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Giorgia Meloni si fa prestare 130 milioni da Eni ed Enel per il decreto benzina: niente tassa sugli extraprofitti, solo un anticipo sui dividendi

27 Agosto 2026 - 17:55 Gianluca Brambilla
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Per finanziare l'ultima misura contro il caro carburanti, il governo impone un contributo alle società energetiche con ricavi oltre i 2 miliardi. Ecco come funziona
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Nessuna tassa sugli extraprofitti, ma un “anticipo” dai due principali colossi dell’energia. Per finanziare il nuovo sconto temporaneo sulle accise del gasolio, il governo Meloni ha architettato un meccanismo finanziario che impone alle società energetiche con ricavi sopra i 20 miliardi di euro un versamento anticipato sulle tasse legate ai dividendi già deliberati dalle società ma non ancora distribuiti ai soci. Una sorta di prestito a tasso zero per finanziare l’ultima misura dedicata al caro carburanti.

I due paletti del governo

La norma, come spiega la relazione tecnica che accompagna il decreto, è stata disegnata su misura per i grandi player nazionali dell’energia. In base al testo del decreto, infatti, l’obbligo scatta esclusivamente per i gruppi che rispettano due requisiti. Il primo: ricavi complessivi superiori a 20 miliardi di euro. Il secondo: devono svolgere «attività di estrazione, produzione, importazione definitiva o introduzione nel territorio dello Stato da altri Stati dell’Unione europea, raffinazione, trasformazione, stoccaggio, trasporto, distribuzione, commercializzazione o vendita di petrolio greggio, di prodotti petroliferi, di gas naturale, anche liquefatto, o di altri prodotti energetici nonché di energia elettrica».

Claudio Descalzi, ad di Eni, e Flavio Cattaneo, ad di Enel

L’anticipo chiesto dal governo a Eni ed Enel

Questi due paletti, di fatto, restringono il perimetro ad appena due nomi: Eni ed Enel. Due gruppi abbastanza grandi e consolidati da poter anticipare la liquidità di cui ha bisogno il governo senza subire effetti strutturali. La nuova norma approvata dal Consiglio dei ministri impone ai due colossi del settore energetico di versare, entro il 30 novembre, il «39% delle ritenute e delle imposte sostitutive […] relative agli utili la cui distribuzione sia stata deliberata» nell’ultimo esercizio. Più che una tassa, però, si tratta di un anticipo. Questo perché, a fronte del versamento, lo Stato riconosce alla società un credito d’imposta di pari importo, da utilizzare nel momento in cui il dividendo verrà effettivamente erogato.

Un contributo da 130 milioni

Ma quanto vale questa operazione per le casse pubbliche? La risposta, anche in questo caso, è contenuta nella relazione tecnica elaborata dal ministero dell’Economia. Analizzando i calendari di distribuzione degli utili degli ultimi dieci anni delle principali aziende energetiche, il governo ha calcolato che il bacino dei dividenti già deliberati ma ancora da distribuire ammonta a circa 1,7 miliardi di euro. Su queste rendite si applica un’aliquota media di imposta del 19,7%. Con la richiesta di anticipare il 39% di questo gettito, il governo punta a ottenere un’entrata immediata per il 2026 pari a 130,3 milioni di euro. Una cifra che, presa da sola, non copre certamente un nuovo taglio delle accise, ma aiuta senz’altro l’esecutivo di Giorgia Meloni a far quadrare i conti e far fronte al caro carburanti.

Foto copertina: ANSA/Fabio Frustaci | Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti seduti ai banchi del governo alla Camera dei Deputati

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