L’altra denuncia dell’ex compagna di Lavitola: «Voleva impedirmi di parlare con i pm»

Minacce e induzione a non rendere dichiarazioni all’autorità giudiziaria. Sono queste le due ipotesi di reato su cui lavora la procura di Roma dopo la denuncia dell’ex compagna di Valter Lavitola Natalia Potenza. Un’ipotesi che non coinvolge solo Lavitola, ma «chiunque altro abbia agito in concorso» con lui. A carico di Lavitola c’è anche un’altra denuncia per maltrattamenti in famiglia. Per la quale nei confronti dell’imprenditore è scattato il Codice Rosso. Della denuncia parla oggi Libero.
La denuncia di Potenza
Potenza ha un nuovo difensore: Giuseppe Cavallaro. Ai giudici ha detto di essere «venuta a conoscenza di fatti, rapporti e circostanze direttamente rilevanti per le indagini in corso». Ma, proprio per questo suo prezioso bagaglio di conoscenze e «in ragione della collaborazione prestata all’autorità giudiziaria», la donna avrebbe «subito una serie di condotte di pressione, intimidazione e condizionamento», a suo giudizio, «insidiose e meritevoli di un approfondimento giudiziario».
Le lettere
Le sollecitazioni sarebbero arrivate anche dai difensori di Lavitola, ovvero lo studio Cola. Potenza racconta le lettere di Lavitola dal carcere. La prima arriva il 16 agosto e, pur contenendo già «imposizioni, istruzioni e richieste», in essa Lavitola tenta di rassicurare la compagna dicendole che «sareb be andato tutto bene». Ma le chiede di dare 100 euro a settimana al figlio di primo letto di Valter, Giuseppe. Il 18 agosto 2026 ordina, invece, di consegnare 1.500 euro al suo difensore, come secondo acconto della parcella.
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L’espatrio
Nella lettera del 24 agosto 2026 Lavitola avrebbe mostrato di essere informato del cambio di difensore e di conoscere il nome del nuovo legale. «Una circostanza piuttosto singolare dato che la nomina dell’avvocato era rimasta notizia assolutamente riservata, ma che, oggi, leggo come una dimostrazione da parte del signor Lavitola del fatto che lui, nonostante la carcerazione, riusciva ad avere notizie sul mio conto», denuncia la Potenza. E soggiunge: «Nella medesima lettera diceva inoltre che, per la mia sicurezza e per quella dei bambini, sarebbe stato necessario andare via da Roma e, addirittura, dall’Italia, indicandomi il Brasile o l’Argentina come possibili destinazioni».
La ricostruzione prosegue: «Nella stessa lettera mi rappresentava che gli sarebbero serviti solamente cinque/sei mesi di intensa attività per sistemare tutto e mettere in sicurezza me, i bambini e Mile», la figlia avuta a Panama da una precedente relazione. Alla ragazza Lavitola dedica questo pensiero: «Avvisa Mile per piacere, credo che per agosto ho già inviato tutto».
Giuseppe Lavitola
Infine c’è un capitolo che riguarda il figlio di Valter, Giuseppe Lavitola. Da quando il padre è in carcere, avrebbe iniziato a far sentire la sua presenza nel locale di famiglia: «Ha iniziato a frequentare per la prima volta il ristorante “Cefalù” con un’assiduità che non aveva nulla di casuale. Si presentava, chiedeva conferma che il padre potesse venire ai domiciliari, reclamava la restituzione di un Rolex, consumava e non pagava. Ogni visita era un promemoria. Un modo per ricordarmi che la famiglia Lavitola era ancora lì, presente, in attesa».
Ma anche l’avvocato di Lavitola, Sergio Cola, è accusato di avere preso parte all’assedio: «Aveva inizialmente contattato il mio legale chiedendogli una telefonata riservata, proposta che Cavallaro, con grande cautela, declinava, invitandolo a mettere tutto per iscritto». Sarebbe nata così «una catena di messaggi che documenta con precisione il meccanismo di pressione messo in atto», anche se «il pretesto formale era la restituzione di effetti personali di Lavitola, vestiario e, soprattutto, preziosi e danaro».
La conclusione
Conclude la donna: «Quello che ho vissuto nelle settimane precedenti a quella audizione non è stato una serie di episodi sfortunati. È stata una pressione sistematica, costruita con pazienza e con metodo, che si è servita di tutto: dell’amore per i miei figli, del senso di colpa, della paura, del denaro, della presenza fisica del figlio, e infine degli strumenti del diritto. Una pressione che aveva un solo obiettivo: impedirmi di raccontare quello che sapevo».

