Gli operai ex Ilva in sciopero: bloccata la statale di Taranto. I sindacati: «Serve un intervento pubblico»

Oggi, lunedì 3 agosto, è il giorno dello sciopero all’ex Ilva di Taranto. La mobilitazione – che arriva alla vigilia del tavolo tecnico al ministero delle Imprese – è stata proclamata da Cgil, Cisl, Uil e sindacati di base dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano, che nei giorni scorsi ha disposto lo stop dell’area a caldo dello stabilimento siderurgico entro il 28 ottobre. Dopo le due ore di assemblea nell’area antistante alla fabbrica, i sindacati hanno illustrato lo stato della vertenza e i motivi della mobilitazione, mentre i lavoratori in corteo hanno raggiunto la statale 100 per occupare temporaneamente la strada.
Una settimana di tavoli e incontri
«È giunto il tempo di prendere decisioni che restituiscano ai lavoratori e alla città un futuro certo», garantendo «tutti i diritti costituzionali, dal lavoro, all’ambiente e alla salute senza che alcuni vengano esclusi a discapito di altri», sottolineano le sigle metalmeccaniche. Lo sciopero coinvolge lavoratori di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria, Ilva in amministrazione straordinaria e le aziende dell’appalto. Domani, martedì 4 agosto, è previsto il primo dei quattro incontri al ministero delle Imprese e del Made in Italy, riservato ai sindacati. Il 5 agosto, invece, si terrà alle 10 il Tavolo Taranto con i soggetti che hanno manifestato interesse a realizzare nuovi investimenti nell’area e alle 12 il tavolo con Confindustria, Federacciai e Federmeccanica. Giovedì 6 agosto, infine, è atteso il confronto con le associazioni che rappresentano le imprese dell’indotto.
Le tre richieste dei sindacati al governo
Nel frattempo, il gruppo indiano Jindal ha confermato la disponibilità ad acquisire tutti gli impianti anche dopo la decisione della Corte d’Appello di Milano sull’area a caldo. I sindacati, che temono migliaia di esuberi in caso di acquisto da parte degli indiani, ribadiscono di aver avanzato tre richieste a Palazzo Chigi. Innanzitutto, misure straordinarie per i lavoratori. In secondo luogo, continuità occupazionale attraverso «un intervento pubblico», ritenuto l’unico in grado di garantire «una reale transizione ecologica e sociale». Infine, una clausola sociale per salvaguardare i dipendenti delle aziende dell’indotto.
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Urso e il pressing per far nascere una «cordata italiana»
Dalle pagine di QN, il ministro Adolfo Urso torna ad auspicare la nascita di una cordata italiana per salvare la situazione. «Dobbiamo accelerare la realizzazione di nuovi insediamenti produttivi per dare una risposta anche sul piano occupazionale. Abbiamo inoltre convocato le imprese siderurgiche italiane, insieme a Confindustria, Federacciai e Federmeccanica, per rivolgere un nuovo appello alla costituzione di una cordata italiana», spiega il titolare del Mimit. Per Urso, la chiusura dell’area a caldo imposta dalla Corte d’Appello di Milano ha innescato una «bomba sociale», perché le condizioni poste sono considerate tecnicamente impossibili da realizzare in novanta giorni. I commissari, spiega Urso, «saranno quindi obbligati a procedere alla chiusura degli impianti dell’area a caldo. Noi dobbiamo provare a disinnescarla. Per riuscirci servono la massima responsabilità da parte di tutti e azioni immediate: abbiamo pochi giorni di tempo».
Foto copertina: ANSA/Angelo Ingenito | I lavoratori dell’ex Ilva in corteo lungo la statale 100 di Taranto

