«Arriverà una nuova pandemia e non ci troverà pronti»: lo studio della Commissione internazionale Nus-Lancet

A distanza di anni, non abbiamo ancora imparato nulla dall’emergenza Covid: se in futuro dovesse esserci una nuova pandemia, non siamo pronti per affrontarla. Per gli scienziati bisogna studiare un piano di emergenza sanitaria, focalizzandosi soprattutto sulla prevenzione. Proprio per questo nel 2023 è nata la Commissione Nus-Lancet Prime, istituita dalla National University of Singapore e dalla rivista scientifica Lancet, con l’obiettivo di presentare un modello attivo per salvare milioni di vite in casi di pandemie.
Dal Covid un nuovo studio per la prevenzione
Lo studio è iniziato con il Covid, quando «la maggior parte delle nazioni disponeva di piani pandemici, ma nessuno li aveva mai messi alla prova per verificare se avrebbero funzionato per tutti sotto pressione» sottolinea la co-presidente della Commissione ed ex Prima Ministra della Nuova Zelanda, Helen Clark, come riporta Repubblica. Risultava quindi necessario capire come tutelare interi Paesi prima, durante e dopo l’emergenza sanitaria. Gli esperti si sono così chiesti: di cosa hanno bisogno le persone? E queste tali capacità possono tradursi in una capacità di agire, di essere protette e di riprendersi?
Per la Commissione le pandemie si combattono con riforme strutturali
Ipotizzando una pandemia di influenza A, la Commissione ha messo a confronto due scenari. Il primo era basato sulla tutela degli interessi nazionali, mentre il secondo sulla cooperazione globale. I risultati parlavano chiaro: il tasso di mortalità si riduceva del 59% con l’accelerazione nello sviluppo dei vaccini; circa 2,7 milioni di vite venivano salvate con un criterio di distribuzione equo basato sulla densità demografica; altri 1,9 milioni di decessi venivano evitati ripristinando la fiducia della popolazione nella vaccinazione. Per la Commissione, quindi, le conseguenze di una futura emergenza sanitaria sono proporzionali alle dinamiche di distribuzione e al grado di adesione della cittadinanza. E soprattutto ogni Stato deve attuare riforme strutturali con la costruzione di infrastrutture capaci di prevenire e gestire eventuali crisi.
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Le strutture rendono le persone più vulnerabili
Nello studio si aggiungeva una consapevolezza generale: ci sono individui più esposti, come anziani, lavoratori informali e migranti, persone con disabilità e gruppi soggetti a discriminazioni strutturali. Per loro aumentano i problemi perché, per esempio, vivono in appartamenti sovraffollati che non permettono l’isolamento, non possono accedere ai sussidi statali o non ricevono le indicazioni sanitarie di base. «Le persone non sono “vulnerabili” per natura, ma sono le strutture a renderle tali» precisa la professoressa Helena Legido-Quigley, co-presidente della Commissione. E aggiunge: «Esiste una precisa responsabilità morale nel garantire che i presidi medici raggiungano chi ne ha effettivo bisogno per sopravvivere, non solo chi dispone delle risorse per acquistarli».
Le conseguenze del Covid presenti ancora oggi con i conflitti politici e sociali
Durante il Covid «i piani sulla carta non si traducevano in un’equa protezione della popolazione, ma rimanevano sulla carta, in molti casi non potevano essere applicati poiché la realtà è diversa da ciò che era scritto, rendendo impossibile l’applicazione» dice Massimo Ciccozzi, professore di Epidemiologia e Statistica medica dell’Università Campus Bio-Medico di Roma. Di fronte a 22 milioni di decessi e trilioni di dollari spesi, «le soluzioni erano ingiuste e hanno portato a conflitti politici e sociali che persistono oggi e ci rendono tristemente impreparati per la prossima pandemia» sostiene Ciccozzi. Dal Covid sono state messe a punto alcune riforme, ma secondo l’esperto «la minaccia di sconvolgimenti e morti a livello globale dovuti a una nuova pandemia è ora forse peggiore di prima, a causa di conflitti, problemi ecologici, cambiamenti climatici, urbanizzazione, mobilità della popolazione».
Un futuro con collaborazione globale, trasparenza e fiducia
«Oggi la preparazione nazionale alla pandemia viene costantemente messa alla prova, da Mpox, Andes Hantavirus e dall’attuale epidemia di Ebola Bundibugyo. I governi, collaborando tra loro, devono garantire che i piani proteggano effettivamente tutti nella pratica» dichiara Ciccozzi. In vista di una possibile pandemia, per la Commissione ogni Paese dovrebbe rafforzare la cooperazione internazionale, intervenire sulle carenze dei sistemi e gestire le politiche pubbliche con trasparenza e fiducia.
«Queste misure sono importanti, ma non garantiscono la protezione delle persone quando si verifica una crisi, se poi non si possono applicare. C’è una distanza siderale tra piani e realtà» precisa Ciccozzi a Repubblica. Soffermandosi sull’Italia, l’esperto termina: «I nostri sistemi di sorveglianza cercano di fare del proprio meglio, ma non sono poi supportati dalle infrastrutture. I piani nazionali per il contrasto alle pandemie e alle epidemie ci sono, ma sono poi applicabili in realtà, si sono fatte simulazioni di un evento epidemico o pandemico?».

