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Gli eredi Mattei contro Giorgia Meloni: «Via il nostro nome dal suo piano»

piano mattei eredi vs giorgia meloni
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I nipoti del fondatore dell'Eni contro la premier: non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina

Una pec con oggetto «Diffida all’utilizzo del nome di Enrico Mattei in relazione al cosiddetto “Piano Mattei”». Firmata Pietro Mattei, uno dei nipoti del fondatore dell’Eni morto nel 1962 in un incidente aereo a Bascapé. E inviata alla presidenza del Consiglio, mentre tra gli eredi e l’azienda c’è anche una disputa che riguarda alcuni beni. In particolare oggetti, lettere, e diversi quadri del primo Novecento. E soprattutto due nature morte di Giorgio Morandi, appartenute all’industriale, per cui è stata presentata una citazione in sede civile per petizione ereditaria al tribunale di Macerata contro l’azienda di Claudio Descalzi.

Gli eredi Mattei contro Meloni

La storia che racconta oggi La Stampa parte proprio dalla diffida. Pietro e Rosangela detta Rosy sono figli di Italo, fratello minore di Enrico. Pietro è l’erede unico della vedova di Mattei Margherita Paulas, un’ex ballerina austriaca morta nel 2000. È quindi titolare del 66% dei beni di famiglia. Rosy cura una Casa Museo a Matelica. Pietro ha deciso di diffidare Meloni dopo due anni dall’avvio del piano strategico di partenariato con i paesi africani intitolato al fondatore dell’Eni. Che dopo il 1953 lanciò la sfida alle Sette Sorelle, le compagnie del petrolio che all’epoca avevano il monopolio mondiale dell’estrazione di greggio. Firmando accordi con l’Urss, i paesi del mondo arabo e l’Iran. E rompendo il cartello. Così Eni diventò la fautrice della politica energetica autonoma dell’Italia.

La polemica

«Il contrario di quello che sta facendo Meloni», spiega Pietro. «All’inizio ho detto “vediamo che fanno”. Ma adesso trovo veramente inaccettabile le politiche del governo. Sull’immigrazione, sui costi dell’energia, sui rapporti con gli Stati Uniti. Mattei aveva sfidato gli americani, non era il loro servo. E secondo alcune tesi potrebbe essere stato ucciso proprio per questo. Meloni invece non compra gas dai russi perché deve comprarlo da Washington e assiste inerme a un genocidio in Palestina. Se lo immagina Mattei di fronte a questo?». Nella mail l’operato della premier è definito in totale antitesi rispetto a Mattei, e il suo nome usato a scopi di propaganda che distorcono l’eredità politica di Eni.

La subordinazione agli Usa

E questo perché invece di perseguire «la sovranità energetica nazionale» il governo mostra «una marcata subordinazione agli interessi degli Usa». Quanto al rapporto paritetico e non predatorio nei confronti dei paesi africani, aggiunge Pietro, non è così: «Basta vedere come tratta i migranti», perché, scrive nella diffida, Mattei «selezionava i giovani locali, li formava nelle scuole dell’Eni e li rimandava nei loro Paesi. Un approccio lontano dall’attuale utilizzo del tema migratorio per fini politici». Per questo andrà in tribunale: «Faremo causa, civile e penale. Stanno vendendo una scatola vuota».

La storia dei quadri

Rosy non ha firmato la diffida. Perché il figlio Aroldo Curzi Mattei è un imprenditore con relazioni vaste ed è stato coinvolto nel Piano. Insieme però hanno presentato la denuncia per i quadri. La Stampa scrive che le due nature morte di Morandi – datate 1919 e 1941 e in mostra fino allo scorso gennaio al Palazzo delle Esposizioni di Roma – sono i pezzi più pregiati di una collezione personale di enorme valore (con opere di artisti come De Pisis, Carrà, Rosai) che Mattei aveva accumulato negli anni ’40 e ’50. «Sono di sua proprietà. Molti li ha comprati quando l’Eni neanche esisteva. Quindi se sono di Mattei devono essere restituiti alla famiglia», dice Rosy.

L’inventario

«Mi sono fatta aiutare da diversi avvocati. E abbiamo chiesto l’inventario», aggiunge Rosy. Ma sono stati «omessi», sostengono gli eredi. Rosy ha anche ceduto alcuni beni al comune di Acqualagna per il Museo Casa Natale di Mattei che lei disconosce e con cui è in causa (a novembre è stata indagata perché accusata di aver sottratto alcuni cimeli): «Se sono della famiglia perché darli a loro?». Anche Pietro in questi anni ha provato a sollecitare i legali di Eni: «Mia zia mi aveva raccontato che il marito firmava il retro dei quadri che comprava per sé. Abbiamo chiesto di visionarli e affidarli a un perito. Ma niente. A questo punto deciderà un giudice». La società replica: «I beni rientrano nel patrimonio aziendale di Eni che pertanto farà valere tale posizione nel giudizio avviato dai familiari».