Per entrare a Medicina resta il semestre filtro, la sentenza del Consiglio di Stato: perché i giudici danno (di nuovo) ragione alla ministra Bernirni

La riforma della facoltà di Medicina voluta dalla ministra Anna Maria Bernini supera anche l’ultimo scoglio legale e incassa una vittoria definitiva contro la vasta ondata di contestazioni amministrative che l’aveva travolta. Dopo le ordinanze del Tar del Lazio, anche il Consiglio di Stato ha confermato la validità delle nuove modalità di selezione, rigettando in massa i ricorsi presentati dagli studenti. Nell’ordinanza emessa dai giudici di secondo grado, viene messo nero su bianco che l’attuale impianto normativo «non appare illogico o irragionevole», confermando così la piena legittimità delle scelte ministeriali.
Perché i ricorsi di medicina sono stati respinti
Le ragioni che hanno spinto i magistrati di primo e secondo grado a confermare la correttezza del sistema sono molteplici e toccano i punti più critici sollevati dai ricorrenti. In particolare, è stato ritenuto valido il meccanismo di ripescaggio dei voti, che ha consentito a chi non aveva raggiunto la sufficienza in tutte le materie di restare in corsa recuperando i risultati dei primi appelli. Secondo i giudici, questa procedura ha permesso di salvaguardare la posizione di chi aveva superato subito i test, mantenendo la graduatoria coerente con le regole fissate inizialmente. In questo modo, si legge nelle sentenze del Tar, «nessuno ha perso un diritto acquisito» e gli studenti in «difficoltà» hanno potuto conservare una chance senza però «stravolgere il sistema» nel suo complesso.
I ricorsi rigettati
La giustizia amministrativa ha inoltre fatto chiarezza sulla regolarità delle immatricolazioni e sulla trasparenza delle prove, escludendo categoricamente che vi siano state violazioni dell’anonimato dei candidati. Tra i tanti ricorsi, anche il caso controverso della sede di Tirana, formalmente legata all’università di Roma Tor Vergata, era stato risolto dal Tar a favore dell’amministrazione. Nonostante diversi studenti avessero lamentato di essersi ritrovati a studiare in Albania quasi per svista, come raccontato anche da una studentessa a Open, i giudici hanno stabilito che le informazioni messe a disposizione erano trasparenti e sufficienti a evitare fraintendimenti, chiudendo così la porta alle richieste di trasferimento o annullamento basate su questa ambiguità.
