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«Perché ora non penso di tornare in Italia», Tavares ci ripensa: la chat con Lavitola e l’ammissione sull’amico dietro alla bomba a Ranucci – Il video

13 Luglio 2026 - 20:52 Giovanni Ruggiero
Carlos Tavares e Valter Lavitola
Carlos Tavares e Valter Lavitola
Secondo la procura di Roma, il camerunense avrebbe fatto da collegamento tra Lavitola e i quattro avellinesi arrestati per aver piazzato la bomba fuori dalla casa del conduttore di Report. Al Tg1 racconta ora perché improvvisamente ha deciso di non tornare in Italia e cosa gli ha scritto il faccendiere negli ultimi giorni
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Ci ha ripensato Gomes Clesio Tavares, l’uomo che per gli inquirenti ha fatto da tramite con la banda dell’ordigno piazzato sotto casa di Sigfrido Ranucci. L’assistente del faccendiere Valter Lavitola ha raccontato al Tg1 perché ha rinunciato al rientro dal Camerun previsto per giovedì. Il biglietto, dice, era già stato comprato, ma poi è arrivata la telefonata con l’avvocato: «Mi ha detto visto come stanno le cose forse loro non ti lasciano ritornare qui in Camerun». Troppi e troppo importanti quindi gli affari in ballo al momento, spiega al Tg1. E sarebbe questo insomma il motivo per cui ha preferito restare dov’è con un’inchiesta in corso in Italia: «Io adesso sto facendo un lavoro che non mi posso fermare».

Cosa ha scritto Lavitola a Tavares

Tavares riferisce anche di un messaggio ricevuto proprio da Lavitola nei giorni scorsi. Il faccendiere indagato per concorso in strage con l’aggravante del metodo mafioso gli avrebbe scritto che sono passati sia la polizia sia i Carabinieri, invitandolo di fatto a interrompere i contatti: «È meglio che non ci sentiamo più».

Il rapporto di Tavares con i due arrestati

A proposito dei rapporti con i due presunti esecutori materiali dell’attentato, Antonio Passariello e Pellegrino D’Avino, fermati alla fine di giugno, Tavares non nasconde di conoscerli da tempo. Con D’Avino, in particolare, racconta di aver condiviso anni di lavoro nel settore della sicurezza: «Io ho fatto sicurezza con Pellegrino molti anni», dice, spiegando che si sentivano per collaborazioni occasionali, «quando mi serviva personale per la sicurezza li chiamavo, perché ci conoscevamo».