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Cosa succede con il blocco navale dello Stretto di Hormuz: «Il petrolio andrà a 200 dollari»

donald trump stretto di hormuz
donald trump stretto di hormuz
La decisione di Trump serve a colpire India e Cina. Che possono mettere pressione a Teheran. E sbloccare il problema dell'uranio. Ma nel medio periodo i problemi arriveranno a Washington

Il conto alla rovescia è cominciato. Alle 10 del mattino di lunedì 13 aprile, ora della costa Est (le 16 in Italia), gli Stati Uniti avvieranno il blocco navale dello Stretto di Hormuz. Il piano di Donald Trump dovrebbe portare al controllo da parte della Us Navy di tutte le rotte che portano agli scali dell’Iran. Per fare pressione nei confronti dei paesi che si riforniscono, ovvero Cina e India. Le quali per questa decisione dovrebbero indurre Teheran a firmare i patti con gli Stati Uniti. Un effetto domino che però rimane sulla carta rispetto alle conseguenze immediate del blocco. Che «renderebbe più probabile la chiusura del Mar Rosso da parte degli Houthi. Sottraendo al mercato un ulteriore 12% del flusso di petrolio. Ci troveremmo di fronte a un prezzo intorno ai 200 dollari al barile», spiega Trita Parsi, vice presidente del Quincy Institute for Responsible Statecraft.

Il blocco navale di Hormuz e le sue conseguenze

La proposta del blocco navale dello Stretto di Hormuz era stata fatta dall’ex generale Jack Keane sul New York Post. Anche la vicepresidente del Lexington Institute Rebecca Grant aveva appoggiato la soluzione, immaginando una strategia simile a quella che ha funzionato con il Venezuela. Il Comando Centrale delle forze armate statunitensi ha precisato che il blocco si applicherà solo alle navi dirette in Iran o provenienti dall’Iran. Entrerà in vigore lunedì alle 10:00 ora di Washington (14:00 GMT), secondo il Centcom. Trump ha anche dichiarato che le forze statunitensi intercetteranno le navi che hanno pagato pedaggi all’Iran, anche se queste navi si trovano attualmente in acque internazionali. «Nessuno che paghi un pedaggio illegale avrà la possibilità di navigare in sicurezza in alto mare», ha scritto su Truth Social.

Il 20% del petrolio mondiale

Dallo Stretto passa il 20% del petrolio mondiale. Se la strategia di Trump avesse successo, eliminerebbe il principale strumento di pressione dell’Iran nei negoziati con gli Stati Uniti e ripristinerebbe la circolazione dello stretto per il commercio globale, con una potenziale riduzione dei prezzi del petrolio nel medio periodo. Ma un blocco, dicono gli esperti, è un atto di guerra che richiede un impegno a tempo indeterminato di un numero significativo di navi da guerra.

Con un numero sufficiente di navi da guerra la Marina statunitense potrebbe istituire un blocco tale da scoraggiare molte petroliere commerciali dal tentare di attraversare le rotte con petrolio iraniano, affermano gli esperti. Ma gli Stati Uniti sarebbero pronti ad abbordare e sequestrare – o addirittura danneggiare o affondare – le navi che tentassero di «rompere il blocco»? E se trasportassero petrolio per la Cina, una grande potenza, o per partner degli Stati Uniti come l’India o la Corea del Sud?

Cosa può fare l’Iran

E cosa può fare l’Iran? L’ammiraglio in pensione Gary Roughead, ex capo delle operazioni navali statunitensi, in un colloquio con Reuters ha avvertito che l’Iran potrebbe aprire il fuoco contro le navi nel Golfo o attaccare le infrastrutture degli stati che ospitano forze statunitensi. I prezzi globali del petrolio sono cresciuti del 50% da quando Stati Uniti e Israele hanno cominciato la guerra il 27 febbraio. E Trump ha detto che i prezzi, anche quello del gas, rischiano di restare alti fino alle Midterm, le elezioni di novembre che potrebbero costituire uno spartiacque della sua seconda presidenza in caso di sconfitta.

Le implicazioni internazionali

C’è poi da dire che lo Stretto non appartiene all’Iran né agli Usa. Ogni intervento viola le leggi e ha implicazioni internazionali. Le conseguenze, secondo l’esperta Keyy Grieco, sarebbero almeno tre. Ovvero incertezza/insicurezza per il trasporto marittimo, ulteriore internazionalizzazione della crisi, pressione sugli stessi Stati Uniti. Ci sono anche rischi di natura militare. Secondo l’esperto Farzin Nadimi, i pasdraran dispongono ancora del 60% di una flottiglia composta da vedette, motoscafi, mezzi leggeri, missili cruise antinave. E migliaia di mine. In più, dall’annuncio di Trump i Guardiani della Rivoluzione hanno cominciato a spostare unità speciali nelle zone costiere meridionali.

La nuova realtà

Secondo Trita Parsi, che parla con Repubblica, «la nuova realtà è che l’Occidente dovrà accettare di arrivare ad un reale compromesso con l’Iran». Secondo l’esperto «fermare le petroliere che trasportano greggio iraniano non costituirebbe un’escalation soltanto nei confronti dell’Iran, ma anche verso i Paesi che lo acquistano, tra cui Cina, India e altre nazioni asiatiche. Dubito che Trump sia pronto per un’accelerazione di questo tipo, specialmente in vista dell’imminente vertice a Pechino. Lo stesso discorso vale per l’eventuale adozione di misure punitive contro i Paesi che hanno negoziato con l’Iran il pagamento di un pedaggio per il transito nello Stretto, tra cui il Pakistan che ha ospitato i negoziati».

L’arma di Hormuz

E questo perché neutralizzare l’arma di Hormuz «renderebbe più probabile la chiusura del Mar Rosso da parte degli Houthi. Ciò sottrarrebbe al mercato un ulteriore 12% del flusso globale di petrolio. A quel punto, ci troveremmo di fronte a un prezzo intorno ai 200 dollari al barile». Invece, sostiene Parsi, «non sarebbe sorprendente se tali minacce venissero presto ritirate, magari prima dell’apertura dei mercati, e venisse annunciato un nuovo ciclo di colloqui». Nella quale tornerebbe al centro la richiesta di arricchimento zero dell’uranio: «Una linea rossa che inizialmente non apparteneva a Trump, bensì a Israele. Il prossimo ciclo di colloqui sarebbe destinato al fallimento. Lo stesso era accaduto ai colloqui del maggio 2025, mandati all’aria dal presidente quando decise di allinearsi alla linea rossa israeliana».

Il ritorno della guerra?

Ma non necessariamente con il ritorno della guerra, conclude: ««Uno scenario più probabile è un nuovo status quo non negoziato, in cui Teheran mantiene il controllo sugli Stretti ma non ottiene alcuna revoca delle sanzioni, mentre gli Usa si ritirano dalla guerra. A quel punto la questione diventerà se Israele continuerà il conflitto autonomamente. In ogni caso, l’Occidente dovrà accettare un reale compromesso con l’Iran».

Immagine di copertina: AdnKronos