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«Aveva la testa a penzoloni», le sorelline incastrano la madre e il compagno: ecco come è morta la bimba di 2 anni uccisa a Bordighera

01 Giugno 2026 - 11:25 Cecilia Dardana
bordighera beatrice uccisa
bordighera beatrice uccisa
Calci, schiaffi e frustate mentre la madre non faceva nulla. Le testimonianze delle sorelle maggiori di Beatrice svelano il calvario della bimba e incastrano Manuela Aiello e Emanuel Iannuzzi: «La sentivo urlare e lui diceva: “Stai zitta, che non è niente”»
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«Più la tenevi su e più la testa cadeva in avanti», «aveva tutto il corpo viola e le labbra viola». Inizia con questa straziante testimonianza della sorellina maggiore di 9 anni il racconto dell’orrore che ha portato alla morte di Beatrice, la bambina di soli 2 anni uccisa a Bordighera il 9 febbraio scorso al culmine di trenta ore di agonia. Per l’omicidio sono stati arrestati Manuel Iannuzzi, 42 anni, compagno della madre della bambina, accusato di «maltrattamenti aggravati dalla morte della piccola», e la stessa mamma di Beatrice, Manuela Aiello, accusata dello stesso reato e arrestata il giorno del ritrovamento. Come scrive Repubblica, i dettagli della vicenda emersi dall’ordinanza di custodia cautelare hanno completamente demolito la versione difensiva della 43enne e del suo compagno, che ora si trovano in carcere con l’accusa di omicidio preterintenzionale derivante da maltrattamenti aggravati.

Le ultime ore di Beatrice

La sequenza che ha condotto alla tragedia si è chiusa la mattina del 9 febbraio scorso, quando Iannuzzi ha svegliato bruscamente le due sorelle maggiori di Beatrice intimando loro: «Non andate a scuola, perché è successo un casino». Secondo la Procura di Imperia, la piccola era reduce da un intero fine settimana di brutali percosse subite nella casa di Perinaldo. Invece di chiamare i soccorsi, la madre ha avvolto il corpo della figlia in una coperta e lo ha caricato in automobile per percorrere i venti chilometri che la separavano dalla villetta di Bordighera, fingendo che la bambina fosse ancora in vita. Un viaggio durante il quale, come ricordato dalle sorelline, della piccola «non si vedeva il viso». Una volta a destinazione, la donna ha chiamato il 112 dichiarando: «Mia figlia non respira più». Poi ha provato a giustificare il decesso con una scusa: «È caduta dalle scale». Una messinscena subito smentita dall’autopsia, che ha accertato la morte per un’emorragia cerebrale causata da un forte trauma cranico.

I colpi in bagno e «la testa a penzoloni»

Le indagini condotte dai carabinieri descrivono mesi di abusi sistematici, all’insegna di schiaffi, calci e frustate con cinture e cavi elettrici, per mano dell’uomo e mai impediti dalla madre. Le due figlie di 9 e 7 anni, inizialmente indottrinate dagli adulti a non rivelare il soggiorno a Perinaldo e a negare di conoscere Emanuel, hanno infine deciso di raccontare tutta la verità agli inquirenti. La sorella maggiore ha spiegato che già la sera del 7 febbraio Beatrice «stava già molto male» mentre loro venivano confinate al piano superiore. La domenica mattina, poi, sarebbe avvenuto l’episodio decisivo in bagno. «La sentivo urlare e lui diceva: “Stai zitta, che non è niente”», ha confessato la bambina, che sentiva le grida dall’altra stanza. Subito dopo sono seguiti i rumori del pestaggio: «Sentivamo dei colpi. Bea aveva la testa penzoloni e le usciva sangue dal naso». In un momento successivo, la sorella ha provato a verificare le condizioni di Beatrice mentre si trovava immobile sul letto: «Se le alzavo un braccio e poi lo lasciavo, cadeva giù». Nonostante la bambina avesse ormai «vomitato più volte», nessuno dei due adulti ha chiamato i soccorsi.

La paura di perdere l’affido

Nel pomeriggio di quella stessa domenica, persino un amico di famiglia era entrato nella stanza notando che la piccola appariva «molto sofferente» e mostrava un «vistoso livido di colore viola sulla mascella destra che scendeva verso il collo». Di fronte alla domanda sul perché non venisse trasportata d’urgenza in ospedale, Manuela Aiello avrebbe rivelando i suoi timori: aveva paura infatti che il nonno paterno «avrebbe approfittato della situazione per chiedere l’affido delle bambine». L’inchiesta, coordinata dal procuratore capo Alberto Lari, tratteggia un contesto di profondo degrado segnato dall’uso di alcol e cocaina, in cui la madre abbandonava le figlie anche per giorni pur di stare con il partner. Agli atti della Procura è presente anche la testimonianza di una persona informata sui fatti, che ha raccontato che la donna «la picchiava quotidianamente, era una persona violenta».

La versione di Manuela Aiello

Fino all’ultimo, Manuela Aiello ha provato a respingere le accuse dichiarando agli investigatori: «Le mie figlie sono la mia vita». Una versione a cui i magistrati non hanno dato alcun credito e che mercoledì, durante l’interrogatorio di garanzia davanti al Gip, crollerà definitivamente di fronte ai verbali d’accusa firmati dalle sue stesse figlie.

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