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Caregiver, che cos’è l’entrapment e perché il 42% ha pensato al suicidio

17 Settembre 2026 - 15:13 Gemma Argento
Caregiver: quando la cura diventa una trappola
Caregiver: quando la cura diventa una trappola
Mentre il ddl sui caregiver è ancora all’esame della Camera, si avvicina la scadenza del 30 settembre prevista dal testo per l’attivazione della piattaforma Inps
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Sono quasi otto milioni le persone che in Italia assistono volontariamente un familiare o una persona cara con disabilità o non autosufficiente. Una parte consistente della popolazione che gli ultimi fatti di cronaca hanno riportato al centro del dibattito: tra questi, la tragedia di Pietralata, dove Luca Abbasciano e Valentina Pambianco sono stati trovati morti insieme alla figlia Bianca, cinque anni, con una grave disabilità. Un caso che ha riacceso le domande sul sostegno ai caregiver e su quanto la tutela di chi assiste non riguardi soltanto il riconoscimento del loro ruolo, ma anche la loro salute fisica e psicologica.

A che punto è il disegno di legge sui caregiver

Proprio mentre questa questione torna a imporsi, il disegno di legge governativo dedicato ai caregiver familiari, presentato lo scorso febbraio, è ancora all’esame della Commissione Affari sociali della Camera. Con una scadenza ormai imminente già scritta nel testoentro il 30 settembre 2026 l’INPS dovrebbe rendere disponibile sul proprio sito una piattaforma informatica attraverso la quale avviare la procedura per il riconoscimento formale del caregiver familiare. Non si tratta soltanto di un passaggio amministrativo: la registrazione attraverso quella procedura è destinata a diventare il punto di accesso alle tutele previste dalla legge e, per alcune categorie, anche al contributo economico che dovrebbe maturare già dall’ultimo trimestre del 2026 ed essere erogato dal 2027. La stessa documentazione parlamentare segnala però una sovrapposizione delicata: per maturare il diritto al contributo relativo ai mesi di ottobre, novembre e dicembre, la registrazione dovrebbe risultare effettuata entro quello stesso 30 settembre. Un nodo di tempi e tutele che il Parlamento sarà chiamato a sciogliere nelle prossime settimane.

Quanti caregiver hanno pensato al suicidio

A provare a misurare che cosa accade quando il carico dell’assistenza si accompagna a una crisi psicologica è stato uno studio pubblicato su Archives of Suicide Research. Non è la prima volta che la letteratura intercetta pensieri o comportamenti suicidari tra i genitori di figli con disabilità o malattie croniche: ricerche precedenti li avevano già rilevati, ma quasi sempre all’interno di studi concentrati su singole patologie o come esito secondario di analisi dedicate ad altri aspetti della salute mentale. Gli autori di questo lavoro lo indicano invece come il primo studio progettato specificamente per valutare il rischio suicidario nei genitori caregiver considerando insieme figli con differenti disabilità e malattie croniche.

Nel campione analizzato, «il 42% dei genitori ha sperimentato pensieri o comportamenti suicidari» durante il periodo di caregiving. «Un terzo ha riferito pensieri suicidari nei dodici mesi precedenti l’indagine» e, tra chi aveva vissuto pensieri o comportamenti di questo tipo durante il caregiving, «il 53% non ne aveva mai parlato con nessuno». Un quadro che porta gli stessi ricercatori a indicare i genitori caregiver come «un gruppo a rischio elevato» e che, proprio per questo, dovrebbe essere raggiunto in modo specifico dalle strategie di prevenzione.

Le 22 variabili

Nell’analisi dei fattori associati ai pensieri e ai comportamenti suicidari i ricercatori hanno considerato contemporaneamente 22 variabili, dal reddito al sostegno sociale, dalla depressione all’ansia, fino al burnout e alle caratteristiche dell’attività di cura. Quattro «sono rimaste significativamente associate all’esito»: sintomi depressivi, precedenti problemi di salute mentale, strategie di coping disfunzionali, cioè «modalità poco efficaci o controproducenti di affrontare stress e difficoltà», ed entrapment, «la percezione di trovarsi intrappolati in una situazione dalla quale non si riesce più a immaginare una via d’uscita». Il burnout, come spiegano i ricercatori, «una volta tenuto conto degli altri fattori, non ha mostrato associazione statisticamente significative».

L’effetto “entrapment

L’entrapment non coincide quindi semplicemente con l’essere esausti o sopraffatti. Nella ricerca psicologica descrive una condizione più specifica: la percezione di trovarsi in una situazione dolorosa dalla quale si vorrebbe uscire senza riuscire a individuare una possibilità concreta di fuga o di cambiamento. Nel modello psicologico Integrated Motivational-Volitional, utilizzato per studiare il comportamento suicidario, il passaggio dalla sensazione di sconfitta alla percezione di non poter sfuggire alla propria condizione è considerato uno dei meccanismi che possono favorire la comparsa dell’ideazione suicidaria.

«Una condizione», spiegano i ricercatori, «che può riguardare ciò che accade fuori, una situazione familiare, assistenziale o economica dalla quale ci si sente impossibilitati a uscire, oppure ciò che accade dentro, quando sono i propri pensieri e le proprie emozioni a sembrare impossibili da interrompere».

È proprio questa distinzione a rendere l’entrapment particolarmente utile per leggere la condizione dei caregiver, con un carico di assistenza percepito come cronico e inevitabile. «Proprio qui il problema smette di riguardare soltanto la capacità individuale di reggere la fatica e chiama in causa anche ciò che esiste o manca intorno alla persona: sostegno familiare, servizi, possibilità di condividere l’assistenza, risorse economiche e prospettive per il futuro», spiegano gli studiosi.

La condizione dei caregiver in Italia

Oggi in Italia non esiste ancora una disciplina nazionale organica che riconosca tutele alla persona in quanto caregiver familiare. Gli strumenti disponibili dipendono soprattutto dalla condizione della persona assistita o da quella lavorativa di chi presta le cure: la legge 104 prevede, per esempio, permessi retribuiti per chi assiste un familiare con disabilità grave e, per alcune categorie di lavoratori, è possibile accedere a un congedo straordinario retribuito. A questi si aggiungono fondi nazionali destinati alle Regioni, che li traducono in interventi e servizi con modalità differenti sul territorio.

Il disegno di legge ora all’esame del Parlamento punta a introdurre un riconoscimento nazionale del caregiver e nuove tutele, comprese misure dedicate al benessere psicofisico e, dal 2027, un sostegno economico. Quest’ultimo, però, nella formulazione attuale sarebbe riservato alla fascia con il carico assistenziale più elevato: caregiver conviventi impegnati almeno 91 ore alla settimana, con ISEE non superiore a 15mila euro e attività lavorativa assente o fortemente limitata. Anche per questo, durante le audizioni parlamentari alcune organizzazioni hanno criticato la scelta di misurare il lavoro di cura attraverso soglie orarie rigide e di concentrare alcune tutele solo su determinate categorie.

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