Almasri e il suo mancato arresto: ora la Corte europea dei diritti dell’uomo apre un fascicolo contro l’Italia

Il caso della mancata esecuzione da parte del governo italiano del mandato di arresto emesso dalla Cpi nei confronti di Osama Almasri Njeem, ex capo della polizia giudiziaria libica, arriva alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Una donna ivoriana e un uomo sudanese, che affermano di essere stati torturati dall’uomo, e che ora sono in Italia, si sono rivolti alla Cedu sostenendo che l’Italia ha violato i loro diritti. La Cedu dopo un esame preliminare dei ricorsi, li ha comunicati al Governo con una serie di domande, per comprendere se i casi siano ammissibili e se eventualmente decidere se l’Italia ha violato i loro diritti.
Le storie delle due vittime di Almasri
Le storie approdate alla Cpi, custodite dall’anonimato, che attraversano alcuni dei luoghi più bui e violenti della Libia degli ultimi anni. La prima ricorrente è una donna ivoriana, nata l’1 gennaio 1996. Sottoposta già a quattro anni a mutilazioni genitali, subisce gli abusi sessuali del padre adottivo. Ancora minorenne scappa, ma trova l’inferno nel carcere di Mitiga. Lì racconta di aver subito torture, violenze sessuali e maltrattamenti, indicando tra i suoi aguzzini anche Almasri, all’epoca direttore del centro di detenzione e comandante della polizia paramilitare libica. La donna riesce ad arrivare in Italia il 16 aprile 2017, segnata a vita nel corpo e nell’anima. Nel gennaio 2020 il tribunale di Catania le riconosce la protezione internazionale, giudicando credibile il suo racconto, anche grazie alla documentazione medica acquisita agli atti. Nel ricorso a Strasburgo, la donna sostiene che il mancato arresto del libico e il successivo stop della Camera all’azione nei confronti dei ministri Carlo Nordio e Matteo Piantedosi e del sottosegretario Alfredo Mantovano sia di fatto una ingiustizia nei suoi confronti, in quanto vittima. Il secondo ricorrente è un cittadino sudanese arrivato in Libia nel 2018. Rinchiuso nel centro di Al-Jadida, allora sotto il controllo di Almasri, avrebbe subito torture e maltrattamenti. Due anni dopo sarebbe stato trasferito con la forza a Mitiga per essere impiegato in uno dei gruppi armati legati all’ex capo della polizia libica. Costretto ai lavori forzati, ha subito violenze e ha assistito a torture e uccisioni di altri detenuti. Fuggito nel giugno 2022, è riuscito a raggiungere l’Italia, ottenendo lo status di rifugiato. Da allora non ha mai smesso di chiedere giustizia, ed è tra i fondatori dell’associazione Refugees in Libya, realtà contro Almasri alla Corte penale internazionale. Nel suo ricorso sostiene che il mancato arresto gli abbia negato la possibilità di giustizia.

