Ultime notizie Alessandro Di BattistaNepalReportSigfrido RanucciUcraina
ECONOMIA & LAVOROAcciseAutoCarovitaPetrolioUnione europea

Perché fare il pieno in Italia costa così tanto? Dal “paradosso Malta” al nodo delle accise, tutti i dati del confronto con gli altri Stati Ue

31 Agosto 2026 - 15:23 Gianluca Brambilla
prezzo-benzina-italia-malta
prezzo-benzina-italia-malta
L’Italia è il settimo Paese Ue per prezzo della benzina alla pompa, ma scende al dodicesimo posto se si considerano i prezzi al netto delle tasse
Google Preferred Site

Tra chi quest’estate ha passato le vacanze all’estero, c’è una domanda che in molti potrebbero essersi fatti: com’è possibile che in Italia costi così tanto fare il pieno alla macchina? D’altronde, basta attraversare il confine in Slovenia, in Austria, in Croazia o in Svizzera per vedere il prezzo di benzina e gasolio scendere sensibilmente. A confermare che non si tratta di un’impressione ci pensano i dati della Commissione europea. Secondo l’ultimo bollettino, che risale al 27 agosto, l’Italia è al settimo posto tra i 27 Paesi Ue per prezzo alla pompa, con 2,003 euro al litro per la benzina. Davanti a noi ci sono Danimarca, Paesi Bassi, Germania, Finlandia, Francia e Grecia. Il prezzo medio del gasolio è invece 2,115 al litro, il ventunesimo più alto tra i Paesi Ue.

Il paradosso di Malta: compra carburante dall’Italia ma lo paga meno

All’estremo opposto della classifica sui prezzi della benzina c’è Malta, con una media di 1,34 euro al litro. E qui la faccenda si fa parecchio curiosa, perché Malta – il Paese Ue dove fare il pieno costa meno in assoluto – non dispone delle stesse infrastrutture petrolifere di un grande Paese continentale e importa i carburanti di cui ha bisogno dall’estero, Italia compresa. E allora la domanda viene quasi naturale: com’è possibile che un prodotto che passa dall’Italia possa costare meno a Malta che da noi? Innanzitutto, come spiega una inchiesta del Corriere dell’Umbria, il fatto che un carburante venga raffinato, acquistato o trasportato dall’Italia non significa automaticamente che debba anche essere venduto allo stesso prezzo altrove.

Una volta arrivato sul posto, il costo finale dipende da diversi fattori: le tasse applicate dallo Stato, i costi della distribuzione, l’organizzazione del mercato e non solo. A Malta, per esempio, il governo acquista carburanti quasi esclusivamente con contratti finanziari di copertura contro le oscillazioni dei prezzi internazionali. In più, ci sono sussidi statali diretti che abbassano artificialmente il prezzo dei carburanti scaricando il carico sulla fiscalità generale.

Quanto costa un litro di benzina

Per quanto riguarda l’Italia, il prezzo alla pompa è composto da diverse voci. C’è innanzitutto il costo del prodotto, determinato dalle quotazioni internazionali dei prodotti petroliferi e dai costi legati alla raffinazione. Poi ci sono il trasporto, lo stoccaggio e la distribuzione. Infine, le imposte, che in Italia sono principalmente due: le accise e l’Iva. L’accisa è un’imposta fissa applicata a ogni litro, mentre l’Iva è una percentuale e viene applicata sul prezzo finale, che comprende l’accisa. Questo significa che quando il prezzo industriale della benzina aumenta, non cresce soltanto la parte legata al costo del carburante, ma cresce anche l’importo dell’Iva pagata da chi fa il pieno.

Il confronto tra i prezzi di benzina al netto delle tasse

Le imposte hanno un peso importante sul prezzo finale, ma non sono l’unico elemento che incide. L’Unione europea stabilisce un livello minimo di accisa sulla benzina, ma ogni Stato può fissare una tassazione più elevata. Per vedere quanto incide la tassazione sul prezzo finale di benzina e gasolio, ci si può affidare ancora una volta ai dati della Commissione europea, che ogni settimana pubblica i prezzi dei carburanti distinguendo tra il prezzo finale pagato dal consumatore e quello al netto delle tasse. Per quanto riguarda l’Italia, la benzina al netto delle tasse costa 0,968 euro al litro. Un dato che ci mette comunque nella parte alta della classifica. Più precisamente, al dodicesimo posto in Ue per prezzo della verde.

Il ruolo della catena di distribuzione

Prima di arrivare al distributore, il carburante passa attraverso una catena di costi che varia da Paese a Paese: raffinazione, stoccaggio, trasporto e distribuzione. A incidere sono anche la struttura della rete e i margini degli operatori. In Italia, per esempio, la rete dei distributori di benzina e diesel è particolarmente estesa e frammentata. E anche questo, almeno in parte, può incidere sul prezzo finale del carburante.

L’infinito dibattito sul taglio delle accise

In ogni caso, la componente fiscale resta importante. Secondo i dati di Acea, la lobby dei produttori di automobili, l’Italia è al primo posto in Europa per le accise sul diesel e al secondo per quelle sulla benzina. Ed è anche per questo che, a ogni rialzo del petrolio e del gas sui mercati internazionali, questo o quel partito politico propone di abbassare i costi per i cittadini tagliando almeno temporaneamente le accise. Il problema è che un taglio delle accise ha un costo per i conti pubblici e riduce il prezzo di un prodotto di cui l’Europa sta cercando di ridurre i consumi. Per questo le istituzioni europee e internazionali suggeriscono ai governi di introdurre misure mirate e temporanee per frenare i rialzi del prezzo dei carburanti.

Quanto valgono le accise e perché nessun governo riesce a tagliarle

Dal primo gennaio 2026, l’accisa ordinaria sulla benzina e quella sul gasolio sono state allineate a 67,29 centesimi al litro. Il governo ha poi introdotto temporaneamente uno sconto sul gasolio, portando l’accisa a 53,29 centesimi fino al 5 settembre. Nel 2024, il fisco ha incassato quasi 40 miliardi di euro dal comparto dei carburanti: una cifra che tiene conto sia delle accise che dell’Iva. Ed è questo uno dei motivi per cui, nonostante da anni i partiti promettano di ridurre le accise, eliminarle o anche solo abbassarle in modo strutturale, la questione è molto più difficile di quanto sembri in campagna elettorale.

Ogni centesimo di riduzione significa meno entrate per lo Stato e deve essere compensato con un’altra tassa, con un taglio della spesa oppure con un aumento del deficit. E infatti, negli ultimi anni i governi si sono sempre limitati a interventi temporanei, come i tagli introdotti all’indomani della crisi energetica del 2022 innescata dalla guerra in Ucraina. Peraltro, a prescindere dalle misure decise dai governi, il gettito fiscale di benzina e diesel è destinato a ridursi nel tempo, costringendo il fisco a trovare entrate alternative. Secondo una stima di Unem, entro il 2030 la transizione verso le auto elettriche potrebbe ridurre di circa 3,8 miliardi di euro le entrate derivanti dalle sole accise sui carburanti. Soldi che lo Stato dovrà andare a recuperare altrove.

Foto copertina: ANSA/Alessandro Di Marco

leggi anche