La madre del femminicida Ragnedda: «Suo padre mi maltratta e mi ha minacciato di morte»

Emanuele Ragnedda è reo confesso del femminicidio di Cinzia Pinna. L’omicidio è avvenuto nella tenuta di famiglia di Conca Entosa con tre colpi di ricerche. Ragnedda ha fatto ritrovare il corpo nascosto tra i rovi della sua tenuta. Nicolina Giagheddu è la madre di Ragnedda. E ha denunciato il marito Mario Ragnedda, imprenditore del vino in Gallura, per maltrattamenti e minacce di morte. Andati avanti, dice lei, per trent’anni di matrimonio. «Sulla terra di mio padre, sulla mia terra, a Conca Entosa, è stato versato il sangue di Cinzia. Il suo corpo è stato gettato tra i rovi della tenuta dove è rimasto per 12 giorni. Tutti hanno definito quella ragazza fragile e invece non è così. È talmente forte da avere dato anche a me il coraggio di denunciare e di non restare più in silenzio», dice lei oggi in un’intervista a Repubblica.
Emanuele Ragnedda e la madre Nicolina Giagheddu
Nicolina Giagheddu dice di non aver parlato prima «per amore di mio figlio, volevo proteggerlo. Ma da quando le prove dicono che lui ha ucciso quella donna appena conosciuta, ho deciso di ribellarmi alla violenza in famiglia. In questi mesi ho messo in fila tutto quello che ho dovuto sopportare insieme al sostegno delle avvocate Angela Corda e Rosalia Deiana». Si è separata da suo marito «dal 7 ottobre del 2025: ho lasciato la casa coniugale, la notizia l’ho tenuta riservata. Da novembre scorso ho rotto ogni rapporto ma lui continua a perseguitarmi. Lo trovo appostato sotto la mia nuova residenza o davanti ai ristoranti che frequento. Questo mi crea una continua tensione».
La denuncia contro Mario Ragnedda
Il marito Mario Ragnedda, sostiene nel colloquio con Romina Marceca, «ha già tentato di uccidermi in passato. Le prove sono in mano agli avvocati. Ci sono audio, messaggi, foto. È stata annullata la mia identità personale. Lui ha messo in atto un sistema di dominio, orientato a limitare la mia autonomia fino a rendermi incapace di esprimere liberamente la mia volontà. Anche sulle mie proprietà. Ha fatto crescere nostro figlio in un clima di odio e violenza».
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In questi anni, racconta, «sono stata picchiata per trent’anni, lui mi dava pugni in testa per banali disguidi, venivo rinchiusa in casa, umiliata, minacciata di morte. Una sera mi picchiò poco prima di un evento con Peter Gabriel in una delle mie tenute. Sul divano del salotto c’era sempre una pistola in bella vista con il caricatore inserito che più volte mi è stata puntata contro. Un giorno ha cercato di buttarmi giù da un terrazzo, in un audio mi ha annunciato che mi avrebbe impiccata. Dopo che è morta Cinzia, mi ha detto che mi avrebbe fatta sparire e mi avrebbe dato in pasto ai maiali perché sono una gatta randagia. Nei confronti delle donne ha sempre avuto parole di disprezzo, definendo le vittime di femminicidio colpevoli perché se la vanno a cercare».
La fine di Cinzia
Nicoletta dice di aver avuto paura di fare la fine di Cinzia Pinna: «Da anni vivo nel terrore. Per questo chiedo un’indagine su Mario Ragnedda, altrimenti sarò la prossima Cinzia Pinna». Ha chiesto anche di essere sentita in procura a proposito dell’omicidio dell’impiegata di hotel: «Mario il giorno dopo la morte di Cinzia era a Conca Entosa e mi aveva detto che doveva seppellire una gatta randagia. Quelle parole, alla luce di quello che è stato scoperto, sono tornate a tormentarmi e l’ho scritto in denuncia. Il mio sospetto è che ci siano dei complici e che uno di loro sia proprio lui. Voglio tutta la verità sulla morte di Cinzia, glielo devo».
Il figlio
Il figlio lo ha ripudiato. E dice che la vedrà «solo quando racconterà tutta la verità su quella notte». Ha più volte chiesto di incontrare i genitori di Cinzia. «Non mi hanno mai voluta conoscere. Ma presto venderò Conca Entosa e risarcirò la famiglia. So bene che i miei soldi non riporteranno indietro le lancette del tempo ma sento di doverlo fare».

