Contraccettivi e meningioma, cosa sono il desogestrel ed etonogestrel e come agiscono sull’organismo

Un rischio definito «molto basso» ma sufficiente a far scattare nuove misure di sicurezza. L’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), sulla base della valutazione condotta dal Comitato per la sicurezza dell’Agenzia europea dei medicinali (Ema), ha segnalato un possibile aumento del rischio di meningioma associato all’uso prolungato di alcuni contraccettivi ormonali. L’avvertenza non riguarda però indistintamente la pillola anticoncezionale o la contraccezione ormonale nel suo complesso. A finire sotto la lente delle autorità sanitarie sono due principi attivi ben precisi: desogestrel ed etonogestrel.
Due nomi forse poco familiari a chi non è abituato a leggere le righe più tecniche del foglietto illustrativo, ma presenti in contraccettivi utilizzati da moltissime donne. Il nuovo intervento di farmacovigilanza li porta ora in primo piano: che cosa sono desogestrel ed etonogestrel, in quali contraccettivi vengono utilizzati e che cosa ha spinto le autorità europee, e di conseguenza l’Aifa, ad aggiornare le indicazioni sulla loro sicurezza?
Desogestrel ed etonogestrel, cosa sono e come funzionano
L’organismo femminile è in grado di produrre naturalmente il progesterone, un ormone i cui livelli cambiano nel corso del ciclo mestruale e aumentano dopo l’ovulazione, contribuendo a preparare l’utero a un’eventuale gravidanza. Desogestrel ed etonogestrel appartengono alla famiglia dei progestinici, molecole create in laboratorio per ottenere attraverso un farmaco alcuni degli effetti di questo ormone naturale. Riescono infatti a riconoscere e attivare gli stessi recettori del progesterone e, proprio sfruttando questa capacità, possono modificare i meccanismi che regolano il ciclo.
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È così che diventano contraccettivi. Quando il progestinico è presente nell’organismo in maniera continuativa, il sistema ormonale riceve segnali che interferiscono con il processo che porta all’ovulazione, fino a impedire il rilascio dell’ovocita, la cellula riproduttiva femminile che può essere fecondata. Nel frattempo cambia anche il muco della cervice, quella sostanza prodotta nel collo dell’utero che gli spermatozoi devono attraversare per raggiungere l’ovocita: diventerà più densa e difficile da attraversare per gli spermatozoi. La modifica avverrà anche per l’endometrio. Il tessuto che riveste internamente l’utero, durante il ciclo di solito si ispessisce. In questo caso al contrario rimarrà più sottile andando incontro a una minore proliferazione. Un’azione quindi su più fronti che riduce fortemente la possibilità che inizi una gravidanza.
Desogestrel ed etonogestrel fanno parte dei cosiddetti progestinici di terza generazione, una definizione che indica molecole sviluppate dopo le prime generazioni di contraccettivi ormonali. L’obiettivo più ambizioso nella loro ricerca era conservare l’effetto simile a quello del progesterone necessario alla contraccezione, limitando allo stesso tempo alcuni effetti legati agli androgeni, gli ormoni presenti anche nell’organismo femminile ma in quantità molto inferiori rispetto a quello maschile e coinvolti, tra le altre cose, nella produzione di sebo e nella crescita dei peli.
Il desogestrel ha poi una particolarità: quando viene assunto non è ancora nella forma che svolge principalmente l’azione contraccettiva. L’organismo lo assorbe e lo trasforma rapidamente, soprattutto nel fegato, in etonogestrel. In farmacologia una sostanza di questo tipo viene chiamata «profarmaco»: significa semplicemente che viene somministrata in una forma che il nostro organismo deve prima convertire nella molecola attiva. Desogestrel ed etonogestrel, quindi, non sono due principi attivi estranei l’uno all’altro: il secondo è la principale forma attiva che deriva dal primo. L’etonogestrel può però essere somministrato anche direttamente, come avviene negli impianti contraccettivi sottocutanei e, insieme a un estrogeno, in alcuni anelli vaginali.
Che tipo di rischio?
Il meningioma è un tumore che si sviluppa dalle meningi, le membrane che rivestono e proteggono il cervello e il midollo spinale, ed è nella maggior parte dei casi benigno e a crescita lenta. Ma nei dati che hanno portato all’intervento delle autorità regolatorie non c’è, almeno per ora, la dimostrazione che l’assunzione di desogestrel o etonogestrel provochi direttamente la comparsa di un meningioma. Quello che emerge è invece un’associazione statistica: tra le donne esposte a lungo ad alcuni di questi farmaci, il tumore è stato osservato con una frequenza maggiore rispetto a chi non li assumeva.
Il segnale arriva in particolare da un ampio studio francese pubblicato nel 2025 sul British Medical Journal, che ha analizzato i dati sanitari di 8.391 donne operate per un meningioma intracranico tra il 2020 e il 2023, confrontandole con 83.910 donne che non avevano subito l’intervento. Si tratta di uno studio osservazionale, può quindi mostrare che esposizione al farmaco e malattia compaiono insieme con una determinata frequenza e verificare se questa cambia con la durata dell’assunzione, ma non può dimostrare da solo che l’una sia la causa dell’altra.
Ed è proprio la durata a restituire uno dei risultati più interessanti. Per il desogestrel alla dose di 75 microgrammi, un utilizzo inferiore a un anno non è risultato associato a un aumento statisticamente significativo del rischio. Il segnale emerge invece con l’uso continuativo più lungo e cresce con il passare degli anni: rispetto alle donne che non assumevano il farmaco, la probabilità di trovare un precedente utilizzo di desogestrel tra quelle operate per meningioma risultava circa una volta e mezza maggiore dopo cinque/sette anni di assunzione e poco più di due volte maggiore dopo almeno sette anni. Numeri che possono impressionare ma che vanno letti insieme alla frequenza molto bassa della malattia. Tradotto in termini assoluti gli autori della ricerca stimano un solo caso aggiuntivo di meningioma ogni 67.300 donne che utilizzano desogestrel.
C’è poi un altro elemento che motiva la decisione di Ema e Aifa: dopo l’interruzione del desogestrel, l’aumento del rischio non risultava più osservabile a distanza di oltre un anno. È su questo insieme di evidenze che le autorità regolatorie hanno scelto di intervenire, secondo la logica della farmacovigilanza: non aspettare necessariamente la prova definitiva di causalità quando emerge un segnale sufficientemente solido da giustificare una misura precauzionale.
(in copertina foto di Reproductive Health Supplies Coalition su Unsplash)

