La rivolta contro i data center arriva in Italia: dal consumo di energia ai timori per l’AI, cosa c’è dietro le proteste

Per anni sono rimasti quasi invisibili. L’infrastruttura fisica di un mondo, quello di internet, che ci eravamo abituati a considerare immateriale. Ma da qualche anno a questa parte, complice l’ascesa dell’AI, i data center ora si vedono eccome, a volte persino troppo. E così, mentre in Italia cresce la domanda per costruire nuovi centri dati, cresce anche la resistenza delle comunità locali che li ospitano. Il fenomeno di protesta contro la costruzione di data center – edifici che ospitano potenti computer, server e sistemi di archiviazione dei dati – è nato in realtà negli Stati Uniti, dove gode di un sostegno bipartisan.
Ma il movimento, ormai, è arrivato anche in Europa. Innanzitutto in Irlanda, dove i data center consumano circa un quinto dell’elettricità di tutto il Paese. Ma anche in Italia, dove nell’hinterland di Milano si concentra la stragrande maggioranza delle richieste presentate nel Paese. A volte, le proteste nascono da gruppi di cittadini che si oppongono alla costruzione di un data center vicino a casa. In altri casi, hanno a che fare più in generale con i timori relativi all’intelligenza artificiale e allo strapotere delle grandi società tecnologiche.
L’onda di proteste dagli Stati Uniti all’Europa
Negli Stati Uniti, la protesta contro i data center è diventata talmente rumorosa da trasformarsi in una questione politica nazionale, che potrebbe incidere anche sull’esito delle elezioni di Midterm a novembre. Secondo un sondaggio Gallup dello scorso maggio, sette americani su dieci si oppongono alla costruzione di data center nella propria area di residenza. E il paradosso è che l’opposizione a queste strutture sta mettendo insieme pezzi di elettorato e politica che normalmente hanno ben poco da spartire. Da una parte ci sono i movimenti ambientalisti e la corrente di sinistra dei Democratic Socialists of America, che ha trasformato la battaglia contro i data center in una delle proprie campagne nazionali. A New York, per esempio, la governatrice Kathy Hochul ha firmato una moratoria di un anno sulla realizzazione dei centri dati sopra una certa potenza.
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Dall’altra parte, anche i repubblicani stanno iniziando a cambiare posizione sul tema, per la paura di perdere elettori proprio in vista delle elezioni di metà mandato. In Texas, uno degli Stati che più hanno puntato sulla crescita dei data center e dell’intelligenza artificiale, il governatore Greg Abbott e altri politici conservatori hanno cominciato a chiedere maggiori garanzie sui costi per la rete elettrica e per gli utenti. Donald Trump, invece, continua a essere di un’idea diversa: «Se volete tasse più basse, posti di lavoro e un’economia florida, lasciate che i data center regnino. Al contrario, ucciderete la gallina dalle uova d’oro e allora dovrete incolpare solo voi stessi delle conseguenze».

L’impatto dei data center su acqua, energia e suolo
A preoccupare i cittadini è soprattutto l’impatto che i data center possono avere sul territorio, soprattutto per quanto riguarda il consumo di suolo, acqua ed energia elettrica. Un data center funziona 24 ore su 24 e richiede grandi quantità di elettricità non solo per i server, ma anche per raffreddarli e mantenere stabile l’intera infrastruttura. L’acqua è un problema più difficile da raccontare, perché cambia molto a seconda della tecnologia utilizzata. Negli Stati Uniti, alcuni grandi impianti sono stati progettati molti anni fa e hanno sistemi di raffreddamento poco efficienti. In Italia, la maggior parte dei data center utilizza ancora sistemi ad aria e, quando viene impiegata acqua, sono frequenti sistemi a circuito chiuso, che ne riducono il consumo.
I data center si costruiscono da almeno tre decenni, ma negli ultimi anni il settore sta vivendo un periodo di particolare crescita anche in Europa. «Il problema nasce quando il dibattito si polarizza tra chi vede soltanto l’opportunità economica e chi soltanto i rischi ambientali. Le domande su energia, acqua, consumo di suolo e rapporto con le comunità locali sono legittime e devono trovare risposte, ma dobbiamo partire dai dati reali», osserva Marina Natalucci, direttrice dell’Osservatorio sui data center del Politecnico di Milano. Secondo l’esperta, l’impatto dei data center in Italia è ancora limitato rispetto alla percezione che se ne ha nel dibattito pubblico. Mentre negli Stati Uniti, aggiunge Natalucci, «la deregolamentazione ha creato problemi assolutamente gravi e reali». La fortuna dell’Italia è che i data center hanno iniziato a diffondersi più tardi rispetto ad altri Paesi occidentali e ora ha la possibilità di governare la trasformazione prima che diventi un problema.
Il 70% dei data center italiani è in Lombardia
Ma quanti sono, ad oggi, i data center attivi in Italia? Nel 2025, il nostro Paese ha raggiunto 609 MW IT di capacità installata, in crescita del 19% in un solo anno. Entro il 2028, complice la crescita dell’intelligenza artificiale e dei servizi di streaming, potremmo superare 1,3 GW. La particolarità è che il 70% della capacità installata dei data center si concentra in una sola regione: la Lombardia. «I grandi data center hanno bisogno di connessioni in alta tensione, reti di telecomunicazione molto sviluppate e vicinanza alla domanda di servizi digitali. Milano dispone di tutte queste condizioni, ha un tessuto industriale molto forte e ospita già numerosi operatori», spiega la direttrice dell’osservatorio. Questa concentrazione di impianti, in realtà, riguarda soprattutto i data center di grande potenza, superiori ai 10 MW. Mentre se si guarda ai data center di piccola e media taglia, le strutture sono molto più distribuite sul territorio nazionale.

I 60 gigawatt che non esistono
Sulla crescita del settore dei data center in Italia spesso si fa anche confusione, per esempio confondendo le richieste di connessione alla rete elettrica con gli investimenti effettivi. Le richieste presentate a Terna superano i 60 GW, ma le previsioni dell’Osservatorio del Politecnico di Milano parlano di 1,4 GW entro il 2028. «Le richieste che arrivano a Terna non sono sempre investimenti reali e spesso sono frutto di una speculazione immobiliare. Tanti operatori, che erano attivi in altri settori, come la logistica, ora si spostano sui data center», spiega Cristiana Mattioli, ricercatrice in urbanistica per il Politecnico di Milano e coordinatrice del progetto ProdAction sui nuovi territori dei data center. Questo accade perché un terreno che ottiene la possibilità di essere collegato all’alta tensione aumenta di parecchio il proprio valore. Ma questo non significa che tutte le richieste avanzate a Terna si trasformeranno effettivamente in nuovi data center.
Manca una legge, ma mancano anche i dati
Il problema più grande di questa trasformazione è che sta avvenendo più velocemente della nostra capacità di misurarla. Ad oggi, infatti, non esistono dati puntuali in Italia o in Europa su quanta energia elettrica e acqua consumino i data center. «A livello di Unione europea si sta cercando con fatica di raccogliere dati sul consumo di energia e acqua dei data center, così da capire qual è la situazione attuale e come si può regolamentare meglio», spiega Mattioli. In assenza di dati, diventa difficile stabilire quanti data center si possano costruire prima che la situazione diventi insostenibile. Le regole a cui sta lavorando Bruxelles prevedono la creazione di una banca dati europea e standard minimi di prestazione.
A mancare non sono solo i dati, ma anche un contesto normativo di riferimento. L’Italia, ad oggi, non dispone di una legge nazionale che disciplini la costruzione di nuovi data center. «Finora i data center sono stati regolati prevalentemente in base ai generatori di emergenza, alimentati a diesel, che si attivano in caso di blackout. Per le loro emissioni, vengono regolati come un qualunque impianto industriale. In base alla potenza termica dei generatori, ci sono procedure diverse», osserva ancora Mattioli. Le regole sono cambiate, almeno in parte, con il decreto bollette approvato a inizio 2026, che velocizza l’iter delle procedure autorizzative con un procedimento unico che dovrebbe chiudersi nell’arco di 10 mesi.

La Lombardia fa da sé
In attesa che il Parlamento legiferi, c’è chi ha deciso di andare da sé. È il caso della Lombardia, che a giugno ha approvato una propria legge regionale sull’insediamento e l’ampliamento dei data center, con l’obiettivo di ridurre il consumo di suolo, tutelare le risorse idriche e recuperare il calore di scarto per il teleriscaldamento degli edifici residenziali. «Sicuramente si deve prestare attenzione al consumo di suolo. La legge lombarda dice che è preferibile usare aree dismesse, ma non vincola la costruzione di data center alle sole aree dismesse, con il rischio che essi ricadano in aree di espansione industriale a oggi non attuate, quindi permeabili», fa notare Mattioli.
Il movimento di protesta che dagli Stati Uniti sta arrivando in Europa nasce anche da questa asimmetria: la velocità con cui gli operatori annunciano nuovi progetti è spesso superiore alla velocità con cui le istituzioni riescono a capire che cosa quei progetti comportino per l’ambiente circostante e le comunità che li ospitano. Il vantaggio dell’Italia è che il settore è solo all’inizio della propria espansione e c’è ancora tempo per fissare regole certe in grado di tranquillizzare i cittadini e minimizzare l’impatto sulle comunità e sulle reti elettriche. «Per un volta – conclude Marina Natalucci – essere arrivati dopo può permetterci di fare scelte migliori».
Foto copertina: EPA/Jim Lo Scalzo

