di riferimento per tutta Italia. Come mai si è appassionata al delitto Poggi? Come è nata l’idea di realizzare questo programma?
«Il mio è un canale a tutti gli effetti, con più format come il TG Crime o Il Salotto Giallo. Prima di Garlasco abbiamo portato avanti indagini giornalistiche su molti casi, come quello di Yara Gambirasio o Sarah Scazzi. Ora portiamo avanti come tutti gli altri programmi della tv il caso Garlasco e man mano anche gli altri e domani continueremo a portarne avanti altri ancora».
Nonostante sia un programma su un caso di cronaca nera, c’è chi l’accusa di fare puro intrattenimento: qual è il confine tra informazione e intrattenimento secondo lei?
«Io porto avanti sia notizia sia intrattenimento, tramite ironia e satira. Abbiamo un modo unico e scomodo di fare informazione, parliamo solo di quello che possiamo dimostrare mostrando documenti, intercettazioni o video, e li mettiamo a disposizione del pubblico, così che possa verificare che quello che diciamo è corretto. Vi basti pensare che quando hanno fatto l’ultima perquisizione ad Andrea Sempio, gli hanno trovato documenti del fascicolo sul caso Garlasco dei tempi di Alberto Stasi e lui ha ammesso che li aveva scaricati dal mio canale YouTube».
In futuro pensa di continuare a occuparsi di cronaca nera? Ha in mente altri casi da approfondire?
«Come ho detto, io amo il true crime e lo porterò avanti negli anni, anche dopo Garlasco».
