La fine dei fondi Pnrr, il costo degli stipendi, i bilanci in rosso: perché i conti delle università sono a rischio e gli aumenti pubblici non bastano

Aumenta il costo del personale nelle università e i fondi pubblici non riescono a tamponare la spesa. È la tensione che oggi attraversa diverse università. Il principale strumento di sostegno pubblico, il Fondo di finanziamento ordinario (FFO), continua sì ad aumentare negli anni, ma non abbastanza da compensare in alcuni atenei l’aumento dei costi. Il risultato è già visibile nei bilanci di alcuni atenei, è stato denunciato da diversi rettori e, secondo i sindacati, rischia di diventare ancora più evidente nei prossimi anni. Secondo quanto riferisce a Open Luca Scacchi della Flc Cgil, «tra il 30 e il 40% degli atenei potrebbe arrivare al 2027 con bilanci in disavanzo o in condizioni di rischio finanziario perché abbiamo un problema di quantità di spese di personale se paragonato alle entrate».
Cresce il costo del personale nelle università
I numeri aiutano a capire la portata del fenomeno. Secondo i dati elaborati dall’osservatorio dell’università di Bergamo per il Sole 24 Ore, tra il 2019 e il 2024, il costo del personale di ogni categoria a tempo determinato e indeterminato nelle università statali è passato da 6,58 a 8,52 miliardi di euro, con un aumento nominale del 29,4 per cento. Nello stesso periodo, il FFO è cresciuto da 6,50 a 7,96 miliardi, pari a un +20,6 per cento. Se si tiene conto dell’inflazione, il divario resta significativo perché la spesa per il personale cresce del 10,2% in termini reali, mentre il fondo di finanziamento ordinario si ferma al +2,7 per cento. Il finanziamento pubblico ha sostanzialmente seguito l’aumento dei prezzi, mentre i costi delle università sono cresciuti più velocemente.
Le cause
Le ragioni principali dell’aumento sono due. Da un lato, l’aumento degli organici perché il personale strutturato è passato da poco meno di 52mila unità a oltre 60mila, con una crescita del 15,8 per cento. Ma dall’altro pesano le dinamiche salariali dovute a progressioni di carriera, rinnovo dei contratti e i vari adeguamenti legati all’inflazione. Aspetto che smentisce l’equivoco secondo cui l’aumento della spesa del personale corrisponde automaticamente a un numero maggiore di docenti negli atenei. Nonostante questo aumento rifletta anche l’adeguamento degli stipendi, secondo il sindacalista Scacchi si tratta comunque di una situazione non così florida per i lavoratori perché «sono aumenti che sono cresciuti meno dell’inflazione». Facendo un salto in avanti e guardando al prossimo anno, riferisce Scacchi della Flc Cgil, «gli atenei dovranno sostenere una spesa del personale stimata tra i 700 e 800 milioni di euro in più rispetto a quello che pagavano nel 2022».
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L’aumento dei fondi pubblici
Dal canto suo, il ministero dell’Università e della ricerca, ha più volte sottolineato che il Fondo di finanziamento ordinario, destinato alla copertura delle spese di funzionamento, del personale e delle attività istituzionali, è aumentato nel tempo e ha raggiunto livelli record. Per il 2025, la dotazione complessiva ha raggiunto i 9,4 miliardi di euro, con un incremento di 336 milioni rispetto all’anno precedente. La quota già distribuita agli atenei ammonta a 8,3 miliardi, in crescita del 3% sul 2024 e di circa il 25% rispetto al 2019, mentre altri 1,1 miliardi saranno assegnati successivamente. Il punto, però, non è solo quanto cresce il fondo, ma come si confronta con i costi effettivi e con le previsioni iniziali. «L’aumento c’è stato, ma minore rispetto a quello che era stato programmato nella legge di bilancio del 2022 per i successivi tre anni. Nel 2025, dovevamo avere un Ffo di circa 9.6 miliardi, ma ne abbiamo uno di 9,4 miliardi», spiega il sindacalista.
La situazione nelle università
A livello nazionale, il numero complessivo degli studenti mostra una crescita contenuta, ma il dato medio nasconde differenze tra atenei. Alcune università, come ad esempio Ferrara o Roma Tor Vergata, registrano un aumento delle immatricolazioni e una crescita dei costi sotto controllo. Altre, invece, si trovano nella situazione opposta con meno studenti e spese del personale in aumento più rapido rispetto ai finanziamenti. Stando sempre ai dati elaborati dall’università di Bergamo, sono 19 gli atenei in questa condizione, con un equilibrio finanziario più fragile e maggiori incognite sul futuro. Le difficoltà non sono solo teoriche o confinate dentro bilanci o dossier degli atenei.
Assunzioni bloccate, bilanci in rosso, zero turnover: le conseguenze
«In diversi casi, le università stanno già intervenendo per contenere i costi attraverso il blocco delle assunzioni, il mancato turnover e la riduzione dei fondi per la ricerca o dell’offerta formativa», spiega il sindacalista Scacchi. «Situazioni di questo tipo si sono verificate tra gli altri, a Torino dove risulta un buco di bilancio intorno ai 60 milioni di euro per l’anno scorso intorno ai 50 per quest’anno e ai 40 in previsione per l’anno prossimo, ma anche in Toscana e nelle Marche. Siena, ad esempio, ha bloccato per tutto l’anno qualunque presa di servizio per tutto lo scorso anno. I quattro rettori delle Marche hanno denunciato in modo congiunto uno stato di sofferenza economica, ma lo stesso accade anche all’università della Calabria. Poi è chiaro che ci sono anche atenei che stanno meglio perché hanno più risorse», aggiunge.
La boccata d’aria del Pnrr è (quasi) finita
«Finora, una parte delle criticità è stata assorbita grazie alle risorse del PNRR, che hanno sostenuto progetti specifici ma anche alleggerito alcune spese. Quando questa spinta straordinaria verrà meno, gli squilibri emergeranno con maggiore chiarezza, a partire dal prossimo anno, salvo aumenti del fondo di finanziamento ordinario che, però, al momento non sono programmati», avverte Scacchi. I fondi Pnrr si esauriscono infatti con la conclusione del Piano, fissata al 30 giugno 2026 per la chiusura dei progetti. «Se non ci saranno nuovi interventi mirati del ministero, le università potrebbero trovarsi di fronte a scelte difficili come limitare ulteriormente il personale, ridurre corsi e servizi, rinviare investimenti o valutare forme di integrazione con altri atenei», conclude.
