Testimoni di Geova, sì a globuli rossi, plasma e piastrine: perché resta il no al sangue intero

Cinque trasfusioni ogni minuto. È il ritmo con cui, in media, negli ospedali italiani vengono somministrati sangue e suoi componenti: secondo gli ultimi dati del Ministero della Salute aggiornati al luglio 2026 sono state circa 2,7 milioni le trasfusioni effettuate nell’ultimo anno, destinate a oltre 638 mila pazienti. Dietro ciascuna di quelle sacche c’è un compito molto concreto: restituire all’organismo qualcosa che ha perso o che, in quel momento, non riesce più a produrre abbastanza. Globuli rossi quando l’ossigeno fatica ad arrivare ai tessuti, piastrine o plasma quando il sistema della coagulazione non riesce più a funzionare come dovrebbe. In alcuni momenti della cura, poter disporre del componente giusto può diventare decisivo per tenere in vita un paziente o permettere all’organismo di superare una fase critica.
È anche per questo che una decisione annunciata nei giorni scorsi ha riportato le trasfusioni al centro dell’attenzione. Dopo circa ottant’anni, i Testimoni di Geova hanno modificato la loro posizione sull’impiego dei principali componenti del sangue. Ogni fedele potrà decidere secondo la propria coscienza se ricevere globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine provenienti da un’altra persona. Rimane invariato però il rifiuto della trasfusione di sangue intero. Una distinzione che apre però una questione prima di tutto medica: che differenza c’è tra trasfondere sangue intero e somministrarne soltanto alcuni componenti? Come si decide che cosa serve a un paziente e che cosa può accadere quando una trasfusione necessaria non viene eseguita?
Una sacca non vale l’altra: cosa viene davvero trasfuso
Quando si parla di trasfusione, l’immagine più immediata è quella di una sacca di sangue che passa da un donatore a un paziente. Nella pratica moderna, però, quasi mai il sangue viene utilizzato come un unico blocco: è piuttosto una materia prima che può essere separata nelle sue diverse componenti e somministrata in modo mirato, a seconda di ciò che manca all’organismo. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, nei Paesi ad alto reddito circa il 98% del sangue raccolto viene infatti separato nei suoi componenti. I globuli rossi, ricchi di emoglobina, servono soprattutto a ripristinare la capacità del sangue di trasportare ossigeno; le piastrine intervengono nella formazione del coagulo, cioè una massa di sangue solidificato che serve a bloccare un’emorragia, e diventano fondamentali quando sono troppo poche o non funzionano correttamente; il plasma è invece la parte liquida del sangue e contiene, tra le altre sostanze, proteine e fattori indispensabili alla coagulazione. Le trasfusioni di globuli bianchi, più precisamente di granulociti, esistono, ma sono molto meno comuni e vengono prese in considerazione soprattutto in particolari pazienti con una grave carenza di neutrofili e infezioni che non rispondono alle terapie.
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La differenza con il sangue intero
C’è un limite che anche dopo la recente svolta rimane: per i Testimoni di Geova continua a non essere accettata la trasfusione di sangue intero. Cosa vuol dire nel concreto della pratica clinica? Il sangue intero è quello che mantiene nella stessa unità, invece di separarle, le sue principali componenti. È quindi diverso dalla pratica oggi più comune, che come già spiegato consiste nel separare il sangue donato e somministrare al paziente soltanto l’emocomponente di cui ha bisogno.
Il sangue intero non è però scomparso dalla medicina. Può essere utilizzato soprattutto in alcune situazioni di forti emorragie, quando cioè il paziente arriva a perdere rapidamente grandi quantità di sangue e occorre quindi ripristinare contemporaneamente globuli rossi, volume circolante e capacità di coagulare. Gli esperti spiegano però che questo non significa che rappresenti automaticamente una soluzione migliore rispetto alla somministrazione separata degli emocomponenti. Due grandi studi randomizzati pubblicati nel 2026 sul New England Journal of Medicine hanno confrontato nei pazienti «con gravi emorragie traumatiche trattati prima dell’arrivo in ospedale» il sangue intero con la terapia basata sui singoli componenti. In entrambi i trial i ricercatori spiegano come non sia emerso un vantaggio significativo in termini di sopravvivenza con il sangue intero.
Nello studio TOWAR, condotto su oltre mille pazienti con trauma e sospetto shock emorragico, a 30 giorni la mortalità registrata era del 25,9% dei pazienti trattati con sangue intero contro il 20,5% di quelli che avevano ricevuto globuli rossi, plasma o entrambi: una differenza che, dopo l’analisi statistica, per i ricercatori non è risultata significativa. Nel trial SWiFT invece l’esito principale considerava insieme il rischio di morte e la necessità di una trasfusione massiva nelle prime 24 ore: si è verificato nel 48,7% dei pazienti trattati con sangue intero e nel 47,7% di quelli sottoposti alla terapia standard con emocomponenti. «Questo non significa che il sangue intero sia inefficace o più pericoloso», spiegano gli studi, «ma che i risultati indicano piuttosto che nelle condizioni studiate non è risultato superiore alla terapia con emocomponenti».
Quando una trasfusione può diventare decisiva
Il corpo umano può compensare una perdita di sangue solo fino a un certo punto. Una parte decisiva di questo equilibrio dipende dai globuli rossi, le cellule del sangue che contengono emoglobina, la proteina capace di legare l’ossigeno nei polmoni e trasportarlo fino ai tessuti e agli organi. Quando i globuli rossi diminuiscono troppo, o quando se ne perdono molti in poco tempo, cala quindi anche la quantità di ossigeno che il sangue riesce a distribuire all’organismo. All’inizio il corpo prova a reagire: il cuore accelera e il flusso sanguigno viene redistribuito per preservare soprattutto gli organi vitali. Ma questa capacità ha un limite. Quando l’anemia diventa molto grave o la perdita di sangue è rapida, come può accadere in una grande emorragia, l’ossigeno che raggiunge cuore, cervello, reni e altri organi può non essere più sufficiente: possono comparire ischemia, alterazioni della funzione degli organi e, nei casi più estremi un progressivo cedimento delle funzioni vitali fino all’arresto cardiocircolatorio e alla morte.
Non esiste però un valore di emoglobina che faccia scattare automaticamente una trasfusione. Le linee guida internazionali dell’AABB,Association for the Advancement of Blood & Biotherapies, l’organizzazione internazionale che si occupa di medicina trasfusionale e bioterapie, elaborate sulla base di 45 studi randomizzati che hanno coinvolto oltre 20 mila adulti, indicano per la maggior parte dei pazienti ricoverati e clinicamente stabili una strategia cosiddetta “restrittiva”: prendere in considerazione la trasfusione di globuli rossi quando l’emoglobina scende sotto i 7 grammi per decilitro nei pazienti ricoverati e clinicamente stabili. La soglia può essere diversa in particolari condizioni, ma soprattutto va letta insieme a ciò che sta accadendo al paziente: conta quanto velocemente si è sviluppata l’anemia, se è in corso un’emorragia, la presenza di sintomi e lo stato di cuore, polmoni e altri organi. In altre parole, due persone con lo stesso valore di emoglobina possono non avere bisogno dello stesso trattamento. Gli stessi studi mostrano che, in molte categorie di pazienti stabili, trasfondere in modo più restrittivo non peggiora gli esiti rispetto a utilizzare soglie più alte.
Le alternative e la loro efficacia
Esistono poi strumenti particolarmente importanti quando il paziente decide di non prestare il consenso alla trasfusione. Non significa semplicemente non voler ricevere sangue: prima di una decisione del genere il paziente deve essere informato sulle proprie condizioni, sui benefici e sui rischi del trattamento proposto, sulle possibili alternative e anche sulle conseguenze che potrebbero derivare dal non effettuarlo. La legge italiana sul consenso informato stabilisce infatti che una persona capace di decidere può rifiutare, in tutto o in parte, qualsiasi trattamento sanitario, anche quando questo sia necessario alla sopravvivenza; il medico è tenuto a rispettarne la volontà. È in situazioni come queste, comprese quelle motivate da convinzioni religiose, che acquistano particolare importanza strategie capaci di ridurre il ricorso al sangue: ferro per via orale o endovenosa, farmaci che stimolano la produzione di globuli rossi come l’eritropoietina e, in alcuni interventi, sistemi che permettono di recuperare il sangue perso dal paziente e reinfonderlo.
Quando il sangue non può essere utilizzato, la medicina dispone comunque di diverse strategie per ridurre le perdite o aiutare l’organismo a ricostituirlo. È il principio del Patient Blood Management, un approccio adottato anche nel sistema sanitario italiano che cerca di intervenire prima che si renda necessaria una trasfusione: per esempio correggendo un’anemia o una carenza di ferro prima di un intervento, limitando il sanguinamento durante l’operazione e recuperando, in alcuni casi, il sangue perso dal paziente per poterlo reinfondere. Anche l’eritropoietina può avere un ruolo: è un ormone che stimola il midollo osseo a produrre nuovi globuli rossi e le linee guida NICE ne prevedono l’impiego, in circostanze selezionate, proprio nei pazienti anemici che avrebbero indicazione alla trasfusione ma decidono di non riceverla.
Un altro strumento è l‘acido tranexamico, un farmaco che aiuta a preservare i coaguli già formati e quindi a contenere il sanguinamento. La sua capacità di ridurre il ricorso al sangue è stata confermata anche da un ampio studio pubblicato nel 2026 sul New England Journal of Medicine. I ricercatori hanno seguito 8.273 pazienti sottoposti a importanti interventi di chirurgia non cardiaca: ha ricevuto una trasfusione di globuli rossi il 7,4% dei pazienti trattati con acido tranexamico contro il 9,8% di quelli che avevano ricevuto placebo. Gli episodi di tromboembolismo venoso entro 90 giorni sono stati invece il 2,1% in entrambi i gruppi, risultato che ha soddisfatto il criterio di non inferiorità previsto dallo studio per la sicurezza.
Sono strategie che possono evitare molte trasfusioni, ma che, spiegano gli esperti, non producono tutte un effetto immediato. Correggere una carenza di ferro o stimolare il midollo osseo a fabbricare nuovi globuli rossi richiede tempo; davanti a una grave emorragia invece il volume di sangue e la sua capacità di trasportare ossigeno possono diminuire nell’arco di minuti. È in queste situazioni che poter sostituire rapidamente i componenti persi può diventare decisivo, perché consente di mantenere l’ossigenazione degli organi mentre i medici cercano contemporaneamente di arrestare la causa del sanguinamento.

